Coroner – Punishment for Decadence (1988)

La parte del metal che punta più di ogni altra sull’abilità tecnica dei propri musicisti possiede a mio avviso due facce ben distinte: da una parte maneggiando questo genere con abilità si può creare della musica fresca e stupefacente, mentre dall’altra se ci si affida troppo alle proprie capacità senza cercare di andare oltre, l’effetto sarà invece apprezzabile solo dai pochi fanatici dell’estasi tecnica ma di noia assoluta per tutti gli altri. Non è detto però che questi due lati della stessa medaglia siano radicalmente distinti: possono anzi presentarsi entrambi in uno stesso album, come nel caso di oggi, che pure è considerato un classico assoluto nel suo genere. I Coroner di fatto non hanno bisogno di una presentazione: insieme a Watchtower, Anacrusis, Toxik e Annihilator sono infatti annoverati tra i nomi principali del thrash metal tecnico degli anni ottanta. Eppure, a mio avviso, il loro secondo album Punishment for Decadence non è un capolavoro come i loro album successivi: seppur con canzoni molto valide e di sicuro impatto, ogni tanto gli svizzeri sembrano perdersi dietro a troppi virtuosismi, oltre a non riuscire a variare maggiormente la proposta, che è ancora molto omogenea e risulta a tratti pure un po’ ridondante. A parte questo però, come vedremo tra pochissimo abbiamo un disco molto buono, vorticosissimo e in cui ci si perde (il che è un punto di forza in questo caso), ma soprattutto che riesce a mettere in mostra le qualità esagerate dei tre membri dell’ensemble, non comuni per l’epoca (è un fatto spesso poco sottolineato, ma negli anni ottanta il livello medio era difatti molto più basso rispetto a oggi).

Apre le danze lo striminzito Intro, giusto dodici secondi di suoni contorti e di urla prima che la opener Absorbed ci mostri quale sarà la falsariga di questo disco: un thrash metal estremamente vorticoso e convulso, in cui ci si perde, che si calma giusto un po’ solo quando la voce di Ron Royce, roca, monocorde e da thrash classico, fa la sua entrata in scena. Nonostante questa vorticosità, però, la composizione non rinuncia a percorrere a tratti la forma-canzone: tra tutti i passaggi, peraltro spesso di qualità ottima, che la song incolonna senza soluzioni di continuità, vengono ripetute di tanto in tanto le strofe ombrose, i bridge tempestosi e caratterizzati dai lead di Tommy T. Baron e i ritornelli più lenti del resto, il che da ancora più forza a un episodio di buonissima qualità, seppur metta in mostra già il suddetto difetto del disco, quello relativo alla tecnica. E’ tutt’altra storia con la seguente Masked Jackal, che dopo un breve preludio lento e d’attesa entra nel vivo col suo spettacolare riff principale, ancora una volta frenetico e circolare ma che riesce a essere dannatamente efficace, pur variando tra la sua norma, che si ripresenta costantemente, e le strofe, oblique e leggermente meno aggressive, seppur anch’esse svolgano al meglio il loro compito. Il pezzo poi cambia coordinate facendosi più calmo a livello ritmico per dei lunghi passaggi più tradizionalmente thrash, prima di giungere ai ritornelli, che nonostante la loro complessità riescono anche a essere catchy in maniera sorprendente. Ottimo anche il lungo momento centrale, pieno di fasi diverse molto ben incastrate tra loro e di soli, tra cui notabile è quello finale, non solo rapidissimo e fulminante ma dotato anche di una certa musicalità, prima che la struttura precedente si riprenda; nel complesso, si rivela un ulteriore arricchimento a un episodio eccezionale, da annoverare sicuramente tra i migliori del disco. Giunti a questo punto, i Coroner ci dimostrano ora tutta la loro abilità di musicisti con la movimentatissima Arc-Lite, strumentale piena di passaggi a velocità folli, incolonnando rapidamente momenti dominati dalle ritmiche e altri che invece sono un tornado solistico di note scandite all’unisono dalle corde di Baron e Royce,  coadiuvati al meglio dalla doppia cassa imperante di Marquis Marky. C’è poco altro da dire su un pezzo che cambia così velocemente da essere indescrivibile a parole ed in cui l’estasi tecnica si accoppia con un gusto grandioso per il songwriting, che fanno risultare questa canzone la migliore di Punishment for Decadence insieme alla precedente, una mazzata da brividi. Dopo tutta questa agitazione, si ritira un attimo il fiato col preludio di Skeleton on Your Shoulder, caratterizzato da lievi synth su cui si staglia l’arpeggio oscuro ma pulito di Baron. Presto la traccia torna verso lidi thrash metal, muovendosi però inizialmente su aggressività e velocità più contenuti che in passato, con un mid tempo solenne e dritto; siamo ancora nel preludio tuttavia, perché presto la musica svolta di nuovo su qualcosa di più nel trademark “Coroner”. Spuntano quindi momenti rapidissimi e vorticosi, seppur la traccia svari di più rispetto al passato: essi sono infatti intervallati da frazioni ancora piuttosto contenute dal punto di vista del tempo, che presentano ritmiche strane, di retrogusto quasi funky. Questo dualismo funziona piuttosto bene, tutto sommato; l’unica parte che invece non incide particolarmente sono i ritornelli, in cui la band abbandona la sua ricerca tecnica per un thrash più canonico e forse un po’ scontato, ma che comunque non rovina il resto della composizione, vista anche la loro brevità. La struttura tende inoltre a allineare varie volte tutte le anime della canzone, da quella con spunti acustici fino a quella più vorticosa: il risultato non sarà al livello dell’uno-due che la precedente ma ad ogni modo si difende molto bene.

 L’intro di Sudden Fall è bizzarro e sghembo, ma riesce a incidere a meraviglia; il pezzo però presto abbandona questa linea per qualcosa di più tipico di Punishment for Decadence, thrash metal vorticoso e potente, anche se a tratti qualche influenza speed le conferisca un po’ di fascino in più. Il momento più efficace sono però i ritornelli, che nonostante una semplicità estrema riescono a graffiare con potenza; ottima anche la breve apertura centrale, distesa e piuttosto oscura, dominata com’è da effetti e da arpeggi acustici, preludio a una frazione solistica altrettanto di qualità, che dona un quid in più a una canzone ancora con qualche passaggio troppo auto-indulgente, ma che comunque in generale risulta di buonissima qualità. Un altro falso preludio, con un riffage diretto e disteso che va avanti giusto qualche secondo, introduce Shadow of a Lost Dream che parte subito dopo, seppur stavolta la velocità sia inferiore rispetto alle tracce passate, sia nei momenti più contenuti che in quelli di fuga, che si alternano varie volte nel corso della durata, spesso accompagnati dal cantato di Royce, inframmezzate anche da momenti che rasentano il progressive con tempi scomposti e dispari. In tutto ciò c’è spazio  anche per passaggi più semplici, considerabili alla larga i ritornelli, in cui la band cerca il semplice impatto, cosa che stavolta gli riesce piuttosto bene. Nonostante qualche passaggio che sa ormai di già sentito, un songwriting non troppo elaborato e barocco rende il tutto comunque molto incisivo, facendola risultare appena al di sotto degli episodi migliori del lavoro. Giunge quindi The New Breed, terzo brano che si avvia come un pezzo thrash quasi classico puntando sull’aggressività per farsi poi spaziale. Riff e lead vorticosissimi appaiono così formando un tornado non estremo ma travolgente, che domina tutte le strofe; si rallenta poi abbastanza per l’accoppiata bridge-ritornelli, coi primi d’attesa e che presentano un campionamento parlato e i secondi scomposti e spezzettati, ma che comunque riescono a entrare discretamente in mente. Il momento migliore è però quello centrale, con l’assolo di Baron  melodico e ricercato, che ricorda a tratti quello che oggi chiamiamo power metal, seppur in altri momenti le dissonanze siano quasi al limite del punk; è esso la ciliegina sulla torta di una song dalla scrittura solidissima e senza pecche, che risulta il momento migliore del “lato B” del vecchio vinile nonché la traccia più valida dopo l’accoppiata Masked Jackal/Arc-Lite. Siamo quasi in conclusione: il riff d’avvio di Voyage to Eterity ha un che di rockeggiante che poi svanisce man mano che la canzone avanza, sepolta sotto al thrash: quando partono le strofe, non abbiamo altro che l’ennesimo pezzo di trademark Coroner, caratterizzato da rapide sventagliate di lead al fulmicotone e di momenti più contenuti e diretti. Un altro cliché degli svizzeri si perpetua coi ritornelli, cadenzati ma che riescono lo stesso a incidere essendo potenti e immaginifici, sicuramente il momento della song che è più facile ricordare; bella anche la parte dell’assolo, in cui qualche residua influenza rock si unisce alle pervadenti influenze speed, per un pezzo non grandioso ma comunque divertente. Come conclusione vera e propria la band opta però per una cover di Purple Haze, uno dei brani più celebri di Jimi Hendrix, che viene riletto con la tipica verve della band: il risultato è vorticoso e seppur presenti la stessa scanzonatezza dell’originale risulta anche piuttosto aggressivo, specie per colpa della voce di Royce, inquietantissima quando cerca di essere allegra col suo tono così roco. La struttura estremamente lineare è un altro dei motivi per cui questa song spicca moltissimo rispetto al resto del disco: nonostante ciò, la maggior parte degli elementi la rendono comunque una rilettura molto ben riuscita, in definitiva una chiusura decisamente adeguata per l’album.

Nonostante da molti sia considerato un capolavoro assoluto del techno thrash, secondo me Punishment for Decadence non lo è:  il fatto che sia a tratti troppo auto-indulgente e fine a se stesso, oltre che troppo omogeneo, ne abbassa a mio avviso il valore. A parte questo però siamo in presenza di un album di ottima fattura, potente e che spesso sa andare anche oltre tutta la sua imponenza strumentale: per questo comunque i Coroner vi sono caldamente consigliati, specie se siete fanatici della branca più tecnica del metal!

Voto: 85/100

Mattia

Tracklist:

  1. Intro – 00:12
  2. Absorbed – 03:43
  3. Masked Jackal – 04:46
  4. Arc-Lite – 03:20
  5. Skeleton on Your Shoulder – 05:35
  6. Sudden Fall – 04:50
  7. Shadow of a Lost Dream – 04:31
  8. The New Breed – 04:52
  9. Voyage to Eternity – 03:45
  10. Purple Haze – 03:20
Durata totale: 38:54
Lineup:
  • Ron Royce – voce e basso
  • Tommy T. Baron – chitarre
  • Marquis Marky – batteria
Genere: thrash metal
Sottogenere: technical thrash metal

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