Walls of Babylon – The Dark Embrace (2015)

“E questi da dove sono usciti?”. Questo è stato il pensiero che mi ha assillato subito dopo i primi ascolti, qualche mese fa, di The Dark Embrace, album d’esordio degli Walls of Babylon. Nonostante provengano da Fabriano, quindi praticamente dietro casa mia, prima che mi contattassero non li conoscevo neanche di nome, il che mi è sembrato assurdo soprattutto per un motivo: come vedremo nel corso di questa recensione il già citato esordio mi è apparso da subito fresco e di qualità molto elevata, e mi ha portato a chiedermi appunto dove il gruppo fosse rimasto nascosto fino ad ora. In ogni caso, il genere da loro suonato è un power metal progressivo piuttosto distante dagli standard italiani e anche da molti cliché del genere, essendo in particolare caratterizzato da forti atmosfere darkeggianti e cupe che avvolgono tutto, ma senza mai essere troppo aggressivo, come a volte accade in questi casi. Questo stile inoltre è influenzato da vari sottogeneri power, dallo speed alla branca più melodica, in un mix che però funziona a meraviglia e non sembra mai raffazzonato: il risultato finale infatti, pur potendo rassomigliare da lontano al suono degli Eldritch, Symphony X ed Evergrey, non risulta mai una copia derivativa di queste band, ma anzi si presenta fresco e molto originale, il che ovviamente è il punto di forza assoluta dei Walls of Babylon. Prima di dare il via alla sola disamina, qualche parola anche per alcuni particolari di contorno di The Dark Embrace, come ad esempio la produzione: il suono generale è moderno e preciso ma anche incisivo e molto espressivo, assolutamente perfetto insomma per esaltare le atmosfere oscure e il pathos che quest’album ha da vendere. Al contrario, l’artwork è piuttosto astratto e anche anonimo: pur non influenzando ovviamente il valore della musica in esso contenuto, si rivela l’unico particolare non riuscito del lavoro.

Un breve intro sinfonico di rito, che già evoca bene il pathos e il mood oscuro del disco, poi la opener A Puppet of Lies deflagra sin da subito infelice e oppressiva, con lievi suoni di tastiera che circondano il riffage moderno e possente, coronato dal frontman Valerio Gaoni, il quale da subito urla parecchio e a tratti passa anche al growl.  La struttura inoltre si propone subito piuttosto semplice, e nonostante qualche passaggio più variegato la forma-canzone è rispettata: alla suddetta strofa si alternano infatti le accoppiate tra i bridge, teneri e disperati, che non presentano praticamente ritmiche di chitarra, e i ritornelli, liberatori e potentissimi, i quali nonostante il tempo scomposto che li regge si stampano molto facilmente in testa. Degno di menzione è il songwriting, perfettamente a punto in ogni momento e  vero punto di forza di un pezzo che apre l’album con un vero e proprio botto. La seguente The Defeat presenta sin dal principio un piglio più melodico, specie nei fraseggi delle chitarre di Francesco Pellegrini e Fabiano Pietrini, seppur anche le potenti ritmiche metalliche siano quasi sempre in scena, sparendo solo in quei momenti in cui è invece la chitarra pulita a reggere il tutto. Stavolta inoltre il brano tende a evolversi di più, con momenti anche piuttosto arzigogolati che comunque non sembrano messi a caso, aiutando anzi il feeling di particolare infelicità qui presente; quest’ultimo è intenso per tutta la durata, e ha la sua apoteosi nei ritornelli, cupi e che risultano quasi rabbiosi nonostante l’alta caratura melodica, di certo i momenti più emozionanti del brano. Ottima anche la prestazione sofferta ed intensa di Gaoni, che dà una marcia in più a un episodio giusto un pelo al di sotto dei due che la circondano. Il secondo capolavoro totale dell’album arriva infatti ora: con un riff moderno e pesantissimo, vagamente thrash, si apre Alone, traccia che però comincia sin da subito ad alternare questi toni così pesanti e aggressivi a passaggi più riflessivi e melodici, a tratti dominati da armonie di gusto molto melodic power, in altri momenti più soffici e pieni di echi di chitarre, come per esempio in parte delle strofe. La parte migliore del pezzo è però quello considerabile come il bridge, potente e davvero da brividi per intensità emotiva, anche meglio dei ritornelli che giungono dopo un interludio strumentale, anch’essi fantastici ma che esplodono meno, presentandosi più contenuti e riflessivi. Splendida anche la parte centrale, con le sue dissonanze e gli assoli di Pellegrini, indicativo di una song in cui ogni parte strumentale è perfetta dov’è e ogni melodia è catturante, creando non solo l’ideale singolo di The Dark Embrace ma anche l’episodio migliore di quest’ultimo insieme alla opener e alla title-track, che giunge subito dopo e si presenta come un episodio più heavy del precedente, esordendo da subito rapido e tempestoso. La cosa non dura, però, perché presto The Dark Embrace si contamina di melodie strane, che da un lato sono piuttosto oblique ma che dall’altro ricordano il melodic power, sensazione aumentata dalla melodia vocale di Gaoni e alla nostalgia imperante ovunque. Tratti più contenuti e leggeri e frazioni pestate si avvicendano spesso in velocità lungo questa veloce cavalcata, che impressiona per solidità in quasi tutti i suoi momenti; tra questi però i più notabili sono le accoppiate  bridge d’attesa e turbinosi/ritornelli catchy, da assoluti brividi per l’eccezionale intensità sentimentale che riescono a evocare. Di valore altissimo è anche lo sfogo progressivo posto al centro, piuttosto tecnico ma mai sterile o inespressivo, giusto coronamento di un altro pezzo da annoverare come detto tra i più belli dell’album.

Sin dalle prime battute di Honour and Sorrow, si capisce che siamo al cospetto di sonorità più tranquille che in passato, cosa che in effetti si realizza: la norma molto melodica ma metal iniziale, che reggerà anche gli splendidi chorus, lascia presto spazio a una falsariga dalle docili chitarre pulite sotto cui si staglia il basso di Matteo Caravana, il quale compie un lavoro oscuro ma importante per la creazione della forte nostalgia che ammanta anche il resto del pezzo. Il momento invece più graffiante sono i bridge, scomposti ed energici, ma anche loro non spezzano il mood delicato del resto della canzone; va in tal senso pure il buon comparto solistico posto al centro, ottima quadratura di un episodio che forse non impressiona come i precedenti ma risulta emozionante e di caratura elevata, di sicuro non la solita power ballad fatta solo perché bisogna farla per forza. Si torna a qualcosa di più power-oriented con The Emperor, traccia che dopo un intro che cerca l’impatto parte in una fuga vorticosa che cambia volto velocemente, alternando momenti di apertura a tratti in cui il riffage sfiora addirittura il groove metal. Anche le atmosfere mutano rapide, passando da momenti di carica a testa bassa a frazioni di potenza anthemica e quasi epica, visti i cori e la melodia vocale da cantare a squarciagola, passando per brevi stacchi diffusi per poi arrivare fino alla deflagrazione dei ritornelli. Con questi ultimi, gli Walls of Babylon si dimostrano di nuovo maestri: essi sono difatti il picco assoluto della canzone, con un melodia che si assimila in un attimo. Notabile è anche la parte centrale, che tra parti dal ritmo scomposto impostato dal possente drummer Marco Barbarossa,un momento possente retto addirittura dal blast beat (!) e una coda intensa e dal feeling quasi solare, arricchisce ulteriormente un pezzo che seppur non brilli quanto i migliori è comunque godibilissimo, una piccola perla. E’ quindi la volta di A New Beginning, breve interludio strumentale che su un ritmo industrial dimesso e con echi di pianoforte e di effetti sintetici presenta vaghi suoni di chitarra classica per poi sparire, lasciando in scena solo i suoni della pioggia: risultato complessivo è un frammento strano, ma che comunque ci permette di riposare un attimo le orecchie senza abbandonare il mood cupo e intenso del disco. Voltata pagina, The Dark Embrace torna alla carica con Revenge of Morpheus, pezzo  dal riffage estremamente energico e quasi di estrazione melodeath, che crea un piacevolissimo contrasto col cantato melodico del sempre ottimo Gaoni. Le strofe procedono rapide, facendosi man mano più aperte: quando però ci si aspetterebbe un ritornello che si apre, come già altre volte in quest’album, il gruppo ci stupisce con refrain nervosi e preoccupati, caratterizzati da un ritmo veloce e da ritmiche taglienti. Il brano presenta anche momenti più dolci e soffici, quasi gioiosi se non fosse la tristezza nascosta sotto alla loro superficie; ottimo anche il songwriting, seppur di livello inferiore alla media del disco, il che rende però la faccenda divertente: in un album power di livello medio, infatti, questo “riempitivo” sarebbe sicuramente il punto più alto! A questo punto, siamo purtroppo in dirittura d’arrivo: Dopo un preludio etereo e pieno di effetti, la conclusiva A Warm Embrace si dimostra sin da subito molto progressive metal-oriented, con tanti passaggi diversi che si alternano rapidamente, con un incedere rapidissimo e urgente coadiuvato alla perfezione dalla prestazione tirata di Barbarossa. Unica eccezione a questa norma sono i ritornelli, che rallentano imperiosamente e puntano più sul pathos che sulla velocità, come anche gli espansi passaggi che li seguono. L’affresco che ne deriva, fatto tutto di ripartenze e di frenate, è particolare e molto prog-oriented, ma la canzone funziona lo stesso molto bene, apparendo sempre  impostata con cognizione di causa e senza eccessi tecnici; il suo lato migliore è però il feeling, oscuro ma meno opprimente che in passato, presentandosi molto nostalgico e caldo, arricchendo ulteriormente questo pezzo che chiude perciò come meglio non si poteva questi meravigliosi tre quarti d’ora.

Come ho sottolineato a volte nelle recensioni power metal passate, sembra proprio che negli ultimi anni il power metal si stia ritirando su, scuotendosi dagli stereotipi che ormai lo affossano da un decennio e cercando di nuovo qualcosa di originale: in tal senso The Dark Embrace è una delle conferme più splendide. Di fatto, credo che se gli Walls of Babylon provenissero dalla Germania o dalla Finlandia, si starebbe già parlando di loro come la new sensation del power mondiale; visto che siamo in Italia purtroppo sarà difficile per loro avere fortuna (anche se mai dire mai). In ogni caso, se siete amanti del power o del progressive metal e cercate un disco che sappia veramente appassionarvi, lasciate perdere per un attimo l’esterofilia tipicamente italiana e correte a recuperare l’album dei fabrianesi: non vi staccherete più, promesso!

Voto: 93/100

Mattia

Tracklist:

  1. A Puppet of Lies – 05:37  
  2. The Defeat – 04:31  
  3. Alone – 05:47  
  4. The Dark Embrace – 05:43  
  5. Honor and Sorrow – 05:27  
  6. The Emperor – 05:54  
  7. A New Beginning – 01:57
  8. Revenge of Morpheus – 05:06  
  9. A Warm Embrace – 05:23
Lineup:
  • Valerio Gaoni – voce
  • Francesco Pellegrini – chitarra
  • Fabiano Pietrni – chitarra
  • Matteo Caravana – basso
  • Marco Barbarossa – batteria
Genere: power/progressive metal
Sottogenere: dark power metal

Potrebbero interessarti anche...

Aggiungi il tuo commento