Shitkill – The New Breed (2014)

Per quanto sia un componente che aiuta tantissimo, l’originalità da sola non può essere il solo parametro con cui valutare un album: esistono infatti dischi che seppur pieni di cliché sono dei veri e propri gioiellini, mentre altri sono più particolari ma non dicono granché. Purtroppo, il caso degli Shitkill è il secondo: il genere da essi dimostrati nel loro ultimo EP The New Breed si rivela se non originale almeno personale, essendo basato su un mix di groove metal e punk che si amalgamano con altre piccole influenze, che vanno dal thrash all’alternative, uno stile insomma che, anche nelle intenzioni dell’ensemble, cerca di rifuggire i trend metal attuali. Nonostante ciò, la band riesce a combinarci molto poco: le cinque canzoni dell’EP  non sono infatti granché incisive, presentando poche idee raffazzonate e ripetute, con di positivo giusto qualche buono spunto e un impatto discreto, ma senza mai riuscire ad avere il guizzo vincente e a coinvolgere a livello emotivo l’ascoltatore. L’idea complessiva è quella insomma di un EP fatto in fretta giusto per buttar fuori qualcosa (sensazione coadiuvata anche dalla produzione, nitida ma piuttosto approssimativa), che sarebbe stato meglio se più lavorato, ma che così si presenta, come vedremo, molto poco appetibile, seppur non troppo negativo.

Dopo un breve intro dominato da effetti di chitarra e dalla batteria di Damien Moffitt, la title-track parte come un pezzo che alterna momenti molto distorti e quasi eterei, dotati di discreta potenza e altri tratti più statici, che spezzettano troppo la composizione privandola della giusta continuità. Questa falsariga si fa pian piano più punk oriented grazie anche al cantato di Josh Musto, e pur mantenendo le stesse pause riesce comunque a incidere meglio, nonostante la struttura non la sostenga e tenda a inserire qualche passaggio meno efficace. Per fortuna, a tirare su il tutto ci pensa la seconda parte, un breakdown molto panteriano che seppur per nulla originale, riesce a coinvolgere con discreta potenza e anche con una progressione ben impostata (il che è paradossale – la parte meno originale è la migliore), che rendono questo pezzo carino, il migliore dell’EP nonostante i suoi difetti. La seguente Vultures si avvia con un riffage meno groove e più punk-oriented, sensazione acuita dalla voce urlatissima e graffiante di Musto, per una prima parte d’impatto ma che dice poco. Ancor meno è inoltre la parte centrale, strascicata e di vago retrogusto addirittura nu/funk metal, un momento a mio avviso fastidioso che contribuisce a rendere questo breve episodio mediocre. Giunge quindi Death Giver, la cui norma è in equilibrio tra una certa tranquillità ritmica e il tentativo di incidere, venendo inoltre punteggiata qua e la di parti in lead ancora di vaghissimo retrogusto alternative, circolari ma che dicono poco, anche quando la canzone sale un po’ di intensità. Di fatto, l’unico momento davvero buono è quello potente, più cadenzato e urlato posto poco prima del finale, piuttosto potente, ma è troppo poco per risollevare un pezzo davvero brutto e anonimo. E’ la volta di Faceless, che esordisce già da subito rapida e feroce, con il riffage di Musto e di Danny Chpatchev che mischia punk e groove in un mix che non sarà letale, ma comunque sa il fatto suo per energia. La struttura inoltre è quasi aleatoria e alterna in rapida serie parti diverse, senza che però ciò sia un difetto: abbiamo tutto sommato una brevissima scheggia (meno di due minuti e mezzo) che riesce però finalmente a impressionare per impatto, e che seppur non sia nulla di trascendentale si pone come il pezzo più valido dell’EP insieme alla opener. Un rapido intro, poi la traccia di chiusura Underworld parte piuttosto potente ma inizialmente cadenzata,  caratteristica che si perpetua in buona parte della prima sezione, nonostante sia presente anche qualche momento di fuga. Il complesso si presenterebbe anche interessante vista la potenza dei riff, se non fosse per tutti i mutamenti che la punteggiano, come i passaggi dominati dai lead, che ne minano seriamente la buona riuscita. Meglio impostata si presenta invece la seconda frazione, che dopo un momento lento e di raccordo parte con un altro break down a là Pantera, discretamente avvolgente e sinistro, seppur faccia tutt’altro che gridare al miracolo. Nel complesso abbiamo un brano che, visti i suoi alti e bassi e il suo essere appena al di sotto della sufficienza, riesce a sintetizzare molto bene il disco che chiude.

The New Breed non è sicuramente un lavoro apprezzabile né tantomeno decente, con più ombre che luci, seppur non sia in fondo poi così terribile. Proprio per questo, se siete appassionati di groove metal e di punk, potete anche provare a dare una possibilità agli Shitkill, anche se il mio consiglio è comunque di lasciarli perdere: là fuori c’è molto di meglio, fidatevi.

Voto: 56/100

Mattia

Tracklist:

  1. The New Breed – 04:20
  2. Vultures – 03:04
  3. Death Giver – 03:10
  4. Faceless – 02:19
  5. Underworld – 05:13
Durata totale: 18:06
Lineup:
  • Josh Musto – voce e chitarra
  • Danny Chpatchev – chitarra
  • Karina Rykman – basso
  • Damien Moffit – batteria
Genere: groove metal/harcore punk

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