Boycott Mankind – We Hate You (2015)

Se death e doom metal sono un dualismo classico, tra i più sfruttati all’interno del metal, lo stesso non si può dire di quello tra il death e quella particolare branca del genere doom che è lo sludge: seppur non inedito, le band che hanno intrapreso questo connubio  sono abbastanza poche, anche se ogni tanto ne esce allo scoperto una nuova, come gli aquilani Boycott Mankind. Il loro esordio sulla lunga distanza We Hate You, uscito all’inizio di quest’anno, consiste infatti in dieci tracce dallo stile che riporta alla mente da una parte i gruppi death più marci quale Grave, Obituary e Gorefest (questi ultimi in particolare sono richiamati anche dal cantante Martino Bertozzi, vicino col suo growl cavernoso a Jan-Chris de Koeijer, seppur spesso lo si ritrovi anche con vocalizzi urlati e strozzati, molto da sludge), con in più un occhio speciale verso le prime sonorità svedesi del genere, mentre dall’altra ricorda da vicino i Crowbar e gli Eyehategod più doomy, specie nelle atmosfere lancinanti e depresse; in più, vi è anche qualche influenza minore più eterogenea, che va dal southern al thrash, passando per le derive “roll” del metal estremo.  Il risultato finale sono circa tre quarti d’ora di puro nichilismo sonoro, che nonostante ancora un po’ d’immaturità e qualche episodio meno riuscito, riescono a coinvolgere piuttosto bene. Prima di cominciare l’analisi di We Hate You, in ogni caso, meritano qualche riga anche alcuni tra i suoi particolari di contorno, a cominciare dalla produzione: il suono è stato chiaramente impostato autonomamente dalla band, ed è per questo che risulta piuttosto grossolano e asciutto, un dettaglio sicuramente migliorabile; nonostante ciò, è comunque abbastanza nitido da non affossare la resa dei Boycott Mankind. Fantastica è invece la trovata della copertina personalizzabile, che sopra al titolo del disco presenta un apposito riquadro per poter applicare la propria fototessera: allo scopo di poter essere più specifici su chi odiare, evidentemente!

Dopo un’introduzione con un campionamento distorto preso quasi certamente da qualche programma televisivo, la opener Dancing on the Titanic si avvia lenta e lugubre, oltre che rarefatta. Siamo ancora nel preludio, perché la song vera e propria esplode a un tratto più potente e arcigno, seppur inaspettatamente il ritmo del drummer Marco Di Rocco sia disteso e le melodie delle chitarre di Marco Sette esprimano anche un certo pathos, in un dualismo apocalittico, difficile da descrivere a parole. L’equilibrio tra aggressività e rilassatezza dura molto a lungo, attraversando tutte le frazioni della prima metà della traccia, per poi spezzarsi nella parte centrale, che accelera e si fa più densa, vorticosa; è solo un tratto breve, però, perché la canzone si riprende presto con la sua falsariga precedente per poi concludersi come un pezzo diverso rispetto a tutto ciò che segue, ma già molto valido. Con la successiva Cursed Generation i giochi si fanno più aggressivi, grazie un riffage portante che seppur non troppo estremo è comunque graffiante e molto cupo, e si alterna a momenti di taglio più moderno che rendono il mood anche più denso e disperato: tra questi vanno citati i brevi ritornelli, che spezzano il dinamismo del brano e paiono avere quasi la funzione di lanciare al meglio la nuova ripartenza. Non male anche la frazione strumentale centrale, dominata più da fill di batteria che altro, seppur si presenti come il momento minore di un episodio per il resto molto buono. Un preludio lento e molto death/doom-oriented, poi Dropping Like Flies accelera leggermente e si fa movimentata, anche se non si vada quasi mai oltre il mid-tempo. La struttura inoltre è di nuovo piuttosto semplice, e alterna le strofe dalle ritmiche molto scomposte a chorus invece più dritti e fangosi, depressi ai massimi termini: se i secondi incidono a meraviglia, i primi sembrano però un po’ troppo strani, e abbassano un po’ il valore del pezzo. Buona è invece la fuga di sapore vagamente punk posta circa a metà, non troppo rapida ma coinvolgente, preludio a una coda che espande le trame dei refrain per poi concludere una traccia inferiore alle precedenti, ma in ogni caso godibile. Giunge ora il turno di Shit Life: ancor più lenta e catacombale delle precedenti, va avanti per lunghi tratti tetra e apocalittica, puro death/doom che a tratti sfiora addirittura il funeral (!), seppur non vi siano tastiere e il growl di Bertozzi ricordi che c’è anche odio, oltre alla disperazione. Per quanto lunga, questa parte vola, ma quando sembra che debba durare per tutta la traccia, dopo un momento espanso , Di Rocco parte in D-beat: giunge a questo punto uno sfogo di death marcissimo e animato, il quale muta spesso riff e ritmo, per un effetto feroce e potente che non si smorza  nemmeno nei tratti leggermente più melodici. L’evoluzione non si ferma qui, però, perché dopo un po’ la canzone si calma di nuovo, per la sua lunga sezione conclusiva che sintetizza in sé la rabbia di quella centrale e i toni espansi dell’inizio, un connubio che funziona bene e va a concludere un pezzo lungo (quasi sei minuti, la durata maggiore dell’album) ma che spicca subito dietro ai migliori di We Hate You.

Dopo un riff particolare, “tamarro” e quasi da hard ‘n’ heavy, Pedophiliac si appesantisce, con la comparsa di un riffage ossessivo e molto cupo, dotato di discreta potenza ma in questo caso un po’ inespressivo e generico. Buono invece è il lento interludio centrale, molto doomy e in cui importante è il lavoro di Fabio Paolucci al basso, nascosto ma che contribuisce al cupo feeling generale; discreto è anche il veloce momento successivo, anche se comunque anch’esso non impressiona. Di fatto, questo episodio non sembra altro che un frammento che serve alla band solo come sottofondo per il truce testo sulle torture verso un pedofilo, risultando anche per questo l’unico “riempitivo” del platter. E’ ora la volta di Dead Zone, il cui preludio è molto soffice, con Paolucci e la chitarra acustica di Sette che disegnano trame cupe ma morbide sotto alla voce di Bertozzi, per un momento eccezionalmente pulita, prima che il cuore della song entri nel vivo. Si comincia quindi con lo scambio tra strofe basse, dimesse e molto d’attesa, e ritornelli invece più aperti ma dolorosi e lancinanti, di pura estrazione sludge metal. Nuovamente di qualità si rivela inoltre la sezione centrale, che con velocità e aggressività movimenta un brano altrimenti piuttosto statico, ma che in toto incide molto bene, avendo poco da invidiare agli episodi migliori di questo lavoro. “Una minaccia è stata rilevata”: questo avvertimento dell’antivirus Avast introduce Boycott Mankind, traccia influenzata molto dal death ‘n’ roll, almeno per le veloci strofe, che seppur aggressive sono anche brillanti e quasi scanzonate, con il loro andamento rockeggiante; si cambia invece prepotentemente registro coi ritornelli, più lenti e caratterizzati dalle urla laceranti di Bertozzi a scandire semplicemente “boycott (o fuck off, a seconda dei casi) mankind”. Nonostante la diversità, queste due parti funzionano bene insieme, e si uniscono bene anche alla seconda metà del pezzo, che invece è mutevole, presentandosi a tratti rapida e vorticosa, in altri momenti più lenta ma comunque sinistra, malvagia, un degno finale per quella che è sicuramente una delle tracce meglio riuscite di We Hate You. Un campionamento di cori femminili che cantano un’Ave Maria va presto a contrastare con l’ingresso della batteria di Di Rocco e quindi del basso di Paolucci con qualche incursione di chitarra, preludendo alla veloce e macinante This God of Yours, la quale fa della pesantezza la sua bandiera. L’impatto è assoluto sia nelle strofe, schiacciasassi e dal vago retrogusto thrash, sia nei convulsi e fulminanti ritornelli, molto ben cantabili e potenti. C’è poco altro nel pezzo a parte una sezione centrale ancora parecchio agitata in cui si mette in mostra la chitarra solistica di Sette e un testo virulento e anticlericale, ma nonostante ciò abbiamo una scheggia breve ma spaccaossa, che risulta addirittura il miglior brano del disco insieme al precedente. Dopo una tempesta di tal fatta, i Boycott Mankind ci mostrano la calma con la conclusiva Existence of Misery, canzone sin dall’inizio lenta e tombale, che più che sull’impatto punta tutto sull’atmosfera cupa e infelice, la quale viene molto ben evocata dal cavernoso e teatrale cantato pulito sfoderato da Bertozzi in alternanza con lo scream e dalle melodie sinistre di Sette, che ossessivamente ripetono gli stessi temi, ma che invece della noia evocano un clima davvero plumbeo. La traccia si presenta inoltre senza quasi variazioni, e dopo poco più di tre minuti e mezzo giunge infine a chiudere di fatto l’album; la conclusione vera e propria è tuttavia un breve outro di poco più di un minuto, Suicide, in cui un arpeggio dilatato e statico di chitarra precede il suono di uno sparo, sigillo perfetto di questi tre quarti d’ora scarsi di rabbia e disperazione senza luce.

Se dalla scarna copertina e dal titolo probabilmente non gli si darebbe un euro, all’ascolto We Hate You è sorprendente, un buonissimo album che peraltro promette anche meglio per il futuro. Insomma, il mio consiglio a questo punto è di segnarvi il nome dei Boycott Mankind: se riusciranno a maturare pienamente, lavorando ancor di più sulla propria personalità e sul songwriting, il loro prossimo lavoro potrebbe tranquillamente stracciare quest’esordio; personalmente, comunque, io non vedo l’ora di sentirlo!

Voto: 79/100

Mattia

Tracklist:

  1. Dancing on the Titanic – 05:28
  2. Cursed Generation – 04:14
  3. Dropping Like Flies – 05:37
  4. Shit Life – 05:57
  5. Pedophiliac – 03:20
  6. Dead Zone – 05:44
  7. Boycott Mankind – 03:08
  8. This God of Yours – 03:40
  9. Existence of Misery – 03:44
  10. Suicide – 01:25
Durata totale: 42:17
Lineup:
  • Martino Bertozzi – voce
  • Marco Sette – chitarra
  • Fabio Paolucci – basso
  • Marco Di Rocco – batteria
Genere: death/doom metal
Sottogenere: sludge metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook dei Boycott Mankind

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