RebelDevil – The Older the Bull, the Harder the Horn (2015)

Per chi ha fretta:
Al contrario di molti side-project, baracconi senz’anima, i RebelDevil hanno qualcosa da dire, come dimostra il loro secondo album The Older the Bull, the Harder the Horn (2015). Si tratta di un album un po’ di maniera ma convincente e ben fatto, con sonorità affascinanti a metà tra il groove/southern metal e l’heavy classico – il che riflette la provenienza dei due fondatori, Dario Cappanera della Strana Officina e Gianluca “GL” Perotti degli Extrema. Si tratta di un genere personale, supportato peraltro dalle qualità dei musicisti coinvolti: lo dimostra una scaletta tutta di alto livello, in cui pezzi come Remember, la title-track e Alone in the Dark sono solo la punta dell’iceberg. Per questo, alla fine The Older the Bull the Harder the Horn riesce a sfiorare il capolavoro, e potrà piacere sia ai fan del southern che a quelli dell’heavy classico. 

La recensione completa:
Se nella storia del rock e del metal si può quasi dire che i supergruppi siano sempre esistiti, negli ultimi due decenni si è vissuta una vera e propria esplosione in tal senso, con tantissime band di questo tipo che hanno fatto il loro ingresso in scena. Purtroppo, quest’affollamento non ha avuto corrispondenza con la qualità; moltissimi supergruppi in questi anni sono sembrati essere infatti più side-project fatti più per riempire il tempo o per monetizzare ulteriormente il proprio successo che band “serie”, con qualcosa da dire.  Non si deve però fare di tutta l’erba un fascio: non è sempre così, e gruppi come i RebelDevil lo stanno a dimostrare. Nato dall’unione d’intenti tra Dario “Kappa” Cappanera della Strana Officina e Gianluca “GL” Perotti degli Extrema, e completato da Alessandro Paolucci (Raw Power) al basso e Ale “Demonoid” Lera (Exilia, Tasters) dietro le pelli, l’ensemble si segnala infatti per la passione  che mette nella propria musica, come per esempio è possibile sentire nella sua seconda fatica discografica, The Older the Bull, the Harder the Horn, uscito qualche mese fa. Quello di cui parliamo oggi è infatti un album un po’ di maniera ma solido e convincente, oltre che curato e professionale, in cui la band mette in mostra un genere che seppur sia presentato come groove/southern ha in realtà un’anima molto tradizionale, proveniente dall’heavy metal più classico, nonostante la lezione di quest’ultimo venga modernizzata e le influenze dei due generi suddetti siano comunque molto ben presenti.  Il risultato finale, per quanto non faccia gridare al miracolo, è comunque piuttosto personale, il che è sicuramente uno dei punti di forza di questo lavoro. Prima di cominciare la disamina, una parola la merita anche la scelta dei RebelDevil di far uscire l’album soltanto nel formato digitale, almeno per ora: una scelta che forse non pagherà, ma che denota, oltre che coraggio, una mentalità moderna e non troppo ancorata al passato, lodevole a mio avviso.

Si entra subito nel vivo col roccioso riff di Rebel Youth, canzone che ci mostra subito il lato più moderno e groove-oriented dei RebelDevil. In essa infatti si alternano lunghi tratti molto potenti e macinanti, caratterizzati dall’ugola graffiante di Perotti (la cui versatilità è uno dei grandi punti di forza dell’album) e aperture molto più melodiche, sia nel riffage che nel cantato, ma comunque piuttosto crepuscolari, grazie a un feeling di fondo dilatato e che ricorda addirittura da lontano il grunge. Queste due frazioni però si incastrano bene, grazie anche a un songwriting semplice ma di altissima qualità nelle poche variazioni della traccia, che per questo non fa che aprire quest’album nel migliore dei modi. Giunge quindi  Sorry, pezzo più lento ed espanso, che presenta lunghi tratti dalle ritmiche grasse a metà tra psichedelia e southern metal che poi ritorneranno anche nei chorus, arricchiti da un Perotti piuttosto aggressivo ma che non stona col resto. Queste parti si alternano con strofe invece leggermente più animate e dirette e con bridge in cui la stessa norma viene riletta in maniera più tranquilla e catchy, tanto da sembrare più ritornelli dei ritornelli stessi. C’è poco altro da riportare a parte un buon solo di Cappanera al centro, ma la semplicità comunque paga: abbiamo un’altra canzone di valore, anche se forse leggermente inferiore a quelli che ha intorno. Torniamo a qualcosa di più animato e cattivo con Freak Police, la quale mette subito in mostra un riff di estrazione quasi thrash che viene scandito con estrema energia (grazie anche al sound molto efficace che del resto tutto l’album possiede), contribuendo già da subito a coinvolgere. Il ritmo non è però affatto estremo, e decade insieme alle ritmiche di chitarra nelle strofe, brevi e più espanse; si torna alla potenza coi ritornelli, anthemici e da urlare col pugno verso il cielo. Il meglio della canzone sono però le imperiose aperture che fanno capolino di tanto in tanto, in cui convivono pulsioni ancora di forte gusto groove/southern e armonizzazioni anche piuttosto ricercate, uno splendido contrasto che valorizza ancor di più un pezzo appena al di sotto dei migliori di The Older the Bull, The Harder the Horn. Se fin qui le sonorità sono state molto moderne, con Remember passiamo a qualcosa di molto classico, nonostante un certo background sudista non sparisca: abbiamo infatti un brano che dopo un breve sfogo iniziale, possente e quasi doom, si avvia melodico e con la convivenza tra la base metal e le chitarre pulite in sottofondo, che aiutano a evocare una forte malinconia, calda e emozionante. Il momento migliore, dove questo feeling esplode, sono però i ritornelli, piuttosto potenti ma che lungi dall’aggressività evocano un fortissimo pathos, grazie a melodie orecchiabili ma non troppo zuccherose e a un Perotti estremamente espressivo. E’ praticamente tutto qua, i quattro minuti scarsi del pezzo passano velocissimi, lasciando però un’ottima impressione: siamo infatti al cospetto di uno degli episodi topici del platter! Giunge poi Religious Fantasy, che si mostra ancor più tradizionale: il suo riffage è molto heavy-oriented, come sottolineato in pieno anche dall’atmosfera quasi scanzonata e dal cantato di Perotti, che si improvvisa quasi screamer. Canonica è anche la struttura, che a strofe più dirette e di basso profilo, dominate spesso dalla doppia cassa di Lera,  accoppia ritornelli più aperti e liberatori; dall’altra parte, però, una scrittura sapiente e qualche reminescenza groove-oriented aiutano molto a rendere questo episodio molto di più che un blanda e stereotipata canzone heavy classico, facendola risultare forse inferiore alle migliori qui dentro ma in ogni caso molto divertente.

The Older the Bull, the Harder the Horn si avvia subito col suo riff principale, ossessivo ma davvero splendido, col suo retrogusto blues assecondato anche dalla sezione ritmica, che si incrocia molto bene con un altro influsso molto più heavy metal classico. Così, strofe abbastanza contenute, d’attesa, si alternano con momenti in cui la struttura torna fuori, per poi confluire in refrain leggermente più aggressivi, e che col loro mood prepotentemente sudista riescono a coinvolgere molto bene. In tutto ciò c’è spazio anche per un rapidissimo solo di Cappanera, per il resto la canzone procede tutta sulla stessa struttura lineare; nonostante questo, però, abbiamo un episodio estremamente efficace e potente, da annoverare sicuramente tra gli episodi di più alta qualità di questo omonimo album. E’ quindi la volta di Angel Crossed My Way, primo lento della serie che esordisce docile e senza alcuna chitarra distorta, con gli arpeggi di Cappanera che si sovrappongono tra loro e sorreggono la voce di Perotti, mai così tenera e calda, il tutto a creare un effetto malinconico fortissimo che si fa più pure più intenso nei semplici chorus, unico tratto vagamente metallico del pezzo di cui è peraltro il momento migliore. Ottimi anche i piccoli arrangiamenti che rendono la musica più varia, come le brevi incursioni di tastiere o la bella frazione centrale, inizialmente più dolce per poi vedere ancora valide trame di chitarra, uno dei momenti migliori di una ballata bella e avvolgente. Si torna quindi alla potenza con Crucyfin’ You, episodio a metà tra heavy e southern che sin da subito si propone piuttosto potente ma per nulla oscuro, un brano anzi quasi da strada per la carica che i RebelDevil vi mettono sin dalle prime battute. Questa foga viene abbandonata solo nei ritornelli, più lenti e riflessivi, perdendo in potenza ma guadagnando parecchio in fatto di orecchiabilità e stampandosi ben presto nella mente dell’ascoltatore. Nonostante ciò, il tutto stavolta riesce a coinvolgere in misura minore che in passato, con in particolare il songwriting che fa meno la differenza; questo, unito alla durata ancora molto esigua, fanno apparire questa song come un divertimento estemporaneo, nonché l’episodio che per quanto piacevole è il meno bello di questo lavoro. È quindi il turno della seconda ballad della serie, Alone in the Dark, traccia che sin da subito si presenta darkeggiante e intensa dal punto di vista sentimentale, con un crepuscolare arpeggio che sostiene cori estremamente catchy, che ricordano quasi una versione più oscura e malinconica delle ballate hair metal anni ottanta. La song si fa però presto più pesante e aggressiva, per chorus più animati ma che non cercano l’impatto, evocando invece un mood ancor più infelice, cosa che riesce molto bene grazie a melodie di chitarra veramente azzeccate. Ancora una volta la struttura segue la più classica forma-canzone, con giusto qualche variazione in più, ma ciò non è che un altro punto di forza: siamo addirittura al cospetto del punto più alto dell’album, insieme alla title-track e a Remember. A questo punto non manca molto alla fine: a chiudere il disco giunge Power Rock ‘n’ Roll, che come da titolo è una composizione molto animata ed energica , che alternando con urgenza le proprie varie parti e andando subito al punto, riesce a incalzare e a divertire. Strofe d’impatto confluiscono così rapidamente in chorus pesanti e molto catchy, dal vago piglio punk/alternative che però le rende semplicemente più incisive. Ancora una volta, c’è poco altro da riportare, a parte l’ennesima sezione strumentale di qualità posta al centro: abbiamo infatti un brano semplice ma estremamente godibile, che con la sua carica porta a termine quest’album al meglio.

The Older the Bull, the Harder the Horn non è un capolavoro ma quasi, un lavoro che nei suoi poco più di quaranta minuti riesce a coinvolgere e a intrattenere a volontà. Se non vi dispiace il southern metal più di versante groove, ma anche se semplicemente amate il sano vecchio heavy metal e al tempo stesso la modernità non vi spaventa, dategli perciò una possibilità, senza pregiudizi: vedrete che i RebelDevil vi terranno compagnia a dovere!

Voto: 88/100

Mattia

Tracklist:

  1. Rebel Youth – 03:53
  2. Sorry – 04:21
  3. Freak Police – 03:39
  4. Remember – 03:40
  5. Religious Fantasy – 03:56
  6. The Older the Bull, the Harder the Horn – 04:39
  7. Angel Crossed My Way – 05:48
  8. Crucifyin’ You  – 03:24
  9. Alone in the Dark – 04:15
  10. Power Rock ‘n’ Roll  – 03:36
Durata totale: 41:11
Lineup:

  • Gianluca “GL” Perotti – voce
  • Dario “Kappa” Cappanera – chitarra
  • Alessandro Paolucci – basso
  • Ale “Demonoid” Lera – batteria
Genere: groove/heavy metal
Sottogenere: southern metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook dei RebelDevil

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