Stone Circle – Stone Circle (2014)

Con il loro passaggio dal progressive metal estremo al progressive rock, con Heritage (2011), gli Opeth hanno lasciato un vuoto in molti fan della loro prima era: il loro apporto al metal, che non esiterei a definire unico, non è stato col tempo rimpiazzato da nessuno, anche perché tutti coloro che hanno provato a seguirne le orme non hanno saputo replicarne la magia. E’ per esempio questo il caso della band odierna, gli albionici Stone Circle: il genere espresso nel loro secondo full lenght omonimo, uscito a fine 2014 in esclusiva in allegato al magazine anglosassone Terrorizer, è infatti un progressive death metal moderno e molto arzigogolato, ai limiti con il techno death, che ingloba inoltre a tratti influenze da generi come black, groove, metalcore, gothic; il risultato complessivo ricorda un po’ la band svedese del periodo Watershed, anche se manca la classe che rendeva quest’ultimo, seppur di alcuni gradini inferiore ai classici del gruppo, comunque un ottimo lavoro. Al contrario di esso, l’album degli inglesi pecca parecchio di un problema che affigge buona parte del prog moderno, ovvero il concentrarsi troppo sull’aspetto più tecnico della propria musica a discapito di quello più melodico. E’ soprattutto per questo che Stone Circle suona a tratti inespressivo, e anche il contorno non è poi dei migliori: per esempio il sound professionale e moderno ma anche molto freddo impostato dal gruppo non aiuta di certo in tal senso. Dall’altra parte, l’album non è poi troppo  negativo, ma solo perché la band oltre alla sua tecnica mette in mostra anche qualcosa di più appetibile, a livello di songwriting ma anche di atmosfere: resta tuttavia la sensazione dell’occasione sprecata, per un album discreto ma che poteva essere molto più interessante di come effettivamente è.

Come anche da titolo, Beekeeper esordisce col suono del ronzio delle api, prima che la potente norma iniziale, bassa e molto spostata sul versante metal moderno, cominci lenta ma inesorabile a graffiare, a tratti piatta in maniera voluta, per poi diventare però man mano più melodica e armoniosa. Questa parte può essere vista come giusto un intro, perché la canzone vera e propria è in realtà molto più lenta (forse troppo) a entrare nel vivo, e da toni estremamente soffusi, seppur anche piuttosto cupi, progredisce per scalini, piuttosto ossessiva e con tratti anche di potenza estrema, con l’apice che giunge, dopo momenti burrascosi e molto death-oriented, quando Joe Ashwin sfodera la sua voce pulita, per un breve tratto di apertura e di pathos; da qui si avvia una breve coda dalle ritmiche spezzettate e progressive, la quale poi va a chiudere un pezzo che nonostante presenti alcuni dei difetti del disco che apre risulta comunque efficace e molto piacevole. Il preludio ella successiva Easter Island è espanso e vede una chitarra echeggiare nel vuoto, generando sin da subito un effetto solenne e vagamente malinconico che poi proseguirà con anche più forza quando la canzone deflagra con potenza metallica. La prima parte è contraddistinta da una norma divisa tra momenti placidi ma pesanti, che incidono in maniera eccezionale anche quando si aprono del tutto, rapide aperture sostenute da synth monotoni ma imponenti  e passaggi molto “balladeschi”. Vi sono anche accelerazione piuttosto convulse che spezzano la norma, ma che non stonano quasi mai, se non quando cercano di essere troppo aggressivi; di questa lunga prima parte è buono anche il songwriting, che eccetto i suddetti brevi momenti contribuisce a una progressione ben costruita, incastrando passaggi tutti di qualità. Il vero problema della composizione  è invece la parte conclusiva, la quale presenta spunti coinvolgenti affogati però in un mare di tecnicismi molto fini a se stessi, che stancano quasi subito, castrando la resa di un pezzo che fino a tre quarti poteva essere tranquillamente annoverato tra i migliori del disco, ma che così decade un po’(il che peraltro la rende praticamente anche il perfetto manifesto degli alti e bassi di Stone Circle). Giunge quindi Sentinel:  sin dall’inizio è un brano movimentato e tempestoso, che presenta nel riffage un’influenza metalcore più marcata che in passato, come anche qualcosa di hardcore e di alternative nelle melodie e nel ritmo impostato dal batterista Sam Hill. Il particolare che risalta sin da subito è però la volontà dei musicisti di mettersi in mostra: si cominciano infatti ad alternare tantissime parti diverse senza soluzione di continuità, a discapito però della coerenza e della musicalità dell’episodio, che infatti sembra solo un’accozzaglia di parti diverse unite senza quasi un senso, seppur non siano disprezzabili se prese a sé stante. Di fatto, in questa canzone non c’è granché che resta in mente; fa eccezione la frazione conclusiva, che dopo il bell’assolo centrale della chitarra di Ashwin, finalmente espressivo, presenta una lunga frazione soffusa e prog rock-oriented, che chiude pure il pezzo; complessivamente abbiamo però un episodio tecnicamente impeccabile e addirittura eccezionale, ma che qualitativamente risulta solo senza infamia e senza lode.

Un arpeggio malinconico e docile introduce al meglio Chains, semi-ballad che ricorda quelle degli Opeth, coi suoi toni ombrosi ma ricercati e il tripudio di chitarre acustiche, aggiungendovi peraltro un vaghissimo retrogusto blues che si integra bene con le trame delle chitarre acustiche e coi vocalizzi docili e puliti del bravo Ashwin. La struttura non si sofferma solo a questo, ma è punteggiata di momenti di pura potenza metal, seppur anch’essi non siano aggressivi e tendano a mantenere la diffusa nostalgia, che si fa più forte, a tratti quasi straziante. L’unico passaggio che si discosta da questa norma è quello posto verso tre quarti, che svolta prepotente su una falsariga molto minacciosa e lugubre, con la comparsa di blast beat e di growl, un momento che però stranamente non stona col resto e anzi graffia anche quando i momenti di luce e quelli di ombra cominciano a mescolarsi. Abbiamo insomma un ulteriore arricchimento per una song finalmente ben focalizzata e che brilla come l’episodio migliore del platter. Un intro soffuso, che da pensare a un nuovo lento, poi Mary Celeste parte possente ma catacombale, per una breve sezione che viene a sua volta abbandonata per la vera norma, molto intricata e prog-oriented. Proprio questo è  il motivo per cui la musica qui non impressiona, né nei momenti più pestati e dal vago sentore djent, né in quelli di apertura, troppo mutevoli per riuscire a evocare qualsiasi cosa. L’unico dettaglio che valorizza un po’ il pezzo è il comparto solistico, decente seppur non faccia gridare al miracolo; per il resto abbiamo una canzone veramente insipida, di gran lunga il brano peggiore di tutto Stone Circle. Si cambia decisamente marcia con God Shaped Hole, traccia che parte quasi subito rapida  e coinvolgente, col suo riffage particolarmente fascinoso che presenta un feeling quasi trionfale nonostante le ritmiche aggressive e i growl, per aprirsi e farsi più dolce, con la comparsa della chitarra acustica di Tom Skelton e di un mood quasi sereno, disimpegnato . Da qui la canzone torna presto alla potenza, anche se la voce di Ashwin stavolta è pulita e riesce a emozionare parecchio. Momenti come quello più potente iniziale aperture acustiche e ritornelli aperti ma energici si alternano varie volte lungo la canzone, declinati in maniera differente ma sempre riconoscibili, la struttura qui è in fondo non troppo complessa, il che è il suo punto di forza assoluto. Unico momento invece più intricato e tecnico è quello centrale, veramente labirintico, pieno di pause e di passaggi diversi, ma che comunque riesce quasi sempre ad avere un buon impatto, grazie anche a soluzioni sempre di gusto death; ottima è anche la frazione che segue, eterea e molto dolce, addirittura uno dei momenti più belli della song prima della ripresa della falsariga principale. Nel complesso, abbiamo un pezzo  di fattura notabile, senza dubbi il migliore del platter insieme a Chains. Siamo giunti agli sgoccioli: la conclusiva Final Thought si apre ancora con tonalità distese, pacate, giusto un pelo tristi, che vanno avanti a lungo, crescendo un po’ col tempo in ritmo e in intensità, ma senza mai abbandonare sonorità da ballad. Sembra quasi che la traccia debba proseguire così a lungo quando invece il tutto deflagra all’improvviso, finalmente con chitarre metal-oriented che riescono a fare la differenza, nonostante l’atmosfera sia ancora preoccupata e tranquillamente infelice, certo non estrema. E’ un rapido sfogo, prima che il brano torni a rallentare e a farsi acustico: a spezzarne l’essenza fin’ora del tutto strumentale appare così la voce di Ashwin, anch’essa molto placida, accompagnando al meglio la musica qui espressa dal gruppo. Vi è un unico momento, di fatto, nella canzone che non ispira calma: è quello posto nel finale, in cui tornano le influenze death del gruppo, per una parte che però mantiene il feeling intenso già sentito, se si eccettua il breve momento minaccioso che infine conclude la traccia e con lei l’album.

Alla fine dei giochi, Stone Circle è un album a due facce, che contiene ottimi spunti ma li annacqua in troppi frangenti in un mare di tecnica spesso ambiziosa e fine a sé stessa. Ciò è peraltro un vero peccato: se infatti il buono del disco fosse stato sviluppato a dovere dagli Stone Circle, quest’album sarebbe potuto essere addirittura un capolavoro, invece che qualcosa di semplicemente più che decente. L’amarezza per l’occasione sprecata è quindi tanta, ma se siete amanti “hardcore” del metal più tecnico mi sento lo stesso di consigliarveli: chissà che in quest’album non riusciate a trovare lo stesso qualcosa di piacevole!

Voto: 69/100

Mattia


Tracklist:

  1. Beekeeper – 08:29
  2. Easter Island – 08:26
  3. Sentinel – 07:54
  4. Chains – 07:32
  5. Mary Celeste – 06:19
  6. God Shaped Hole – 09:13
  7. Final Thought – 08:14
Durata totale: 56:07
Lineup:
  • Joe Ashwin – voce e chitarra
  • Tom Skelton – chitarra
  • James Pearce – basso
  • Sam Hill – batteria
Genere: progressive/death metal
Sottogenere: extreme progressive metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale degli Stone Circle

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