T.H.L. – Thirteenth Hell Level (2014)

Essendo nel mio piccolo anch’io un’artista (seppur non nel campo della musica), ho imparato che spesso le recensioni negative sono molto più utili di quelle positive: se le seconde fanno infatti sempre piacere, sono però le prime che, sottolineando problemi e ingenuità, aiutano l’artista in questione a maturare e a migliorare, imparando dai propri errori. Nonostante ciò, personalmente amo poco stroncare un gruppo: il mio approccio alle recensioni è sempre stato all’insegna della gentilezza e ho cercato per quanto possibile di trovare il buono che c’è in ogni disco. Gentilezza tuttavia non vuol dire disonestà, e quando un disco si merita solo un giudizio negativo preferisco darglielo che graziarlo con una “promozione politica”: è per questo che, per quanto sia dispiaciuto, non posso promuovere un gruppo come i bresciani T.H.L.. Nel loro esordio Thirteenth Hell Level (nome per esteso della band), uscito lo scorso anno, il gruppo propone un hard rock piuttosto melodico, con giusto qualche spunto più heavy, che mescola suggestioni anni settanta con qualche influsso dal decennio successivo e mi ricorda un po’ certi Blue Öyster Cult, seppur senza le tastiere; il tutto è inoltre corredato dalla bella voce di Federica Cressi, calda, piena e molto bluesy, che sicuramente rappresenta un punto di interesse in un genere come il rock duro classico dove ci sono pochissime cantanti del genere. Se fin qui va tutto bene, affrontata nel dettaglio la musica dei T.H.L. soffre di parecchi difetti: su tutte spicca una fortissima ingenuità, con canzoni che risultano per gran parte acerbe, non riuscendo a essere sufficientemente focalizzate per incidere a dovere; in particolare, vi sono dei passaggi e delle partiture strumentali che al mio orecchio stonano tra loro (non me ne voglia, ma citerei per esempio la prestazione di Luca Massari alla batteria). Tutto ciò, unito alla presenza di diversi cliché e a un’originalità non troppo spiccata, fa si che nel complesso il lavoro dei bresciani non sia molto apprezzabile, nonostante qualche particolare riuscito come il già citato reparto vocale o dei testi per nulla banali. Non aiutano a tal proposito anche le caratteristiche di contorno, come per esempio il suono generale di Thirteenth Hell Level: è grezzo e impreciso, probabilmente troppo per l’hard rock classico, e non riesce a supportare la resa del gruppo, anche se rispetto agli altri difetti forse questo è quello meno importante.

Dopo un attacco piuttosto potente, la opener Master Dominio è in realtà più particolare, con strofe aperte e dal piglio quasi reggae (che ricordano molto Burnin’ for You dei già citati B.Ö.C.), i quali presentano una bella tensione, grazie alla voce della Cressi, e ritornelli leggermente più potenti ma che non esplodono, essendo invece troppo espansi e spezzettati. E’ proprio questo il principale difetto di un pezzo che per il resto non è proprio da buttare, ma grazie a trame decenti e anche al bell’assolo di chitarra posto al centro si rivela di discreta fattura. Giunge quindi Born to be Wild, rilettura del celeberrimo pezzo degli Steppenwolf reso anche più rapido e potente, arrivando quasi a sfiorare l’heavy metal propriamente detto; a tal proposito, la band si dimostra in questo frangente competente a livello strumentale, e riesce a conferire la giusta energia e carica sia alle dinamiche strofe che ai più lenti ritornelli. Il risultato finale è una cover non eccezionale ma comunque ben riuscita, che spicca all’interno di Thirteenth Hell Level. Dopo un breve intro ancora piuttosto potente, la seguente Really Cruel si dimostra più aperta e solare, con un mood di rilassatezza che si propaga in tutta la sua durata. E’ però questo l’unico particolare riuscito di un pezzo che per il resto funziona molto poco: le strofe infatti sono in parte rovinate da ritmiche di chitarra striscianti e che sembrano poco in linea col resto; anche il soffice interludio centrale, seppur carino, sembra comunque un pelino troppo statico. Il peggio sono però i ritornelli, scollati e inconsistenti, affossanomolto il tutto: fossero stati almeno un pelo catturanti la canzone si sarebbe salvata, ma così purtroppo non è. Introdotta dal basso di Simone Agliardi e dalla batteria di Massari, giunge quindi Honky Tonky Woman, seconda cover della serie (stavolta sono i Rolling Stones ad essere stati omaggiati) che si avvia placida e molto rockeggiante, specie nel riffage della coppia Fiorenzo Consonni/Roberto Mazzucchelli, con la sua elementare alternanza tra strofe lineari e tranquille e ritornelli più animati ed esplosivi. Nel complesso, abbiamo un’altra riproposizione interessante, tre minuti lisci che scorrono in maniera piacevole. Un altro preludio piuttosto soffuso, ma stavolta più crepuscolare e strano, introduce Erythroxylum, canzone  che poi prosegue ancora con un mood preoccupato e cupo, quasi triste, il quale ammanta la progressione che dalle strofe, più contenute e di basso profilo, ci conduce ai ritornelli, più esplosivi e che finalmente coinvolgono, nonostante non restino facilmente in mente. Carina è anche la lunga parte centrale strumentale, in linea per feeling con il resto, e che corona un pezzo con qualche difetto ma che in ogni caso emerge come quello di gran lunga migliore in Thirteenth Hell Level. Segue Longway to Redemption: la prima ballata della serie è un pezzo che dopo un inizio molto soffice e guidato dai synth si rafforza leggermente con la partenza di un lead di chitarra vagamente blues, che si sovrappone alla base fatta ancora di tastiere e di lievi chitarre pulite, su cui in seguito comparirà anche la voce delicata della Cressi. Il pezzo vive tutto dello scambio tra questi momenti morbidi e ritornelli più duri e tesi, con poche variazioni, che constano principalmente nei vari assoli sparsi qua e là. Se tutto ciò in fondo non è malaccio, la resa del pezzo in totale è castrata da una durata francamente eccessiva (sette minuti) non supportata da alcuna evoluzione: il risultato è un pezzo che ha i suoi momenti, ma francamente troppo ripetitivo per poter fare la differenza.

Torniamo a lidi più elettrici con War, anche se siamo ancora su livelli qualitativi piuttosto bassi: purtroppo a dominare questo brano sin dal principio è una forte sensazione di già sentito, specie per le melodie, che seppur non disprezzabili sono comunque piuttosto scontate e non riescono a lasciare il segno, per colpa anche dell’ennesima impostazione ritmica alla “stop ‘n’ go”, che distrugge totalmente il dinamismo della canzone. Dall’altra parte, i ritornelli stavolta riescono a incidere in maniera discreta, e anche l’assolo non è da buttare, ma è comunque troppo poco per salvare dal baratro questi cinque minuti e mezzo che trascorrono senza praticamente lasciare traccia di sé.  E’ il turno di Somewhere, seconda ballata della serie che si presenta molto soffice e dal vago retrogusto folk rock, grazie alle chitarre acustiche di Consonni e Agliardi. Come da tradizione, la struttura alterna strofe più soffici e ritornelli leggermente più intensi, anche se nessuna chitarra distorta fa stavolta la sua entrata in scena: forse anche per questo particolare, a cui si allineano anche le buone melodie vocali della Cressi, la traccia incide maggiormente. La chitarra acustica è anche la protagonista dell’assolo centrale, arricchimento di una ballata che non farà gridare al miracolo, ma se non altro è piacevole per il suo feeling dolce e ricercato. Si torna alla potenza con Forget, canzone che dopo un breve sfogo parte lenta ma pesante, anche se il solito sistema di pause e di ripartenze la rende troppo movimentata e spezzettata per graffiare.  Se ciò nelle strofe in fondo non è troppo negativo, i ritornelli ne soffrono invece drammaticamente: oltre alla prestazione della Cressi, di valore ma che non si integra col resto, un tempo di base di nove quarti, messo lì senza alcun senso ai fini della musicalità, quasi a dimostrare che lo si sa fare, li rende secondo la mia modesta opinione addirittura fastidiosi. Nel complesso insomma abbiamo un pezzo che vorrebbe scatenare ma che è solo molto ingenuo, e si rivela addirittura il punto più basso di Thirteenth Hell Level. Anche se con fatica, siamo ora giunti alle ultime battute: la conclusiva Sociopatic presenta un attacco molto aggressivo (almeno per essere hard rock), che ricorda vagamente Children of the Grave dei Black Sabbath; quindi la musica si calma molto per ripartire, dopo un breve interludio, con più pathos. Le strofe sono quindi calme, eteree e finalmente dritte, e incidono abbastanza; lo stesso vale anche per i refrain, che recuperano la potenza dell’inizio e la corredano con una buona tensione emotiva, che li fa incidere a dovere (e fa chiedere anche se i T.H.L. non si muovano meglio su queste sonorità più potenti che su quelle del resto del disco).  Se tutto ciò è anche positivo, la frazione posta sui tre quarti però, troppo esagerata e in cui la Cressi lascia i toni caldi in cui si muove meglio per improvvisarsi urlatrice, incide meno. Anche alcuni degli altri particolari del pezzo non sono propriamente riusciti: abbiamo per questo una chiusura con spunti buoni ma che nel complesso non riesce ad andare oltre la sufficienza.

Giunti a questo punto, c’è rimasto ben poco da dire su Thirteenth Hell Level: abbiamo un album in cui assurdamente le due cover sui dieci pezzi totali risultano anche tra gli episodi migliori, il che è un buon indice del suo livello generale.  Sono sinceramente mortificato di doverli stroncare, nessuno vorrebbe farlo e men che mai con un gruppo italiano, ma i T.H.L. purtroppo lo meritano. Nonostante questo, auguro comunque loro di maturare e di riuscire a superare tutti i problemi di questo esordio: dopotutto qualcosa di positivo qui dentro c’è, e se lavoreranno con costanza chissà che il loro secondo album non possa essere anche più che decente.

Voto: 52/100

Mattia

Tracklist:

  1. Master Dominio – 03:25
  2. Born to be Wild – 03:29
  3. Really Cruel – 03:34
  4. Honky Tonk Women – 03:10
  5. Erythroxylum – 04:51
  6. Longway to Redemption – 07:13
  7. War – 05:36
  8. Somewhere – 04:49
  9. Forget – 03:07
  10. Sociopatic – 04:19
Durata totale: 43:33

Lineup:
  • Federica Cressi – voce
  • Fiorenzo Consonni – chitarra
  • Roberto Mazzucchelli – chitarra
  • Simone Agliardi – basso
  • Luca Massari – batteria
Genere: hard rock
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale dei T.H.L.

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