Night Falls Last – Deathwalker (2014)

Per chi ha fretta:
Gli austriaci Night Falls Last sono un gruppo con una certa personalità. Il loro stile è infatti un thrash metal moderno contaminato fortemente dal groove, con in più qualche influsso metalcore. È un genere potente, ma il gruppo ha anche una forte attenzione per la melodia e la musicalità, difficile da trovare nel genere. È anche per questo che il loro esordio Deathwalker (2014) è un grande album, oltre a una buona personalità e a un suono non perfetto, ma adatto al contesto. E così, la tracklist si mantiene sempre su livelli alti: lo dimostrano Fear the Machine e la title-track, le punte di diamante che spiccano di più. Per questo, pur non essendo un lavoro che cambierà le sorti del metal, Deathwalker è buonissimo, ed è adatto a chi cerca qualcosa di fresco nel thrash moderno. 

La recensione completa:
Muscoli e mente. E’ questo il miglior modo per descrivere la musica dei Night Falls Last, formazione proveniente da Hartberg, città dell’Austria orientale. Da una parte, il loro genere è un thrash metal piuttosto moderno e con copiosi influssi groove, ispirato a nomi come Exodus, Dark Angel, Exhorder e in special modo Testament: i riff infatti riportano alla mente in parte il periodo anni ottanta della band, in parte l’incarnazione più moderna della creatura di Eric Peterson e Alex Skolnick, e anche il cantante Wolfgang Fleck ricorda da lontano il Chuck Billy più estremo, con il suo alternare un cantato al limite del growl e potenti scream hardcore. Dall’altro lato, la band mostra un’attenzione inedita, almeno nel suo genere, per la melodia e per la varietà, con aperture più ricercate che si alternano spesso con i momenti più tirati; la loro musica inoltre presenta una buona tendenza verso la modernità, con per esempio qualche caratteristica rubata al metalcore. In ogni caso, la band nasce nel 2008 per esordire due anni dopo con l’EP Decisions and Directions; un nuovo EP, Return of the Fallen (2012), poi passano altri ventiquattro mesi e la band giunge finalmente all full-lenght con Deathwalker, uscito a fine dello scorso anno. Oltre alle suddette sonorità particolari, in quest’album la band riversa carica e melodia nelle giuste proporzioni: se ciò non lo rende radicalmente innovativo, abbiamo comunque un lavoro personale e incisivo, certo molto di più del solito dischetto nostalgico e stereotipato. Prima di cominciare con la solita disamina, qualche parola la merita anche il suono generale del disco: è molto valido, secco ma graffiante, l’unica sua lieve pecca è che alcuni strumenti, come il basso o anche i synth (c’è un tastierista ufficiale in formazione!) sono spesso abbastanza nascosti, ma è un difetto veniale, che comunque non da troppo fastidio alla buona riuscita di Deathwalker.

Invasion, l’intro di rito, è un frammento che su suoni ambientali inquieti di sottofondo presenta una semplicissima chitarra pulita, dal vago feeling malinconico, animato a metà da un ritmo pseudo-industrial. Nel complesso è un preludio che può sembrare quello di un disco d’atmosfera, ma la tempesta è in arrivo, e lo si capisce nel più brutale dei modi quando Fear the Machine esplode in tutta la sua intensità! Abbiamo una traccia subito piuttosto pestata e violenta, che alterna velocemente strofe rapide, thrashy e in cui Fleck urla in maniera estrema, che confluiscono in bridge e ritornelli meno rapidi, ma cattivi e oscuri al punto giusto per graffiare a meraviglia. Se questa norma è molto diretta, la canzone lascia però spazio anche a qualcosa di meno esasperato per alcuni stacchi, tra cui notabile è quello centrale, semplice ma incisivo, con il suo equilibrio tra aggressività e pathos, una vera e propria ciliegina sulla torta di un brano che entra da subito nel novero dei migliori di quest’album. Segue Detonate, pezzo più lento ma distruttivo quanto il precedente, con il suo scambio tra momenti pressanti e ossessivi, fughe che però paradossalmente sono più melodiche nelle ritmiche, anche se Fleck contribuisce a renderle estreme, e momenti più particolari, che a tratti soffrono leggermente di staticità. Il tutto è inoltre più vario che in passato, grazie anche al lavoro di Patrick Arzberger alla batteria, che insieme ai chitarristi ritmici Peter Geier e Raphael Kerschbaumer rende la musica sempre in movimento; anche la struttura tende a variare maggiormente, con, per esempio, una lunghissima parte centrale piuttosto contenuta e più orientata alla malinconia che all’aggressività. In tutto ciò, c’è qualche passaggio che funziona meno, ma comunque abbiamo un pezzo di impatto assoluto, con pochissimi momenti morti nei suoi quasi sette minuti di durata. Dopo due brani così tirati, con A Call to Inferno i Night Falls Last ci mostrano il loro lato più melodico: dopo un breve intro sintetico, la canzone esplode con un riffage a metà tra suggestioni melodeath, potenza thrash e reminiscenze groove, cominciando quindi ad alternare strofe in certi frangenti veloci anche se meno serrate e più espressive che in passato, e chorus liberatori e quasi sognanti, in cui il bassista Christoph Kerschenbauer sfodera per la prima volte la sua voce pulita, sgraziata e quasi grunge ma che ha un suo fascino particolare. Ottima anche l’estesissima sezione centrale con un bell’assolo e delle reminescenze moderne, indicativa del mood strano, emotivo ma anche maschio e teso, che avvolge tutta la canzone, rendendola comunque un gran bel esempio dell’eclettismo della band. Si torna a qualcosa di più cattivo con Shootout, canzone più di versante groove che sin dall’inizio si presenta vorticosa e grassa. Seppur alcuni passaggi incidano parecchio, tipo i chorus dalla natura potente ma catchy o i bei lead sparsi qui e là, la song pecca però un po’ di staticità, non aiutata da una scrittura per una volta poco catturante; ciò si risolve solo nel finale, convulso e potentissimo, in cui come nel resto del pezzo si mette in mostra Kerschenbauer al basso, importante a conferire il giusto groove a una parte che ritira su l’episodio rendendolo almeno discreto, seppur sia il punto più basso di quest’album. Con Deathwalker è tutta un’altra faccenda: essa si avvia difatti piuttosto melodica, almeno per gli standard del gruppo, per poi imboccare una strada martellante e davvero da urlo per potenza sprigionata. Momenti del genere si incolonnano a ritorni prepotenti della melodia, a parti di fuga più thrash-oriented, a frazioni dritte e oscure sottolineati anche da vaghe tastiere in sottofondo e a breakdown con forti reminiscenze dei Pantera. Il tutto è però incastrato alla perfezione, e coinvolge in ogni secondo, grazie in special modo a un riffage macinante, che coinvolge sempre meravigliosamente: abbiamo facilmente così l’episodio migliore dell’album omonimo insieme alla opener.

Start to Breathe si apre con l’intro elettronico del tastierista Philipp Hofer, con tanto di pianoforte in bella vista, che si compenetra con l’arrivo in scena del metal, per un momento che ricorda addirittura i Dark Tranquillity degli anni duemila, prima che la canzone esploda con più energia. Si presentano allora ritmiche ancora di retrogusto melodeath che sorreggono brevi passaggi vorticosi, i quali si scambiano però spesso con refrain in cui la voce pulita di Kerschenbauer contribuisce alla palpabile tensione emotiva qui presente. C’è poco altro nel brano a parte un momento più aggressivo e thrash-oriented posto al centro, che nonostante la diversità col resto coinvolge bene con le sue soluzioni e i suoi toni obliqui, confluendo poi in un finale che riprende la norma principale in maniera ancor più intensa e deflagrante, degna chiusura di un brano nuovamente di qualità. La successiva The Bitter Taste of Disease è ancor più melodica del precedente, sin dall’indefinito inizio, vagamente cupo e molto soffuso, che precorre una canzone di puro thrash melodico. La struttura scambia frazioni più potenti ma dominate ancora dai vocalizzi di Kerschenbauer (che si intreccia in sottofondo con gli scream di Fleck) e da una forte tensione triste e per nulla feroce, e momenti di apertura in cui la sezione ritmica regge toni di chitarra molto diffusa e lo stesso cantante principale, distorto e quasi sussurrato. L’ascoltatore si aspetta già che la canzone sia totalmente una ballata quando i Night Falls Last lo stupiscono partendo con sonorità più thrash e feroci, uno sfogo di pura rabbia che però non stona, ma anzi amplia la varietà di un pezzo che sopperisce alla sua mancanza media di carica con un’atmosfera comunque splendida. Nel finale, Deathwalker alza di nuovo i toni con Rise, pezzo che attacca già tempestoso e aggressivo, puro thrash/groove della vecchia scuola. La struttura però è in continuo divenire, e i momenti più classici e di pura potenza si alternano con blasfemi inserti corali che perdono in velocità per compensare parecchio in malvagità, e con lunghi passaggi dal riffage ancora di derivazione Gothenburg, più espressivi e che vedono anche la comparsa di aperture più soffici, con la voce di Kerschenbauer e le tastiere di Hofer a fare bella mostra di sé. Degna di nota anche la lunga progressione posta poco prima di metà, che da un’apertura in cui il pianoforte regna sovrano sale di intensità pian piano, passando da melodie vagamente maideniane per poi farsi potente e vorticosa, grazie anche ai terremotanti tappeti di doppia cassa di Arzberger, che valorizzano ancor di più il tutto prima della ripresa della norma primaria. Splendida anche la coda strumentale, che rilegge con più calma i temi già sentiti nel resto del pezzo, aggiungendo un tocco di classe in più a un pezzo splendido, che in teoria dopo i suoi nove minuti è ormai finito. In pratica però la musica confluisce senza soluzioni di continuità in And, piccolo interludio di percussioni, suoni industrial ed effetti ambientali, un breve raccordo di meno di un minuto che ci conduce a Fall, ultimo di un terzetto considerabile come una suite più o meno unitaria. Questa conclusione parte subito come uno rullo compressore impazzito, con lunghe parti dalle ritmiche pesanti come macigni e Fleck che passa a tratti a uno scream estremo altissimo, che si avvicendano con momenti leggermente più aperti ma egualmente feroci, grazie a cori oscuri e ossessivi. Con poche aperture, peraltro piuttosto fredde e ancora industrial-oriented, giusto una manciata di momenti melodici (come quello in chiusura) e un incedere assolutamente incalzante, la traccia sembra trascorrere anche più veloce dei suoi tre minuti e mezzo, ponendo una parola fine estrema a quest’album.

Alla fine dei giochi, Deathwalker non sarà l’album che cambierà le sorti del metal, ma è un lavoro ottimo, energico ma anche ragionato, e che soprattutto, pur non inventando nulla, è abbastanza lontano dal thrash revival odierno, coi suoi tanti cliché e il suo sguardo troppo volto all’indietro, verso il passato. Se avete bisogno di metal violento ma non stereotipato né troppo estremo, i Night Falls Last sono insomma il gruppo che fa per voi.  Correte a scoprirli!

Voto: 83/100

Mattia

Tracklist:

  1. Invasion – 01:40
  2. Fear the Machine – 04:06
  3. Detonate – 06:48
  4. A Cal from Inferno – 05:14
  5. Shootout – 05:15
  6. Deathwalker – 05:37
  7. Start to Breathe – 04:29
  8. The Bitter Taste of Disease – 04:21
  9.  Rise – 09:03
  10. And – 00:52
  11. Fall – 03:36
Durata totale. 51:01
Lineup:

  • Wolfgang Fleck – voce harsh
  • Christoph Kerschenbauer – voce pulita e basso
  • Peter Geier – chitarra
  • Raphael Kerschbaumer – chitarra
  • Philipp Hofer – tastiera
  • Patrick Arzberger – batteria
Genere: thrash/groove metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale dei Night Falls Last

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