Theatre of Tragedy – Theatre of Tragedy (1995)

E’ successo a volte, nella storia del metal, che qualcuno abbia avuto un’idea fulminante poi adottata in seguito da tantissime band del genere. A volte è accaduto che queste intuizioni arrivassero addirittura a originare o definire un nuovo stile metal: è successo in due momenti diversi per i Venom e per i Bathory nel black, o per i Pantera per il groove. Anche il gothic deve buona parte della sua faccia più moderna  all’intuito di un gruppo: stiamo parlando dei Theatre of Tragedy. Nati col nome di Suffering Grief nel 1993, in una Norvegia in cui impazza il distruttivo fenomeno del black, la band si focalizza però su un death/doom piuttosto classico, sulla scia delle sonorità inglesi che allora andavano per la maggiore. Quasi subito le composizioni  si faranno però più ricercate: ciò lo spingerà a reclutare una cantante femminile, Liv Kristine Espenæs, inizialmente come corista, ma poi con un ruolo predominante, portando così avanti con molta più convinzione i timidi esperimenti dei Paradise Lost nello stesso senso. Cambiato nome prima in La Reine Noir e poi in quello definitivo, il gruppo pubblica nel 1994 un demo, che attira l’attenzione della Massacre Records (etichetta che all’epoca andava per la maggiore, avendo nel carnet gente come Fates Warning, King Diamond, Atrocity e Crematory): a metà 1995 esce quindi il loro esordio omonimo. Il grande elemento di novità di questo lavoro è proprio la già citata Liv Kristine, che ha precorso le tante cantanti di sesso femminile che si sono cimentate in questo genere e ha parte del merito anche, in coppia con il growler Raymond Istvàn Rohonyi, della creazione dell’impostazione “beauty and the beast”, anch’essa di gran successo; ciò, insieme alle partiture spesso al limite del sinfonico della tastiera di Lorentz Aspen, fanno si che Theatre of Tragedy sia forse il disco più fondamentale per la definizione del gothic metal moderno, cominciando a separarlo dalla sua controparte doom a cui negli anni successivi solo pochi rimarranno ancora legati. Nonostante questo, abbiamo comunque un disco profondamente appartenente alla sua epoca, in cui gli influssi doom e anche death sono ancora molto presenti: è anche per questo che, come vedremo tra un attimo, quest’album possiede un fascino che a vent’anni di distanza si preserva ancora intatto.

Si parte da A Hamlet for a Slothful Vassal, opener che sin dalle prime note ci fa comprendere quale sarà lo stile di Theatre of Tragedy: un doom metal potente ma reso più elegante dalle tastiere e dal pianoforte di Aspen e dalla voce delicata e quasi bambinesca della giovanissima Espenæs, all’epoca appena diciannovenne. La struttura della song ci conduce attraverso vari passaggi, alcuni più preoccupati e oscuri, altri più aperti e in cui i vocalizzi puliti si intrecciano con i growl in sottofondo di Rohonyi, caratteristiche che raggiungono la loro apoteosi in quelli considerabili come ritornelli, piuttosto potenti e intensi, colmi del pathos che la voce della cantante, quasi lirica, riesce a conferirgli; il tutto è inoltre punteggiato di momenti più death/doom oriented, che aggiungono un po’ di cupezza alle tenui sfumature che il brano evoca. I temi tendono un po’ a ripetersi, ma non è un problema, vista anche la durata contenuta in soli quattro minuti: il risultato è una grandissima opener, ottimo manifesto di quest’album. La successiva Cheerful Dirge è un più lenta e opprimente sin dalle prime note della chitarre di Pål Bjåstad e Tommy Lindal, che introduce (introducono) un pezzo asfissiante e fortemente doom, sfiorando a tratti anche il funeral, sensazione conferita anche dalle tastiere in sottofondo e dal growl basso di Rohonyi, che domina lunghi tratti, per lasciare spazio alla Espenæs solo in certi frangenti, peraltro egualmente lugubri. La canzone non è però totalmente catacombale, ma anzi al centro vive una lunga frazione più rapida e labirintica, seppur ancora abbastanza placida, in cui a dominare spesso sono le alienanti tastiere di Aspen; c’è spazio però anche per qualche momento dall’intensità gotica, in cui torna il pianoforte sotto alla voce femminile. Nel complesso, abbiamo un brano molto particolare, difficile anche a descriversi, ma che comunque del fascino che rende grande Theatre of Tragedy ne ha da vendere. A questo punto, un preludio di chitarra pulita introduce un frammento leggermente più rapido e dal piglio maggiormente doom classico che in precedenza, che poi però si apre, lasciando spazio di nuovo alla pulizia e ai vocalizzi della Espenæs; siamo ancora al preludio, perché la vera To These Words I Beheld No Tongue entra poi nel vivo con una norma diretta e potente, in cui ancora spiccano i growl di Rohonyi e il riffing, molto pesante ma che viene mitigato dalle tastiere gothic-oriented di Aspen. Aperture soffici e momenti più aggressivi si incolonnano e vedono anche l’arrivo in scena di chorus molto delicati e infelici, coronazione di un pezzo che per quanto non sia troppo intrigato risulta comunque  molto variegato per atmosfere, il che è anche il suo punto di forza assoluto e lo rende tra i migliori episodi di quest’album. E’ quindi la volta di Hollow-Heartéd, Heart-Departéd, brano lentissimo, dall’incedere davvero statico, ma stavolta non in maniera opprimente, anzi: fin dall’inizio è la melodia a dominare il tutto, fatto che si accentua quando la Espenæs entra in scena e alla sezione ritmica si affianca il suono di un violoncello. Nelle strofe, momenti di questo genere, soffusi e senza tensione convivono con passaggi leggermente più pesanti, ma senza cercare l’impatto; ciò ha luogo solo nei ritornelli, mastodontici e possenti. Degna di nota è anche la progressione che si apre poco dopo metà,  sempre più pesante e intensa, in cui inizialmente la frontwoman ci mostra dei toni lirici, per poi fuggire sempre più rapida fino al finale, un buon arricchimento per un episodio che non incide quanto i precedenti, ma comunque è sicuramente di alta caratura.

…a Distance There Is… è una lunghissima ballata (quasi nove minuti) che si avvia con suoni di temporale su cui si staglia il pianoforte di Aspen, protagonista assoluto del brano insieme alla Espenæs, in un’unione che praticamente costituisce tutto il pezzo, a parte qualche incursione di violoncello. Frazioni più animate e brillanti e tratti più espansi si alternano varie volte, in una struttura che sembra spesso sul punto di concludersi ma poi si riprende, avvolgendo con la sua varietà l’ascoltatore in un caldo feeling di forte malinconia; stiamo assistendo a una tranquilla corsa che si fa sempre più intensa dal punto di vista emotivo, a tratti addirittura straziante, seppur sempre in una maniera dolce. Il risultato è un brano che non solo non stanca ma risulta anche tra quelli che spicca di più in Theatre of Tragedy, nonostante la totale assenza di qualsiasi elemento metal. Sweet Art Thou, che segue, si avvia ancora con un fraseggio pianoforte di Aspen, facendo pensare che ormai sia questa la strada che l’album ha preso, ma all’improvviso la musica torna a esplodere con aggressività death/doom, cominciando subito a incolonnare momenti molto tesi e potenti e stacchi in cui torna il piano, insieme alla voce della Espenæs, che per l’occasione passa più volte da toni mai così solenni alla sua solita delicatezza. Stavolta inoltre la struttura tende a  evolversi molto più che in precedenza, con il feeling che si fa più preoccupato e crepuscolare, imponente, specie nella seconda metà della traccia, da brividi per la forza sentimentale. Ne consegue un pezzo breve ma di nuovo splendido, appena al di sotto dei migliori dell’album. Un’altra frazione di solo piano, stavolta più calmo e drammatico che in precedenza, è l’introduzione a Mire, brano molto lento nell’entrare nel vivo, con l’apparizione prima di un arpeggio oscuro ma pulito, che si fa solo leggermente più movimentato quando appaiono i vocalizzi. Pian pianino la canzone si potenzia leggermente, ma  la chitarra distorta è protagonista solo di rarefatti accordi, in queste strofe; bisognerà aspettare i growlati ritornelli per ritrovarla in piena potenza, scandendo lentamente un tema triste e possente che rende questa parte forse la migliore della song. Abbiamo per il resto un pezzo semplicissimo, che varia di poco la tipica forma-canzone, ma che comunque riesce a svolgere alla grande il suo lavoro. Un terzo placido intro pianistico, stavolta molto cadenzato, poi Dying – I Only Feel Apathy si avvia anch’essa lenta ma con una scansione ritmica molto definita da parte del batterista Hein Frode Hansen, sul cui tappeto si posano ritmiche intricate e di nuovo piuttosto potenti nella propria infelicità, oltre alla voce di Rohonyi. Questa impostazione si apre presto, la musica si fa molto più tenera e contraddistinta da delicate chitarre acustiche e dalla voce della Espenæs, per poi riesplodere in una parte, in cui le caratteristiche delle due parti si mescolano, per un momento puramente “beauty and the beast”. Notabile anche la sezione che si apre a tre quarti, più movimentata e dal mood molto angoscioso, dato dal duetto dei due cantanti, una stupenda conclusione di un pezzo che magari non impressiona come i migliori di quest’album, ma comunque sa il fatto suo. La magia sta ormai per finire: come dice il nome stesso, la conclusiva Monotone è una strumentale ossessiva in cui si alternano sempre le stesse due parti: la prima e principale è più lenta e ripetitiva, con un riff placido e basso, mentre l’altra è un po’ più mutevole ed è retta da un ritmo veloce. Degni di menzione sono anche la prestazione di Aspen, che praticamente accompagna tutta la canzone coi suoi synth martellanti, e l’assolo di chitarra centrale, semplice ma valido, ciliegina sulla torta di un pezzo che conclude più che degnamente questo bell’album.

Theatre of Tragedy è senza alcun dubbio un disco che ha fatto la storia del metal: proprio per questo, nonostante il successivo Velvet Darkness They Fear sia probabilmente migliore, quest’esordio è comunque da avere assolutamente, se non altro per capire da dove viene il gothic metal. Non pensate tuttavia che lo dobbiate far vostro solo per la sua importanza nell’evoluzione del genere: ascoltandolo infatti troverete nove brani ispiratissimi e dal mood fatato, che se siete appassionati sapranno sicuramente fare la vostra felicità!

Voto: 96/100

Venti anni (e due giorni) fa, il quattro luglio del 1995, vedeva la luce l’esordio omonimo dei Theatre of Tragedy, un album forse sottovalutato ma importantissimo per tutti gli sviluppi del gothic metal successivo e che ha influenzato centinaia di gruppi successivi del genere. Questa recensione vuole ricordarne, modestamente, la pubblicazione.

Mattia
Tracklist:
  1. A Hamlet for a Slothful Vassal – 04:05
  2. Cheerful Dirge – 05:03
  3. To These Words I Beheld No Tongue – 05:06
  4. Hollow-Heartéd, Heart Departéd – 04:57
  5. …a Distance There Is…
  6. Sweet Art Thou – 03:58
  7. Mire – 04:08
  8. Dying – I Only Feel Apathy – 05:08
  9. Monotone – 03:10
Durata totale: 44:26
Lineup:
  • Liv Kristine Espenæs – voce
  • Raymond Istvàn Rohonyi – voce
  • Pål Bjåstad – chitarra
  • Tommy Lindal – chitarra
  • Lorentz Aspen – tastiera e pianoforte
  • Eirik T. Saltrø – basso
  • Hein Frode Hansen – batteria
Genere: death/doom/gothic metal

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