Embryo – Embryo (2015)

Per chi ha fretta:
Con il loro terzo omonimo album, i milanesi Embryo firmano un lavoro molto personale. Il loro genere è infatti un death metal con forti influssi metalcore, ma in cui convivono anche sonorità industrial, sinfoniche e melodeath. Il tutto è mescolato in maniera sapiente e fa risultare l’album labirintico e omogeneo; quest’ultima caratteristica è sia un pregio che un difetto, dato che rende il platter privo di quelle hit che potevano farlo essere un capolavoro. In ogni caso, pezzi come The Pursuit of Silence ed Embryo sono indicativi di una tracklist equilibrata e senza grandi cali. E’ anche per questo che Embryo è un ottimo album, consigliato caldamente ai fan del moderno death metal.

La recensione completa:
L’espressione “lost at sea” è una di quelle più vivide della lingua inglese: indica infatti una situazione in cui ci si sente smarriti, come appunto in mezzo al mare, senza vedere terra da nessuna parte. E’ proprio questa la sensazione che, a mio avviso, descrive al meglio la musica dei milanesi Embryo: il loro disco omonimo, terzo della carriera e uscito una manciata di mesi fa sotto logic(il)logic Records, è infatti il classico disco in cui ci si perde piacevolmente, labirintico e denso com’è. Il loro genere è un death metal con forti influssi metalcore e che punta molto sull’essere martellante, alienante e labirintico, ma senza mai perdere di vista un certo gusto melodico, ricordando molto Fear Factory e Strapping Young Lad ma a volte anche i Dark Tranquillity più sperimentali ed elettronici e altre volte le partiture sinfoniche dei SepticFlesh (anche se senza la stessa complessità, spesso anzi le orchestrazioni hanno più un ruolo di tappeto che nel classico del metal sinfonico). E’ proprio questo eclettismo a essere il punto di forza maggiore di Embryo: tutti gli influssi industrial, melodeath e orchestrali vengono infatti mescolati senza forzature e inseriti altrettanto naturalmente in canzoni brevi e dalle strutture semplici, per un risultato finale particolare ma molto convincente, grazie anche alla produzione chirurgica (curata dall’esperto Simone Mularoni) che valorizza molto la musica dei lombardi. Oltre a ciò, nell’album spicca anche una grande omogeneità di sottofondo, che è un altro pregio ma al tempo stesso l’unico difetto notabile del disco: il fatto che l’intero lavoro sembri quasi un’unica canzone di quaranta minuti aiuta molto il piacevole effetto “di perdizione” già citato, ma dall’altra parte mancano quelle tre-quattro hit che risaltino e possano traghettare l’album verso un sicuro livello di capolavoro assoluto. Niente panico, tuttavia: come già accennato, e come vedremo tra un attimo, abbiamo lo stesso un lavoro di qualità elevata, assolutamente degno di essere ascoltato!

Embryo entra subito nel vivo con An Awkward Attempt, canzone che si fa strada con ritmiche di chitarra molto aggressive e macinanti e il growl cavernoso e spaventevole di Roberto Pasolini, che creano un effetto già molto oscuro e impenetrabile grazie anche al supporto dei synth di Simone Solla, posti parecchio in sottofondo ma autori di un’importante lavoro occulto. La song è per gran parte uno schiacciasassi, alternando frazioni diverse tra loro per temi musicali ma tutte di potenza estrema; l’unica parte che fa eccezione è quella posta al centro, più lenta e aperta, ma comunque alienante quanto il resto del pezzo, che poi riesplode sempre più rapido e feroce, per un gran finale di potenza, assolutamente adatto per un brano di questa levatura. The Pursuit of Silence, che segue, è una song più contenuta e dalle influenze industriali date dalla crepuscolare tastiera di Solla, che conta su una struttura semplice, in cui strofe particolari e molto ritmati, dall’appeal metalcore, si scambiano con refrain resi invece terremotanti da Francesco Paoli, batterista ospite in prestito dai Fleshgod Apocalypse, e dalle urla di Pasolini. La canzone si muove inoltre inaspettatamente sulla classica forma canzone, che varia giusto nel tratto centrale, nel quale al posto del classico assolo c’è un momento più lento e strisciante, molto oscuro, degna quadratura di un cerchio che riesce a spiccare per qualità anche in un disco così omogeneo come questo.  E’ quindi la volta di Manipulate My Consciousness, traccia che a livello ritmico vive inizialmente dell’alternanza tra momenti dal riff “a mitragliatrice” del metalcore e aperture che ricordano più il melodeath; questa falsariga, a volte resa anche leggermente più morbida, torna spesso a punteggiare una norma meno frenetica e anche meno rapida, per quanto sia lo stesso molto incalzante. Degni di nota anche quelli considerabili come ritornelli, più bassi ed energici, contraddistinti da lievi cori sotto al growl basso di Pasolini, di sicuro il momento più feroce e oscuro di un pezzo che varia la propria atmosfera più degli altri ma risulta lo stesso molto ben riuscito. Un intro strano, a metà tra influssi industrial e base sinfonica da poi il via a Insane Lucidity, che si fonda tutta sull’unione di tre parti distinte, cambiando spesso rotta da momenti più obliqui e dal riffage ancora una volta molto metalcore accompagnato dallo scream di Pasolini a tratti con più groove e in cui il cantante ci mostra il suo growl, passando anche per frazioni in cui a farla da padrone sono la tastiera di Solla e la chitarra di Eugenio Sambasile, che si prodiga in un raro ma bell’assolo. Il risultato finale è un brano particolare ma comunque ancora di fattura elevata.

The End of the Beginning, che arriva a questo punto, è ancora un pezzo dalla struttura classica, che dopo un breve intro condiviso tra Sambasile e Solla esplode alternando da subito strofe più dritte e sottotraccia, dal bel riffage death, e ritornelli più esplosivi e potenti, anche grazie alle tastiere, più udibili del solito, e a un vaghissimo retrogusto addirittura black. Bella è anche la frazione centrale, più varia e dominata a tratti dall’elettronica; alla fine dei giochi abbiamo un frammento breve (poco più di tre minuti) e che forse non impressiona come quelli che ha intorno, ma comunque godibile al punto giusto. La title-track Embryo, che giunge ora, è il pezzo più industrial dell’intero disco, sin dall’espanso intro; si avvia poi una canzone ritmata, quasi dance se non fosse che sopra vi si adagia un riff cadenzato e potente. Stavolta però l’oscurità non si accompagna all’impatto: per questa prima frazione infatti la musica è molto più d’atmosfera che altrove, e anche le urla di Pasolini sono meno feroci e più volte al mood. La potenza più classicamente death metal fa la sua comparsa solo più tardi, quando giungono ritmiche più graffianti ma ancora su tempo medio: l’aggressività sentita in precedenza è infatti ancora assente. Il ritorno a tratti della dilatata falsariga iniziale fa il resto nella creazione un pezzo che, a eccezione della rabbiosa ma breve parte posta sulla tre quarti, è molto rivolto all’evocazione di un feeling oscuro e poco a incidere, anche se ciò, lungi dall’essere un difetto, la rende il pezzo che si mette più in evidenza del disco, anche per qualità. Con The Touch of Emptyness torniamo quindi  a qualcosa di più tipico degli Embryo, con strofe molto agitate e serrate che si scambiano con ritornelli invece molto melodici e aperti, seppur lo scream di Pasolini li renda anche piuttosto aggressivi. Va in senso melodeath anche la sezione centrale, un momento di magia a là Dark Tranquillity dominato dai bellissimi synth di Solla, sicuramente la parte più riuscita di un breve episodio comunque molto ben impostato in generale. Dopo un breve preludio che ancora intreccia orchestrazioni e suoni sintetici, The Door to the Abyss si avvia quindi con un tempo molto spezzettato e in controtempo, vagamente djent, che però presto si fa più rapido e diretto, pur rimanendo ancora molto sul metalcore, il tutto supportato dal solito sottofondo di Solla. Questa alternanza sopravvivrà molto a lungo nella canzone, di cui in pratica è la struttura principale; stavolta però la falsariga è meno lineare, e vede l’ingresso in scena di passaggi più melodici (nel finale addirittura in maniera soffusa e senza più metal) ma alienanti quanto il resto di questo buon brano, che fa della densità sia musicale che di mood il proprio punto di forza.

E’ giunto ora il turno di My Pounding Void, traccia che mette più in mostra che altrove l’ascendenza Gothenburg Sound sullo stile degli Embryo: abbiamo infatti un brano che per quanto mantenga in buona parte la freddezza e l’oscurità del resto del disco ha anche molti passaggi dal riff melodico e profondo, che reggono anche i refrain, eccezionalmente orecchiabili almeno per il genere del gruppo. Quest’ultimo non rinuncia però totalmente al proprio stile principale, che infatti è ben presente nei tratti più metalcore-oriented e di grande impatto che si presentano di tanto in tanto. Ottima anche la lunga frazione centrale, in cui di nuovo Solla la fa da padrone rendendo il tutto assolutamente alienante e a tratti quasi etereo, prima che la musica si riprenda ancor più serrata e martellante e vada quindi a concludere un altro episodio dalla qualità decisamente elevata. Il discorso più armonioso della precedente prosegue con Fragments of Utopia, traccia con lunghe sezioni dalle melodie anche piuttosto orecchiabili che si uniscono ad altre più energiche, ma che comunque non spingono troppo il piede né sull’acceleratore né per quanto riguarda la ferocia né tantomeno in velocità, ad eccezione della sezione centrale: questa, breve ma incisiva, è infatti molto hardcore-oriented e aggressiva, grazie a sventagliate ritmiche notevoli di Sambasile e alla voce di Pasolini, particolarmente malvagia, che creano l’unico momento davvero estremo in un pezzo per il resto meno feroce dei precedenti, godibile anche se forse qualcosa funzioni meno ed esso sia da annoverare tra i momenti meno belli di Embryo. Quest’ultimo è peraltro giunto alla fine, e per l’occasione si torna a graffiare: I Am Pure Hate recupera infatti la rabbia e la freddezza della prima parte dell’album, e dopo un nuovo preludio industrial, misterioso, parte per una canzone in cui dominano i nervosi cambi di ritmo di Paoli, rapido e spesso in blast beat, su cui si posa un riffage d’impatto assoluto, con scarsissime concessioni alla melodia. Anche i momenti più aperti e dominati da Solla sono totalmente oscuri e non contengono granché armonie, sottolineando invece in pieno il freddo feeling angoscioso e totalmente alienato: abbiamo insomma uno schiacciasassi impazzito e dal mood nero, che dopo tre minuti e mezzo si spegne in una coda di suoni orchestrali altrettanto ansiosi, che infine chiudono il gran finale di quest’album.

Embryo è insomma un disco che presenta tanti dualismi: è pieno di melodia e con canzoni semplici eppure impenetrabile, freddissimo eppure stranamente espressivo, pieno di molte influenze eterogenee che però si sposano molto bene tra loro. Soprattutto, gli mancano come detto una o due hit in più rispetto alla sola title-track per essere un masterpiece, ma a parte questo abbiamo comunque un grande album, che sicuramente gli amanti del death metal moderno senza pregiudizi sapranno amare!

Voto: 84/100

Mattia

Tracklist:

  1. An Awkward Attempt – 03:26
  2. The Pursuit of Silence – 03:34
  3. Manipulate My Consciousness – 04:01
  4. Insane Lucidity – 04:01
  5. The End of ohe Beginning – 03:09
  6. Embryo – 04:37
  7. The Touch of Emptiness – 03:03
  8. The Door to the Abyss – 04:18
  9. My Pounding Void – 03:39
  10. Fragments of Utopia – 03:01
  11. I Am Pure Hate – 03:35
Durata totale: 40:24

Lineup:
  • Roberto Pasolini – voce
  • Eugenio Sambasile – chitarre
  • Simone Solla – tastiere
  • Nicola Iazzi – basso
  • Francesco Paoli – batteria (guest)
Genere: symphonic death metal/metalcore

Sottogenere: industrial/melodic death metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale degli Embryo

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