Finntroll – Nifelvind (2010)

Tra gli ascoltatori di folk metal che seguono Heavy Metal Heaven, dubito  ce ne sia qualcuno che non conosca i Finntroll: insieme ai Korpiklaani, agli Ensiferum e ai Moonsorrow  la band di Helsinki forma il quartetto delle band finlandesi che sono riuscite a trovarsi nel posto giusto al momento giusto per cavalcare la grande onda del folk metal dei primi anni duemila, partita proprio dal paese dei mille laghi.  Questo successo non è certo un caso: il gruppo ha infatti dimostrato di poter far la differenza con dischi come Jaktens Tid (2001) e Nattfödd (2004), con uno stile originale che fondeva pulsioni festaiole, che proprio in quel periodo cominciavano ad affiorare nel genere folk, una componente teatrale e un’attenzione rivolta ancora verso quel black metal da cui la band proveniva. Attorno a metà degli anni duemila la formazione visse un periodo di instabilità, che portò prima all’uscita del cantante e ultimo membro fondatore Katla, per un tumore alle corde vocali, e poi del suo sostituto Tapio Wilska, ma ciò non ne fermò la corsa: il 2007 vide infatti l’uscita del quarto album, Ur Jordens Djup, un lavoro più oscuro e che aveva uno sguardo rivolto maggiormente verso il black. Ancora tre anni passarono, e la band tornò sul mercato con Nifelvind (“venti dal mondo sotterraneo”), l’album di cui parliamo oggi, in cui si vedeva un nuovo cambio di rotta verso il classico folk metal dell’ensemble, ma senza accantonare del tutto le sonorità nel predecessore. E’ questo infatti un album dalle numerose sfumature, che passa da momenti dall’aggressività anche piuttosto estrema, con qualche residua influenza black ad altri festaioli e allegri: il tutto è però molto ben mescolato, e fa si che Nifelvind, per quanto un po’ di maniera, non sfiguri troppo, nei confronti dei capitoli più gloriosi della carriera dei Finntroll, come vedremo tra un attimo.

I giochi si aprono con Blodmarsch (“marcia di sangue”), intro dei più canonici caratterizzato da qualche effetto e sonorità sinfoniche, folkloristiche  e di percussioni tribali, con temi musicali che anticipano quelli della successiva Solsagan (“la saga del sole”). Con questa esplode un pezzo rapido e feroce, col drummer Beast Dominator subito in blast beat, ma anche dotato di melodia, contrasto che più avanti si accentua: se le strofe sono infatti cupe, vorticose e rapide (ma mai estreme come l’attacco), i bridge si fanno più solari, preludio a ritornelli allegri e dotati di cori tipicamente “da taverna”. La canzone, piuttosto lineare, vive tutta di questo dualismo, che però funziona abbastanza bene; degna di nota anche la parte centrale, più obliqua e d’atmosfera del solito ma che comunque non stona in un pezzo che apre più che degnamente l’album. La successiva Den Frusna Munnen (“la bocca congelata”) si avvia di nuovo coi suoni barbarici tipici dei Finntroll, prima di cominciare alternare momenti più cupi e di ascendente addirittura thrash/black metal, seppur arricchiti anch’essi da un incedere tipicamente folk, e ritornelli molto più aperti, con una melodia incisiva e catchy, che si stampa facilmente in testa. La traccia si muove ancora su una struttura molto semplice, anche se alcune variazioni nelle trame strumentali aiutano comunque a tenere l’attenzione alta: alla fine dei giochi abbiamo un pezzo che non impressiona, ma se non altro godibile. Giunge quindi Ett Norrskensdåd (“l’impresa delle luci nordiche”), episodio più lento dei precedente, oscillante e fortemente folk, con le tastiere di Virta e Trollhorn che dominano assolutamente, sia nelle strofe più potenti e in cui vengono più fuori le chitarre di Routa e Skyrmer, sia nei chorus, tutti da ballare vista la melodia orecchiabilissima creata dai due tastieristi; il tutto è inoltre ammantato di un’atmosfera allegra e di festa che non scompare mai, e rappresenta il piatto forte di questa traccia. Quest’ultima inoltre è più varia che in precedenza: esempio di ciò è la progressione centrale, ottima e che valorizza una delle song in assoluto migliori di Nifelvind, ammirevole per potenza e per melodie folk. Un intro misterioso e oscuro da il via a I Trädens Sång (“Nella canzone degli alberi”), che al contrario della precedente è molto lugubre e aggressiva, grazie allo scream di Vreth, qui particolarmente basso e graffiante, e all’alternanza tra momenti senza praticamente elementi folk, sfuriate di metal estremo nuovamente black-oriented, e altri frangenti in cui le tastiere fanno invece capolino, ma senza rendere il tutto melodico, aumentando anzi il tetro mood di cui questa traccia fa la propria bandiera. Il risultato è un episodio particolare ma non sgradevole, seppur la durata contenuta (meno di quattro minuti) lo faccia sembrare un po’ incompiuto. E’ la volta ora di Tiden Utan Tid (“tempo senza tempo”): introdotta da un lungo preludio d’atmosfera, con lievi percussioni e tastiere sotto alla voce pulita di Vreth, sembra quasi che la musica debba proseguire a lungo su queste coordinate, ma d’improvviso tutto cambia. Giunge infatti un pezzo dal riffage che riprende la melodia vocale precedente in una chiave più sinistra, la quale ammanta tutta la canzone seppur stavolta il feeling non sia proprio nero, e si vivano anche delle forti aperture folk. L’unione di tutti questi elementi è una marcia spesso lenta e marziale (se si eccettua qualche breve fuga) che progredisce rapida e viene arricchita da un’atmosfera apocalittica ma in qualche modo anche tranquilla, vero punto di forza di una delle tracce più belle di Nifelvind.

Dopo un paio di pezzi più o meno tirati e cupi giunge Galgasång (“la canzone della forca”), lieve ballata folk rock in cui la linea della chitarra acustica viene seguita di volta in volta dall’armonica, dal mandolino o da cori lievi e solenni. Il brano procede in maniera simile per tutta la sua durata, facendosi giusto un po’ più densa nella seconda metà: il risultato è un lento piacevolissimo. La calma si spezza quindi con il prepotente attacco di Mot Skuggornas Värld (“verso il mondo delle ombre”), molto cadenzato, preludio a una song altrettanto graffiante e ossessiva, resa tale anche da un coro che la punteggia a tratti e da un’impostazione ritmica che varia poco, sterzando giusto da momenti più ritmati ad altri più dritti, il tutto avvolto in un mood misterioso. Se alcuni momenti sono apprezzabili per energia e per l’ottimo riff, la traccia pecca però di una certa mancanza di omogeneità e di alcuni momenti che incidono meno: ciò la rende il punto più basso dell’intero disco, anche se c’è da dire che non è poi così male. E’ però tutt’altra storia con Under Bergets Rot (“sotto alle radici della montagna”), pezzo che si lancia subito animato e giocoso, con un avvio brillante che confluisce presto in una classica struttura di forma-canzone, in cui le strofe, più contenute in fatto di potenza, si alternano con ritornelli gioiosi ed estremamente catchy, con il loro botta e risposta cori-Vreth e le melodie folk in bella vista. Validi anche gli intermezzi che trovano spazio tra un passaggio e l’altro, in cui i Finntroll mostrano tutto il loro eclettismo e la loro natura folk-tribale, ulteriore valore aggiunto di un brano non solo appena sotto i migliori ma anche il singolo ideale di Nifelvind (del resto ne è stato realizzato anche il video, come anche per  Solsagan e Ett Norrskensdåd). Dopo un breve preludio con musica quasi da giostra, con Fornfamnad (“abbracciato dagli antichi”) torniamo a qualcosa di più estremo, con un attacco fortemente black che confluisce in un pezzo più strano, dissonante ma più melodico e tranquilla. Tale norma si alterna con scoppi di energia ancora aggressiva, resa più teatrale però dalle sonorità delle tastiere, qui quasi sinfoniche: buon indice di ciò sono i ritornelli, lenti ma possenti e quasi epici nel loro incedere, sensazione che peraltro gran parte della traccia comunica. Degna di nota anche la bizzarra sezione centrale, coi suoi strani synth e le influenze iniziali che tornano senza però stonare in una canzone che vola in un attimo ma incide splendidamente, la più valida del platter insieme a Ett Norrskensdåd e Tiden Utan Tid. Quest’ultimo sta ormai per terminare: è infatti l’ora della conclusiva Dråp (“omicidio colposo”), lunga processione che dopo un esordio abbastanza oscuro comincia la sua corsa diretta e senza troppi pensieri, con un riffage serioso accompagnato dai soliti suoni folk sintetizzati che permarrà a lungo senza troppe variazioni. Questa norma varia solo nella parte centrale, che a momenti dal riffage ronzante, vicino a certo black metal, alterna passaggi di fuga vorticosa ma denotata anche da un certo gusto melodico, con le due anime che si uniscono anche a tratti, in questo lunghissimo e complesso interludio centrale, prima che la norma iniziale torni brevemente a fare il suo corso e vada a chiudere questa lunga song, che forse non sarà tra i pezzi migliori dell’album che chiude ma sa assolutamente il fatto suo!

Nifelvind non è il miglior album dei Finntroll, presentando qualche calo di tensione di troppo e alcuni particolari meno riusciti, ma comunque abbiamo un prodotto molto valido, sicuramente sopra alla media odierna del suo genere, che peraltro da qualche tempo è piuttosto livellata verso il basso. Per questo, il consiglio è di provarlo: troverete un gran bell’esemplare di folk metal melodico ma dall’ascendente estremo, che saprà sicuramente assecondare i vostri gusti!

Voto: 82/100


Mattia
Tracklist:

  1. Blodmarsch (Intro) -02:12
  2. Solsagan – 04:32
  3. Den Frusna Munnen – 04:05
  4. Ett Norrskensdåd – 03:35
  5. I Trädens Sång – 03:45
  6. Tiden Utan Tid – 04:58
  7. Galgasång – 03:45
  8. Mot Skuggornas Värld – 04:44
  9. Under Bergets Rot – 03:28
  10. Fornfamnad – 03:43
  11. Dråp – 07:01
Durata totale: 45:48
Lineup:
  • Vreth – voce
  • Routa – chitarra
  • Skyrmer – chitarra
  • Trollhorn – chitarra e tastiere
  • Virta – tastiere
  • Tundra – basso
  • Beast Dominator – batteria
Genere: folk metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale dei Finntroll

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