Loudness of Violence – Code 301 (2015)

Il detto secondo cui non bisognerebbe giudicare un libro dalla copertina e più in generale a non fermarsi all’esteriorità è uno dei più saggi in assoluto: vale in ogni lato della vita, musica compresa. Un buon esempio di ciò è il disco di oggi, Code 301, esordio dei ternani Loudness of Violence (anche noti con l’acronimo L.O.V.): l’artwork di questo lavoro porta infatti fuori strada, potendo far pensare che siamo di fronte a un lavoro di alternative rock, o al massimo di quel metalcore melodicissimo e super-commerciale intrecciato col pop-punk che tanto andava di moda a inizio duemila. Lasciando perdere l’apparenza e andando avanti con l’ascolto, si nota però che l’album è qualcosa di ben diverso, oltre che decisamente più appetibile: il genere degli umbri oltre ad una componente metalcore, di quello però delle origini, urlato e feroce, presenta anche un fortissimo ascendente death metal melodico e anche molti inserti thrash metal a rinforzare la proposta, in una mescolanza di tre anime diverse che però il gruppo riesce ad amalgamare bene. Per quanto questo connubio non sia molto originale, il gruppo riesce a renderlo sufficientemente robusto e graffiante da farlo apparire almeno personale al punto giusto; è proprio questo il motivo per cui, nonostante Code 301 sia un disco a tratti eccessivo per complessità di songwriting e un po’ uniforme, con passaggi che ogni tanto tendono ad assomigliarsi tra loro (ma quasi tutte le canzoni hanno anche dettagli che le rendono ben distinguibili), è comunque un ascolto più che piacevole.  Prima di cominciare, al solito un appunto lo merita anche il suono dell’album: la produzione impostata dai L.O.V. insieme al produttore Cristian Graziano è più grezza di quella che di solito si sente nel death metal/metalcore, ma il fatto che sia comunque sufficientemente nitida e mai confusionaria fa si che non affossi quasi per nulla il disco.

Si parte direttamente con Code 301: la title-track non è altro che un intro dei più classici, cinquanta secondi di echi elettrici su cui si staglia una chitarra pulita, un breve frammento etereo che viene brutalmente interrotto quando Lonely Shooting Star fa il suo ingresso in scena. Questa canzone fugge infatti da subito con rabbia, alternando momenti vorticosi e più lenti, ma thrashy e resi anche più aggressivi dal cantante Aster, che ci mostra da subito la sua versatilità nel variare tra scream, growl e urlato, e fughe più rapide e potenti, anche se un riffage melodeath non le rende troppo estreme. Nella complessa struttura del brano c’è anche spazio per momenti più melodici, considerabili forse ritornelli, e che hanno una base molto malinconica, anche se Aster urla comunque molto; sono questi forse i tratti leggermente meno appetibili di un pezzo che per il resto sa incidere a meraviglia. Dopo un breve inizio lento e cadenzato, No Regrets parte quindi come un pezzo dal riffage thrash-oriented impostato da Francesco Bronzini e Marco Delle Fate, anche se l’atmosfera che il gruppo crea è tesa e feroce, il che insieme allo scream di Aster rende il tutto più vicino al metalcore. Anche i breakdown lenti e arcigni che compaiono di tanto in tanto vanno nella stessa direzione; l’unico momento in cui tale sensazione viene meno sono infatti quelli più melodici ma dissonanti e oscuri che punteggiano il pezzo qua e là. Per il resto, la canzone è più lineare che in passato, e se forse ogni tanto è troppo ripetitiva, il buon carico di potenza di cui è dotata la rendono comunque degna di nota, un episodio valido. La seguente Nihil Approche presenta ancora ritmiche thrash, anche se solo per brevi frazioni aggressive, che si alternano con fughe più vorticose e potenti, in cui la band vira sul melodeath, e a momenti molto più lenti del resto, dal vaghissimo retrogusto doom  e decisamente oscure. Tra questi ultimi si segnalano anche i ritornelli, cadenzati e con la tipica impostazione ritmica metalcore spezzettata, un momento arcigno e contenuto per rifiatare dalla norma terremotante del resto della canzone. Ottima anche la breve coda solistica finale, che mette la parola fine su un altro pezzo non eccezionale ma in ogni caso buono. Un intro dalle melodie oblique e piuttosto particolare da poi il via a Shinra Tensei, traccia molto più rivolta al lato metalcore della band, sia nelle strofe, piene di staffilate della doppia cassa di Francesco Giacomini e in cui il retrogusto thrash torna fuori solo a tratti, sia nei ritornelli melodici molto catchy, sia nelle melodie delle chitarre che nella voce di Aster, scream puro ma stranamente orecchiabile. Stavolta abbiamo inoltre un’impostazione molto canonica, che alterna queste due parti senza quasi variazioni, se non quella posta al centro, un momento dai toni più contenuti e puramente ritmico; ciò però non è assolutamente un problema per una canzone che spicca molto all’interno della tracklist, e non solo per il suo strano titolo (che a un amante di fumetti giapponesi come me salta subito agli occhi, essendo una potente tecnica ninja del manga Naruto). E’ quindi il turno di Wish, traccia più lenta e tranquilla a livello di base, anche se le ritmiche della coppia Bronzini/Delle Fate è comunque abbastanza pesante e oscuro anche nei passaggi meno frenetici, mentre in quelli più rapidi è anche più sinistro, con un retrogusto vaghissimo addirittura black (!) che li rende molto avvolgenti. C’è però spazio pure per tratti più ritmati e di ascendenza metalcore, anch’essi di buona  potenza; più in generale, nelle sue tante variazioni (la struttura è decisamente arzigogolata qui) i Loudness of Violence sembrano cercare molto l’impatto, cosa che gli riesce peraltro abbastanza bene.

Già dal morbido esordio di Hidden Hearts si possono sentire sonorità diverse dal resto di Code 301: abbiamo infatti un pezzo che perde l’aggressività sentita in precedenza per una norma in cadenzati riff metalcore convive con una linea melodica fortissima e pervadente, che domina totalmente in alcune frazioni per lasciare spazio in altri momenti a qualcosa di più energico, seppur rimanga sempre ben presente in sottofondo. Sono ben pochi i momenti davvero veloci e aggressivi che punteggiano i quasi sei minuti della traccia: per il resto, abbiamo un pezzo che spicca molto puntando di più su un mood di tenera nostalgia e sull’espressività che sull’impatto, e pure in questo caso la missione è molto ben riuscita. Torniamo a livelli più alti di aggressività con Perversion, che dopo un intro retto dal basso di Marco Delle Fate esplode come un pezzo agitato, con strofe a tratti frenetiche e in altri tratti più contenute, ma comunque si presentano sempre taglienti e pesanti come macigni. C’è anche spazio però per qualche apertura, denotata dallo scream feroce di Aster, ma in cui la base è molto melodica e anche ricercata, momenti particolari che però non stonano col resto. Dall’altra parte il pezzo ogni tanto tende a perdersi, con alcune soluzioni che non spiccano particolarmente: ciò rende questo brano inferiore alla media di quest’album, anche se di livello discreto. Dopo un esordio diviso a metà tra metalcore e thrash, con Absolute Terror Field abbiamo un pezzo che parte in una fuga serratissima che unisce molto bene le tre facce del sound dei L.O.V.. Questa norma non è però destinata a durare: presto appare infatti il chorus, molto aperto ed espanso, quasi orrorifico per atmosfera. Tutto ciò, pur con diverse variazioni nei momenti più tirati, va avanti per tutto il corso della canzone, il che è anche la sua debolezza: se infatti le due parti prese a se sono buone, il loro accostamento sembra un po’ forzato, e il risultato è un brano ancora piacevole ma che e insieme al precedente è il più sottotono di quest’album. E’ invece tutt’altra storia con Starless Sky, brano molto più lineare e melodeath-oriented, che vive tutto su una struttura movimentata, che supporta sia le strofe, di nuovo varie ma che si presentano tutte vorticose e macinanti, che i ritornelli, anche più esasperati e liberatori e che nonostante, la potenza e la velocità estrema, risultano anche stranamente orecchiabili. Ottimi anche tutti quei momenti più lenti e armoniosi che compaiono tra queste due parti, in cui spiccano bellissimi lead di chitarra, ciliegina sulla torta di un pezzo elementare ma dal songwriting stellare, e che insieme a Shinra Tensei risulta il migliore del platter. E’ la volta quindi di A Good Man Death, traccia che nonostante le influenze Gothenburg sound è per certi versi più compatta e d’impatto della precedente, con frazioni veramente pestate, in cui Giacomini pare una drum machine per compattezza, altre meno rapide ma egualmente graffianti e qualche momento anche lento e oscuro. C’è posto però anche per momenti più melodici, che presentano fraseggi di chitarra infelici e il cantato di Aster soffertissimo, tratti di pathos lancinante che incidono a meraviglia e sono tra le cose migliori sentite qui dentro. Anche il resto però non è certo da buttare: abbiamo un pezzo solidissimo, appena al di sotto dei migliori del disco. La chiusura del disco è quindi affidata a Lunar Rainbow, che inaspettatamente parte lenta e melodiosa ai massimi termini, con un Aster dalla voce addirittura pulita, per poi rinforzarsi man mano che passa il tempo. Presto infatti torniamo a una norma quadrata e molto metalcore-oriented, anche se l’intensità sentimentale non sparisce mai del tutto, ma i L.O.V. riescono a evocarla molto bene anche nei momenti più tirati e aggressivi, con in particolare gli incastri tra i riff di Bronzini e Delle Fate che sono un piccolo gioiellino. Frazioni dalla norma più morbida e parti più tirate si alternano alcune volte durante la canzone, che non varia come altrove, ma ciò non è assolutamente un difetto, anzi: abbiamo un finale con il botto, da annoverare tra i pezzi migliori del disco che chiude.

Code 301 è insomma un album con alcune cadute di stile ma ben fatto e onesto, che mette bene in mostra le ampie potenzialità dei Loudness of Violence. Il gruppo ha ancora diverse spigoli da limare e dovrà maturare abbastanza per riuscire a fare la differenza, in un panorama come quello del metalcore mescolato al death melodico che oggi è affollatissimo. Aspettando di sapere dove la loro crescita li porterà, però, mi sento di consigliarvi questo loro esordio: non sarà il capolavoro che cambierà le sorti del suo genere, ma se queste sono le sonorità che vi piacciono vi farà passare cinquanta minuti in maniera molto piacevole!

Voto: 73/100


Mattia

Tracklist:
  1. Code 301 – 00:50
  2. Lonely Shooting Star – 03:38
  3. No Regrets – 04:52
  4. Nihil Approache – 03:53
  5. Shinra Tensei – 04:38
  6. Wish – 03:56
  7. Hidden Hearts – 05:44
  8. Perversion – 04:29
  9. Absolute Terror Field – 04:02
  10. Starless Sky – 04:13
  11. A Good Man’s Death – 04:53
  12. Lunar Rainbow – 05:35
Durata totale: 50:43
Lineup:
  • Aster – voce
  • Francesco Bronzini – chitarra
  • Marco Delle Fate – chitarra e basso
  • Francesco Giacomini – batteria
Genere: death/thrash metal/metalcore
Sottogenere: melodic death metal

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