Blind Guardian – Beyond the Red Mirror (2015)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONE Beyond the Red Mirror (2015) è il decimo album dei Blind Guardian, a cinque anni dall’eccellente At the Edge of Time (2010).
GENERE Un power metal sinfonico che guarda ai fasti di A Night at the Opera (2002), ma lo rende in maniera più arzigogolata e progressiva.
PUNTI DI FORZA Diverse buone canzoni, una qualità media non disprezzabile, qualche spunto di vera classe nella migliore tradizione dei Blind Guardian.
PUNTI DEBOLI Canzoni troppo lavorate e poco spontanee, per colpa di una scarsa coesione e musicalità dei vari elementi. In più, una registrazione professionale ma fredda e bombastica, non molto incisiva.
CANZONI MIGLIORI The Ninth Wave (ascolta), The Holy Grail (ascolta), Prophecies (ascolta), Sacred Mind (ascolta
CONCLUSIONI Beyond the Red Mirror è un album discreto: da una band power media, sarebbe un’uscita accettabile. Ma da un gruppo gigantesco come i Blind Guardian ci si dovrebbe aspettare di più di un lavoro che rappresenta la loro peggior uscita in carriera. 
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
74
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Cosa significa essere fan di un gruppo? Per molte persone è una forma di devozione totale verso il proprio idolo, che porta anche a eccessi come il difenderlo a spada tratta in ogni occasione. Eppure, non è questa la concezione che ne ho io: per me essere fan significa semplicemente amare determinati gruppi, ma senza mai arrivare a livelli estremi, mantenendo comunque la mente accesa e criticando quando è necessario farlo. Venendo alla recensione di oggi, chi mi conosce (o chi semplicemente segue Heavy Metal Heaven da qualche anno) sa bene che il mio gruppo preferito sono i Blind Guardian, e lo sono da quasi undici anni, da quando ascoltai Nightfall in Middle-Earth, la mia personale folgorazione sulla via di Damasco (o del metal, nel mio caso). Eppure, al contrario di tanti fan, proprio perché credo che siano i migliori, da loro pretendo il massimo in ogni situazione: se perciò pubblicano un disco non all’altezza, sono il primo a esprimere la mia contrarietà, come succede stavolta.

Con i tedeschi ci eravamo lasciati nel 2010, con l’eccellente At the Edge of Time, che dopo il controverso A Twist in the Myth (2006) riportava alla gloria il nome della band. Con questa premessa e ben cinque anni per dare vita al successore, quest’ultimo nelle aspettative avrebbe dovuto confermare la bontà del precedente: quando però Beyond the Red Mirror è uscito all’inizio dell’anno, è stata una mezza delusione. Abbiamo un album che torna al power sinfonico ed esuberante di A Night at the Opera (per inciso, il mio album preferito dell’ensemble insieme a Somewhere Far Beyond), ma senza riuscire assolutamente a replicarne i fasti. Forse è stata colpa del lunghissimo periodo di lavorazione (dall’ottobre 2012 allo stesso mese del 2014), ma il principale difetto è che la musica sembra “troppo lavorata” e poco spontanea: ciò è reso ancor più evidente dal fatto che la band abbia collaborato con ben due orchestre e tre cori differenti. Il risultato di ciò è infatti un lavoro densissimo e troppo arzigogolato, in cui peraltro i tantissimi elementi sono mescolati senza la coesione e l’abilità che rendono il suddetto album del 2002 un capolavoro assoluto. Un altro tasto dolente è la produzione: per rendere i toni più cupi e adattarsi così al concept oscuro dell’album (che riprende il tema della canzone Imaginations from the Other Side e lo sviluppa in una sorta di “what if”) i tedeschi hanno deciso di abbassare l’accordatura delle chitarre, una mossa che forse poteva pagare se non fosse che il suono dell’album è quello tipico degli ultimi anni, professionale e accurato al massimo ma anche freddo e bombastico, e incide poco. Qualche parola anche per la (odiosa) manovra della Nuclear Blast Records, di usare Distant Memories, traccia pienamente del concept, come bonus track delle versioni limitate: sembra quasi una truffa per far comprare quest’ultima versione dell’album. Il risultato finale in fondo non è scadente, ma comunque risulta un po’ troppo spompato e smorto, specie per i canoni a cui i Blind Guardian ci hanno abituato.

Si parte da The Ninth Wave, lunga opener introdotta da un espanso intro corale e sinfonico (che torna anche a fine canzone) che comincia a un certo punto a mescolarsi con influssi più moderni ed elettronici, il che sintetizza bene il dualismo della traccia. Quando infatti si entra nel vivo, abbiamo un brano che accoppia questo connubio a riff lenti e bassi, per un effetto possente, solenne e oscuro; questa norma confluisce in bridge molto cupi e quasi industrial per sonorità, preludio a ritornelli che svoltano con forza su una norma più solare e aperta, dominata da cori molto catchy in duello con l’inossidabile Hansi Kürsch, e che è facile stamparsi in mente sin dai primi ascolti. Questa base vive inoltre tantissime variazioni diverse, da momenti più rapidi e melodici che riportano alla mente il classico power della band ad altri più serrati e aggressivi, dal suono moderno e dagli influssi di nuovo sintetici, anch’essi comunque piuttosto efficaci e ben incastrati col resto. Più in generale, in questo brano nel songwriting i Blind Guardian mostrano la solita classe: il risultato finale è una suite lunga e complessa, oltre che molto sperimentale rispetto al sound classico dei tedeschi, ma che secondo me è addirittura uno dei pezzi più belli dell’album a cui da il via. I nodi del disco vengono al pettine solo dalla successiva Twilight of the Gods, singolo dell’album che si presenta più tipicamente power ma decisamente complesso in quasi tutte le sue parti, con Frederik Ehmke molto variegato a sostenere le ritmiche zigzaganti di André Olbrich e Marcus Siepen. In tutto ciò spiccano abbastanza le melodie e i riff, ancora una volta efficaci ma che stavolta graffiano meno, proprio per questa impostazione volutamente ondivaga che ne castra in parte la resa: non è un caso che i momenti migliori siano i ritornelli, che oltre alla loro melodia e a una bella atmosfera, liberatoria ma in qualche modo tesa, sono anche lineari e diretti (nonostante la melodia non sia il massimo dell’originalità). Il risultato è un pezzo tutto sommato valido, ma che non impressiona come, giusto per fare un esempio, una A Voice in the Dark. Giunge quindi Prophecies, song che si apre soffusa e tranquilla, lasciando pensare quasi a una ballad prima di esplodere potente e con un feeling quasi evocativo, aiutata com’è da tanti cori che appaiono qua e là, nella miglior tradizione dei Blind Guardian. Strofe incalzanti e che a tratti accelerano e si fanno vorticose si alternano così a bridge molto tesi e preoccupati, prima di confluire in ritornelli ancora una volta corali e che invece sono decadenti, crepuscolari. Buone le piccole variazioni che costellano il pezzo, come per esempio la cadenzata coda finale: abbiamo nel complesso un episodio dai toni piuttosto oscuri e drammatici, che riesce a incidere decisamente bene, ponendosi appena al di sotto delle canzoni più valide del platter.

At the Edge of Time è lentissima a entrare nel vivo: si comincia infatti con toni molto soffusi e orchestrali per poi avere l’ingresso in scena di un metal oscuro e crepuscolare ad accompagnare la voce intensa di Hansi. Parte da qui un crescendo musicale che rende il pezzo sempre più denso di cori, di suoni sinfonici, di potenza ma anche di svolazzi e di controtempi: il risultato è che in queste lunghissime strofe ci si sente smarriti davanti a una struttura troppo variabile e in cui si fa fatica a trovare una linea melodica. Va un po’ meglio coi bridge, tranquilli e brevi, preludio a ritornelli corali ancora un po’ arzigogolati, ma in cui almeno il tema di base è un po’ catchy. Anche quest’ultima però non è niente di che, sembrando un po’ scontata: di fatto sono ben pochi i momenti di questa canzone che restano in mente, piuttosto abbiamo un episodio troppo ambizioso e che in Beyond the Red Mirror sembra essere solo un brutto riempitivo. Il lavoro a questo punto si ritira su con Ashes of Eternity, brano più rapido e speed-power oriented di quelli che ha intorno, cominciando sin da subito una corsa corredata di un riffage circolare e potente, seppur leggermente castrato dalla già citata produzione. Momenti più dritti e altri più obliqui e strani si alternano varie volte, tutti piuttosto energici; questa norma lascia spazio solo in rari momenti a qualcosa di meno serrato e potente, tra i quali spiccano i ritornelli, quasi sereni e allegri, in un contrasto col resto della song che però non stona affatto. Tutto ciò, unito a una scrittura competente, a un comparto solistico di tutto rispetto e a una struttura piuttosto semplice, fa si che abbiamo un bel brano, molto godibile. Arriva ora il turno di Distant Memories: la già citata bonus track è un pezzo considerabile a tutti gli effetti come una semi-ballata, che dopo un preludio dal vago retrogusto folk comincia a incolonnare momenti con solo l’orchestra e la batteria di Ehmke sotto alla voce di Kürsch, brevi chorus più energici, che presentano anche una bella dose di pathos nostalgico e altri momenti più potenti, ma lo stesso tranquilli e caratterizzati da un mood di vaga nostalgia. Se questo incastro, come anche il bell’assolo di Olbrich posto al centro, funzionano abbastanza bene, il tutto non fa però a gridare al miracolo, per colpa di melodie che per quanto valide sono anche leggermente banali: il risultato è buono ma non trascendentale. Un breve intro crepuscolare, poi The Holy Grail parte rapida e macinante, puro speed power metal di gran potenza, per una volta senza svolazzi o sinfonismi di troppo, se non un sottofondo appena udibile. Le strofe, per quanto non troppo lineari, sono comunque dirette e di ottimo impatto, grazie anche all’assenza di ogni eccesso sinfonico; il tutto muta coi ritornelli, in cui tornano i grandi cori avvolgenti e le orchestrazioni, ma sono ancora un accompagnamento che non fa che renderli più epici ed esplosivi. Sono infatti questi ultimi il principale punto di forza della canzone, con le loro melodie battagliere che però si rivelano anche piuttosto catturanti; ottime anche le varie influenze da metal moderno che costellano questo pezzo altrimenti classicamente Blind Guardian, aiutandolo a spiccare come il migliore del platter insieme a The Ninth Wave. Si torna quindi a toni più rivolti al metal sinfonico sin dall’intro di The Throne, che poi va al dunque come un brano che unisce tratti piuttosto tranquilli e crepuscolari, che graffiano molto in quanto a oscurità, ad altri momenti più estremi e dall’appeal drammatico, frenetici e quasi ansiosi, che pur incidendo meno sanno comunque il fatto loro. Questo connubio funziona bene, ed è arricchito da una composizione attenta, che riesce stavolta a fondere bene l’orchestra con la band; anche per le parti melodiche di chitarra il lavoro svolto è degno di nota, il che rappresenta ovviamente un ulteriore arricchimento per la song. D’altra parte, il brano pecca però forse di un’eccessiva prolissità che lo porta a durare quasi otto minuti, un problema che ne limita un po’ la resa, anche se per il resto abbiamo un pezzo di livello tutto sommato buono.

Sacred Mind ha un avvio strano, dissonante ed elettronico solo a tratti accompagnato dalle placide chitarre elettriche di Siepen, fa quasi pensare a un nuovo lento, sensazione coadiuvata dalla pacatezza generale in questo frangente. Tuttavia, a un certo punto la musica accelera di colpo e si fa molto potente e vorticosa, di nuovo al limite con lo speed classico del gruppo. E’ infatti proprio al primo periodo dei tedeschi che guarda questa traccia, con la sua alternanza tra strofe dritte e d’impatto, seppur come da tradizione piene di piccole variazioni, e ritornelli più aperti che compensano la leggera perdita di potenza con l’esplosività delle melodie e dei cori. Ottimo anche il labirintico e rapidissimo centrale di Olbrich, ciliegina sulla torta di un pezzo ottimo, appena dietro ai migliori di Beyond the Red Mirror. Con la successiva Miracle Machine abbiamo invece l’unica vera ballad del disco: realizzare lenti è stato uno dei punti di forza assoluto dei tedeschi nella loro carriera, ma in questo caso il risultato è purtroppo molto deludente. Se infatti ogni singola ballata del passato aveva la sua personalità forte (anche la bistrattata Skalds and Shadows, a mio avviso), per la prima volta i Blind Guardian ci mostrano un lento insipido, dominata a lungo solo dalla voce di Kürsch sopra a una base di pianoforte, arricchita giusto nei ritornelli, carini ma nulla più, dal ritorno delle sonorità sinfoniche e dei cori. Tra la sua inespressività, la brevità e il suo ispirarsi palesemente ai Queen, abbiamo una ballad anonima, la peggiore della storia dei tedeschi, nonché il punto più basso del lavoro insieme a At the Edge of Time. Per fortuna, nel finale l’album si ritira su con Grand Parade, epica suite finale ormai di rito, che alterna diverse parti, tutte costellate di cori e di momenti in cui regna l’orchestra, ma stavolta senza che ciò sembri scollato o forzato: prova migliore di ciò sono i bei ritornelli, dalla potenza assoluta per i cori energici che contengono ma che sanno anche farsi cantare a meraviglia. Il gruppo si dimostra come sempre magistrale anche con le variazioni di atmosfera, che qui passa da momenti più gloriosi ad altri più oscuri e malinconici, da tratti di calma ad altri di intensità lirica; una menzione d’onore non può che averla a tal proposito Kürsch, che sa rinforzare molto bene la musica con la sua versatilità, uno tra gli elementi che del resto ha fatto grandi i Blind Guardian nella storia. Anche l’incastro tra i vari riff è fatto molto bene, rari sono infatti i momenti di noia (anche se qualcuno è presente): ne consegue una cavalcata lunga nove minuti molto coinvolgente e di qualità, che forse non varrà una Wheel of Time né tantomeno una And Then There Was Silence (e si pone anche al di sotto di The Ninth Wave), ma sa comunque il fatto suo, e chiude al meglio l’ora e dieci di quest’album.

Da una squadra che vince sempre, non ci si può accontentare giusto di un buon piazzamento: è per questo che se in Beyond the Red Mirror ci sono solo un paio di episodi veramente brutti e per il resto è più che discreto, non è comunque una consolazione, se da una band power alla prima uscita questo livello è accettabile dai Bardi è lecito aspettarsi ben di più. Con i suoi sprazzi di luce ma anche i suoi tanti punti d’ombra, questo di fatto risulta il disco meno valido della discografia dei Blind Guardian, anche peggio del sottovalutato A Twist in the Myth: magari vi piacerà pure, essendo nella media del power odierno e forse anche un pelo sopra, ma non aspettatevi chissà cosa o rimarrete delusi.

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1The Ninth Wave09:28
2Twilight of the Gods04:50
3Prophecies05:26
4At the Edge of Time06:54
5Ashes of Eternity05:39
6Distant Memories (bonus track)05:51
7The Holy Grail05:59
8The Throne07:54
9Sacred Mind06:22
10Miracle Machine03:03
11Grand Parade09:28
Durata totale: 01:10:54
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Hansi Kürschvoce
André Olbrichchitarra solista e ritmica
Marcus Siepenchitarra ritmica
Frederik Ehmkebatteria e percussioni
OSPITI
Matthias Ulmertastiere e pianoforte
Barend Courboisbasso
FILMharmonic Orchestra Pragueorchestra
Adam Klemensdirettore dell’orchestra
Hungarian Studio Orchestra Budapestorchestra
Hungarian Studio Choir Budapestcori
Peter Pejtsikdirettore dell’orchestra e del coro
FILMharmonic Choir Praguecori
Stanislav Mistrdirettore del coro
Vox Futura Choir Bostoncori
Andrew Shentondirettore del coro
Thomas Hackmanncori
Olaf Seknbeilcori
William “Belly” Kingcori
Michael Schürenpianoforte (traccia 10)
ETICHETTA/E:Nuclear Blast Records
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:

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