Fog – Mors Atra (2015)

Per chi ha fretta:
Seppur il loro suono non sia originale, gli spezzini Fog sanno bene il fatto loro, come dimostra il loro esordio Mors Atra (2015), arrivato dopo una lunga gavetta. Il loro stile si rifà soprattutto al death metal svedese, ma senza trascurare le propaggini più oscure di quello americano. In più, è presente qualche influenza più moderna e qualche suggestione dal melodeath, che però non ne disturbano la natura puramente classica. Nonostante questo l’album non suona derivativo, ma anzi fresco e ben fatto, con grandi pezzi come la rabbiosa Burn Your Sinner, la variegata Infecting the Weak, la cadenza Avid, la incalzante Spineless e la lunga, orrorifica title-track. Così, a dispetto di qualche momento meno bello e di un suono un po’ troppo grezzo, Mors Atra si rivela un buonissimo album, da scoprire per i fan del death metal classico,

La recensione completa:
Nonostante in molte recensioni io tenda spesso a parlare della mancanza d’originalità come un difetto, non è sempre detto che essa lo sia: il vero problema è l’assenza di qualsiasi personalità, il rifarsi palesemente ai grandi del proprio genere senza metterci nulla di proprio. Dall’altra parte possono esistere anche gruppi che pur suonando in maniera squisitamente classica riescono comunque a rigirare i cliché in modo da non sembrare nostalgici e riuscire a incidere: è questo il caso del gruppo di oggi, i deathster Fog. Nati a La Spezia nel lontano 1997, come tanti gruppi death metal hanno dovuto affrontare una lunga gavetta prima di arrivare, giusto quest’anno, al full-lenght d’esordio, Mors Atra (“morte nera” in latino, titolo tra l’altro molto azzeccato per l’album): questa esperienza però li ha aiutati molto, perché l’album in questione è un prodotto di qualità altissima, come vedremo tra poco. Lo è anche a dispetto del fatto che il suo genere sia un death metal molto classico, che si rifà principalmente all’incarnazione svedese di gente come Grave, Entombed e pure gli At the Gates più aggressivi, ma con un’attenzione particolare anche ai gruppi americani più oscuri come Morbid Angel, Immolation e Malevolent Creation. In più, la band ci aggiunge qualche influenza  più moderna e qualche suggestione melodeath, ma la base di partenza rimane comunque death classico al cento percento. Il risultato non è scadente né derivativo, anzi: come già detto, nonostante qualche particolare meno riuscito Mors Atra è un album di impatto assoluto, che sa come coinvolgere gli appassionati del suo genere. Merito, tra le varie cose, anche di un sound generale che sa molto di vintage, e se pecca un po’ per essere troppo grezzo, non affossa troppo, ma anzi riesce a sostenere alla perfezione, l’aggressività che i Fog dimostrano di avere a tonnellate.

Un intro sinfonico piuttosto oscuro, che forse può far pensare a qualcos’altro, apre la strada alla tenebrosa opener Mass Hysteria, traccia sorretta inizialmente dal circolare e grasso rifferama di Giovanni Luciani e Michele Podda, estremamente lugubre e che accompagna l’evoluzione ritmica dai momenti più rapidi, in blast beat, a quelli più contenuti su tempo medio. L’unico momento in cui questa splendida norma ci abbandona è per dei brevi passaggi più bizzarri e dissonanti, almeno finché non entra in scena la parte centrale: questa è leggermente più melodica ma anch’essa molto vorticosa, e spezza a metà la canzone prima che essa si riprenda con la stessa norma iniziale, andando poi a concludersi come un esordio potentissimo e di alta qualità. Giunge quindi Burn Your Sinner, traccia più pestata e diretta della precedente, col drummer Cristiano Pappalardo che nelle strofe resta spesso in blast beat sotto alle macinanti ritmiche di chitarra, aprendosi solo per brevi stacchi, comunque  piuttosto oscuri. I più importanti tra questi ultimi sono i ritornelli, più lenti ma che compensano alla grande in malvagità, anche grazie al growl di William Perfigli (sorta di emulo di David Vincent dei tempi d’oro, ma più versatile) che si fa più cavernoso e graffiante. Inaspettatamente, inoltre, il brano è impostato sulla classica forma-canzone, con la ripetizione delle stesse due parti e anche una (buona) parte solistica in mezzo, l’unico momento melodico di una traccia che per il resto è una schiacciasassi, e nei suoi soli tre minuti di durata riesce a porsi comunque appena al di sotto delle migliori di Mors Atra. Un vortice di note possente e dal vago retrogusto black apre la seguente Infecting the Weak, che poi rallenta, ma solo per farsi più feroce e aggressiva: il riffage che la coppia di chitarristi crea a questo punto è infatti semplice, ma estremamente incalzante e valido. La song confluisce quindi in tratti che accelerano ancora, dotati di melodie ancora una volta cupissime, e poi in altri momenti più lenti e in molti casi dall’appeal metal moderno, che si alternano ai ritorni della norma iniziale. Più in generale, la struttura è più varia e movimentata che in precedenza, ma ciò in realtà significa poco: abbiamo infatti addirittura uno dei brani che più spicca in quest’album. Dopo tre pezzi dalla velocità non estrema ma comunque piuttosto elevata è il turno di Avid, traccia che si adagia su un ritmo medio cadenzato e con un riffage dall’appeal alla lontana death/doom, sensazione  rafforzata dai lead di chitarra, melodica ma ancora una volta di appeal oscuro. Tratti più dritti e di pura potenza si alternano con frazioni, considerabili come i ritornelli, che si ammantano più di armonie, anche se il mood che avvolge entrambe le parti è plumbeo ed espanso, quasi psichedelico. Degna di nota anche la frazione centrale, leggermente più ansiosa anche se comunque il tempo non sale nemmeno in questo caso (accade leggermente solo nel finale, che peraltro riprende i temi sentiti in tutto il pezzo), un altro arricchimento per un episodio che con il precedente crea un uno-due eterogeneo ma micidiale. Si torna quindi a correre con The Call of Genocide, canzone che esordisce subito con un blast beat martellante sotto a un riffage spaccaossa; tuttavia questa norma lascia presto il posto a qualcosa di leggermente meno estremo, musica con un’impostazione ritmica a metà tra vaghissime influenze melodeath e momenti non troppo rapidi ma davvero feroci, con in più qualche passaggio più strano e dissonante. La struttura è variabile ma compatta, e tende a seguire una linea di fondo piuttosto forte; dall’altra parte, gli interludi più moderni che si aprono a tratti stridono un po’ col resto, e in generale la canzone resta meno in mente, ma niente paura: abbiamo comunque un pezzo più che discreto!

Il suo intro sinistro e allo stesso tempo melodico lascia presagire un pezzo meno tirato, ma è una falsa premessa, perché la vera The Sick Part of Your Brain è inizialmente un macinino infernale (anche se poi le strofe si fanno leggermente meno estreme, anche se il growl di Perfigli le rende comunque molto rabbiose), aprendosi solo per bridge arcigni e lugubri che confluiscono poi in ritornelli dal feeling che ricorda vagamente il punk, decisamente vari e diretti “in your face”, cosa che li rende la parte più riconoscibile del brano. Completa il quadro una parte centrale ancora molto obliqua e strana, più che degna di un episodio in fondo breve e semplice ma comunque di tutto rispetto. Un altro preludio tempestoso e dalle lugubri melodie apre Spineless, song che alterna da subito parti ritmate e incalzanti, dal riffage movimentato, aperture vagamente “Gothenburghiane” e frazioni dominate dalle terremotanti sventagliate di doppia cassa di Pappalardo e dalle blasfeme ritmiche di chitarra della coppia Luciani/Podda a reggere il cantato sempre più graffiante di Perfigli. Ottimi anche gli interludi più lenti, a volti brevi e a volte più lunghi, che costellano il tutto e con la loro carica di sensazioni negative danno una marcia in più a questo ennesimo gran brano, che ha poco da invidiare ai migliori qui dentro. Con la seguente Scars of Vengeance abbiamo quindi un pezzo leggermente più melodeath-oriented dei precedenti, anche se comunque l’aura nera che gli spezzini evocano così bene non viene meno neanche in questo caso: abbiamo infatti un pezzo potente e quasi sempre su up-tempo, che varia spesso ritmo di base e riffage, seppur con cognizione di causa, il che rende la canzone coinvolgente in molti dei suoi passaggi, alcuni dei quali eccezionali. Dall’altro lato ci sono dei momenti invece meno incisivi, ma che non inficiano troppo il risultato finale: di nuovo, questa song sa pienamente il fatto suo. La lunga canzone finale è tradizione in altri generi ma non nel death; tuttavia i Fog con la title-track decidono di piazzarla lo stesso nell’album, e il tentativo paga alla grande. Mors Atra è infatti un piccolo gioiellino, che comincia da un intro di suoni ambientali, un momento quasi orrorifico, prima che il basso di Mattia Bonini e la batteria di Pappalardo, seguiti quasi subito dalle chitarre, diano avvio a un pezzo catacombale e ancora una volta dall’appeal doom. Siamo però ancora nel preludio, perché la canzone cresce fino a esplodere con un riffage di impatto esaltante, che macina tutto con potenza; anche questa norma non dura troppo, lasciando poi spazio a una sezione più contenuta, ma da brividi per oscurità e quindi a un passaggio ancor più melodico ma retto dal blast beat, e che riesce anch’esso ad avere potenza estrema. Questi tre momenti si alternano varie volte lungo il corso della canzone, separati da stacchi oscuri e adattissimi a lanciare la parte successiva; degna di nota anche la lunga ed eterea frazione centrale, quasi psichedelica e piena di echi, di feedback di chitarre e dei sussurri di Perfigli, un momento in cui tirare un attimo il fiato e lasciarsi avvolgersi ancor di più nell’oscurità, prima che la falsariga principale del pezzo torni fuori con prepotenza.  Degno di nota anche il velocissimo assolo posto quasi verso la fine, un altro dettaglio eccezionale di una canzone che poi, dopo oltre otto minuti e mezzi labirintici si conclude con una lunga coda melodica ma oscura, che pone una parola fine più che adatta all’album.

Alla fine di questi quarantatre minuti, è chiaro che Mors Atra non è un capolavoro ma comunque un signor album, con tanta sostanza e giusto pochi difetti e ingenuità. Se perciò siete fan del death metal più classico e aggressivo, un gruppo come i Fog fa decisamente al caso vostro:  fatelo vostro e vedrete che non vi pentirete di questa “morte nera”!

Voto: 84/100

Mattia

Tracklist:

  1. Mass Hysteria – 05:06
  2. Burn Your Sinner – 03:11
  3. Infecting the Weak – 03:49
  4. Avid – 05:12
  5. The Call of Genocide – 04:10
  6. The Sick Part of Your Brain – 03:54
  7. Spineless – 05:15
  8. Scars of Vengeance – 04:07
  9. Mors Atra – 08:38
Durata totale: 43:22
Lineup:

  • William Perfigli – voce
  • Giovanni Luciani – chitarra
  • Michele Podda – chitarra
  • Mattia Bonini – basso
  • Cristiano Pappalardo – batteria
Genere: death metal
Sottogenere: death metal classico
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale dei Fog

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