Endless Pain – Born in Violence (2005)

Per chi ha fretta:
Born in Violence (2005), esordio discografico dei bresciani Endless Pain, è un album scadente. Già il suo thrash metal ingenuo, ispirato alla primissima scena tedesca e con qualche influenza più estrema, sembra abbastanza ingenuo. Il peggio è però l’assenza totale di idee veramente efficaci: l’album risulta infatti privo di mordente e di qualsiasi riff che resti anche solo vagamente in mente. Allo sfacelo generale contribuiscono anche il suono generale, molto sporco, e le capacità tecniche non all’altezza dei membri del gruppo. Il risultato finale è quindi di livello molto basso: giusto Buried Alive e Holy Beer si salvano, il resto della tracklist è del tutto prescindibile. Per questo, Born in Violence è un disco da lasciar perdere: c’è molto di meglio in giro, anche nella carriera successiva degli Endless Pain! 

La recensione completa:
Al giorno d’oggi, internet è pieno di sedicenti blogger che hanno costruito gran parte della propria “carriera” affossando quasi ogni opera (che siano dischi, film o libri poco importa) con cattiveria gratuita. Io invece, nel mio piccolo, mi vanto di cercare sempre di essere gentile, e di provare dispiacere quando un disco va stroncato, specie se il gruppo è italiano. Se poi l’album è pure una sorta di regalo, come nel caso di Born in Violence dei bresciani Endless Pain, allora il rammarico è ancora più grande: tuttavia, su Heavy Metal Heaven io cerco di privilegiare soprattutto l’onestà, e ciò purtroppo significa che non posso salvare tutti. Non posso sicuramente farlo con un album del genere, così ingenuo e dilettantesco: il genere del gruppo qui è infatti un thrash metal molto aggressivo e con qualche elemento death, grind e punk, che si rifà molto alle prime mosse del thrash classico tedesco (non è un caso che il gruppo prenda il nome dall’esordio dei Kreator, in effetti), ma senza la stessa freschezza né tantomeno lo stesso impatto. Colpa di questo è in buona parte della mancanza totale di idee dell’ensemble lombardo: l’album suona infatti tutto simile, senza grandi spunti e senza nemmeno un riff che riesca a stamparsi in mente con piacere o a coinvolgere. Di certo però anche il resto dei particolari contribuisce alla stroncatura: mi sarebbe stato comunque difficile giudicare positivamente un lavoro con un sound generale sporco e approssimativo (ho sentito di meglio in molti demo) e suonato da membri con qualità tecniche assolutamente non all’altezza. Come vedremo tra poco, il risultato finale di tutto ciò è che Born of Violence è un lavoro suonato male e composto peggio, che oscilla tra il noioso e l’irritante, e in cui ben poche sono le cose che si salvano.

Un intro caciarone, poi parte Nuclear Storm, canzone che vorrebbe essere vorticosa e cattiva, coi suoi momenti in blast beat e le parti più rallentate ma rapide, ma che risulta invece solo cacofonica, colpa dei limiti subito evidenti di tutti gli strumentisti  (e in particolare del drummer Luigi Faglia) e di riff che variano senza cognizione di causa. Volendo trovare qualcosa di buono, si può citare la parte centrale, più lenta e in cui la voce di Max Juso, uno scream arcigno e quasi da black, riesce un minimo a incidere, ma è troppo poco per risollevare le sorti di un brano che già da subito ci fa capire la scarsezza di Born in Violence. La successiva Psychopathic potrebbe forse essere incisiva, se non fosse che la norma iniziale ha un ritmo lento e goffo,  che ne smorza di molto l’impatto; va leggermente meglio quando il brano fugge e si fa più caotico, ma poi l’evoluzione torna a passaggi più maldestri e anche a parti più strane e che poco c’entrano col resto, per un risultato che seppur leggermente al di sopra alla media del disco, non è meglio che scadente. E’ quindi il turno di Buried Alive, le cui campane iniziali fanno quasi pensare a una cover di For Whom the Bells Toll dei Metallica, cosa che in fondo non è troppo lontana dal vero: la canzone inizia infatti lenta, e anche quando entra nel vivo è più contenuta e meno estrema di prima, puntando più sulla malvagità che sul cercare l’impatto, il che è anche il suo punto di forza. Stranamente, però, anche quando il pezzo fugge per la sua sezione centrale, l’energia stavolta convince, il riffage dal feeling vagamente punk riesce a incidere come mai prima d’ora. Il risultato è un episodio che non fa certo gridare al miracolo, ma comunque più che decente, di gran lunga il migliore qui dentro, insomma. Purtroppo, l’assoluta mediocrità sentita in precedenza torna con Nam ‘67: abbiamo infatti della musica ancora una volta impacciata e senza nemmeno un passaggio che rimanga con piacere in mente, mentre sia le parti più frenetiche che i rallentamenti considerabili i ritornelli, che si alternano varie volte, sono sgraziate e senza mordente. La conseguenza è un brano insignificante, che passa quasi come se non ci fosse. Dopo un intro lento e che fa augurare una traccia alla Buried Alive, uno sparo segna l’inizio della corsa di Browning Automatic Rifle, pezzo caotico ai massimi livelli, che alterna lunghe frazioni in blast beat in cui si capisce poco o niente e momenti più aperti e tranquilli (e che per la lunga frazione centrale vedono anche l’ingresso di una chitarra pulita), che seppur non fastidiosi stonano davvero alla grande col resto. Forse l’intento era quello di replicare la confusione creata da una guerra combattuta con l’omonimo fucile, ma l’effetto è l’opposto di quello sperato: abbiamo un lungo episodio (cinque minuti e mezzo la durata) totalmente cacofonico, uno dei punti più bassi del lavoro.

Un intro costituito da un lead di chitarra crepuscolare è l’esordio di Sentenced by Hate, canzone che poi si muove lenta e cadenzata per un lungo tratto. Siamo però ancora all’inizio, perché il pezzo vero è più rapido e potente, anche se stavolta il riffage del duo chitarristico Giuseppe Alpori/Stefano Zani graffia abbastanza, specie nelle strofe più dritte (meno invece nelle aperture più lente che hanno luogo di tanto in tanto. Purtroppo, però, dall’altro lato i ritornelli sono meno efficaci, con il loro continuo stop ‘n’ go, e più in generale l’evoluzione sembra ancora una volta impostata a caso; non aiuta anche una forte sensazione di già sentito, per un brano sopra alla media di Born of Violence ma che in un disco normale non sarebbe altro che un brutto riempitivo. Come se non bastasse, l’album si affossa ancor di più con The 3rd Antichrist, canzone piena ancora di pause e di ripartenze che ne compromettono in maniera assoluta la dinamicità, anche se qualche momento che riesce a risultare almeno decente c’è. E’ però troppo poco per una song in cui non c’è un solo spunto che si lascia tenere in mente, e che una struttura apparentemente quasi casuale rendono anonimo al cento percento (tanto che è perfino facile dimenticare che nel platter c’è una traccia che si intitola così!). Una chitarra pulita oscura, che ricorda gli stacchi dei Testament degli anni d’oro, è il preludio di Angel of Apocalypse, canzone che poi sembra avviarsi con buona ferocia, anche se presto il dilettantismo degli Endless Pain torna alla luce: abbiamo infatti l’ennesimo pezzo confusionario  che mixa tante idee diverse senza però riuscire a seguirne né a esaltarne nessuna, in un’evoluzione ancora una volta senza una falsariga, complessa anche più che in passato ma senza un perché. Il risultato finale, manco a dirlo, riesce a essere addirittura il brano peggiore in assoluto della tracklist, nonostante non fosse affatto facile, visto il livello di Born of Violence. Quando ormai tutto sembra perduto, in chiusura la band piazza Holy Beer, canzone dall’atmosfera festaiola, che alterna semplicemente strofe aggressive il giusto e ritornelli dal coro sguaiato ma efficace. Una durata molto contenuta (poco più di due minuti), una struttura per una volta lineare e anche qualche riff un minimo coinvolgente riescono a non farla sfigurare: abbiamo un pezzo che pur non essendo certo trascendentale tutto sommato è divertente, e risulta il migliore del disco insieme a Buried Alive.

Nonostante ciò che possa sembrare, con questa recensione io non voglio sminuire gli Endless Pain in senso generale: il gruppo negli anni successivi (contraddistinti anche da molti cambi di lineup che hanno lasciato solo il mastermind Giuseppe Alpori come unico membro superstite della formazione di Born in Violence) ha infatti intrapreso una via più vicina al death metal e decisamente più apprezzabile, essendo se non altro molto migliore sul piano tecnico e compositivo (tra l’altro il loro ultimo album, Cosa Nostra, è uscito giusto qualche mese fa). Se quindi nel tempo hanno intrapreso una carriera rispettabile, la prima i bresciani l’hanno però proprio steccata: per questo Born in Violence vi è consigliato solo se siete completisti della band, oppure… masochisti!

Voto: 28/100

Mattia

Tracklist:

  1. Nuclear Storm – 03:16
  2. Psychopathic – 03:19
  3. Buried Alive – 04:03
  4. Nam ’67 – 03:30
  5. Browning Automatic Rifle – 05:27
  6. Sentenced by Hate – 04:22
  7. The 3rd Antichrist – 04:23
  8. Angel of Apocalypse – 04:11
  9. Holy Beer – 02:19
Durata totale: 34:50
Lineup:
  • Max Juso – voce
  • Giuseppe Alpori – chitarra
  • Stefano Zani – chitarra
  • Enrico Benedetti – basso
  • Luigi Faglia – batteria
Genere: thrash metal

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