Sigh – Imaginary Sonicscape (2001)

Tra tutti i generi del grande calderone metal, l’avant-garde è probabilmente quello più ristretto e underground: colpa non solo della difficoltà di suonare qualcosa di così particolare e innovativo in maniera convincente, ma anche nell’incapacità di gran parte dei fan degli altri stili metal di approcciarsi a esso. E’ questo il motivo per cui, mentre ogni genere ha tante “punte di diamante”, ossia gruppi celeberrimi che rappresentano lo stile (basti pensare ai Death e ai Cannibal Corpse per il death o ai Dream Theater e ai Symphony X per il progressive), la maggior parte dei gruppi avant-garde metal di valore sembrano quasi nascondersi ai più. Ci sono però un paio di eccezioni alla regola:oltre agli Arcturus, gli unici altri che mi vengono in mente sono i giapponesi Sigh, quasi altrettanto noti. Nati nel 1990 a Tokyo, nel primo periodo si segnalarono per un black metal originale ma in fondo non troppo distante dalla linea, che gli valse anche l’ammirazione di Euronymous e li portò a pubblicare l’esordio Scorn Defeat (1993) sotto la sua Deathlike Silence Productions. Infidel Art (1995) confermò le sonorità del precedente, ma poi la band guidata da Mirai Kawashima e Satoshi Fujinami decise cambiò direzione verso sonorità  più sperimentali: l’apice di questa evoluzione fu probabilmente il quinto album Imaginary Sonicscape (2001), della cui edizione integrale (non quella originale, che presentava alcuni tagli) parliamo oggi. In questo lavoro, i giapponesi perdono quasi del tutto quello che restava di black dal precedente Scenario IV: Dread Dreams (l’unica eccezione è la voce di Kawashima, spesso ancora in scream) in favore di un suono strapieno di sfaccettature e di influenze, il tutto all’insegna della psichedelia e dell’eclettismo. Il risultato è una delle cose più strane che si possano sentire, anche se questa bizzarria non è il solo motivo per cui esserne attratti, c’è anche una scrittura di tutto rispetto da parte del gruppo nipponico. Certo, non tutto è perfetto: Imaginary Sonicscape presenta anche qualche canzone meno bella e una produzione un po’ troppo confusa, particolari che non gli consentono di raggiungere l’immortalità ma che, come vedremo, non gli impediscono ad ogni modo di essere un piccolo capolavoro dell’avant-garde metal. Prima di cominciare con la solita disamina, in ogni caso, un plauso anche per l’intero artwork realizzato da Stephen O’Malley dei Sunn O))): è colorato, psichedelico e pieno di particolari, un lavoro insomma perfetto per un’opera del genere! 

Già dalla opener Corpsecry – Angelfall si può sentire come i Sigh siano bravi a scombinare di continuo le carte in tavola: su una base ritmica che a tratti sa di hard ‘n’ heavy sporcato di punk e in altri momenti ricorda da lontano il power estremo di gruppi come i Children of Bodom, attraversando vaghe sfumature hard rock, doom e pure black, si posano le tastiere di Kawashima, che passano in breve da sonorità elettroniche a un classico organo hammond, e lo scream aggressivo dello stesso mastermind. La struttura si divide inoltre tra le strofe, più variabili e movimentate, e ritornelli sempre uguali a se stessi, rockeggianti, vorticosi e pieni di effetti in sottofondo; questo tipo di impostazione si mantiene senza scossoni troppo grandi per quasi tutta la canzone, anche se scendendo nei dettagli colpisce la capacità dei giapponesi nel cambiare faccia ogni volta senza dare l’impressione di esagerare. Splendida è poi anche la trovata, dopo circa cinque minuti di musica simile, di staccare imperiosamente la linea musicale della traccia per una lunga coda totalmente sinfonica che però non è altro che l’ennesima stranezza di una opener in ogni caso di spessore assoluto. Giunge quindi Scarlet Dream, brano meno diretto e “allegro” del precedente, presentando invece un’atmosfera misteriosa e anche psichedelica, grazie a ritmiche molto distese e vagamente doom e alle imperiose tastiere spaziali. Aiuta in tal senso anche la struttura del pezzo, che dopo momenti più tranquilli allinea delle strofe che si fanno man mano più bizzarre e oscure, per poi esplodere coi potenti chorus, in cui Kawashima duetta con la voce sottile dell’ospite femminile Chie Konuo, per un effetto alienante ma anche inaspettatamente catchy. Buono di nuovo il songwriting, specie degli assoli vagamente presenti nella traccia e anche per il bizzarro stacco centrale, che mescola strani rumori, una base ritmica reggae, suoni orchestrali ed effetti sintetici; questo tratto, lungi dal sembrare buttato lì è solo un arricchimento di un brano che si pone addirittura tra i migliori dell’album. Dopo due episodi a tinte più metalliche è il turno di Nietzschean Conspiracy, lungo e misterioso brano la cui base è della lenta musica elettronica in cui di nuovo convivono elementi antitetici come sonorità sinfoniche, parti di hammond e di sassofono, synth tesi, vaghi influssi funk e passaggi quasi noise. Sul tutto si staglia inoltre la voce di Kawashima, ancora una volta harsh e che canta un testo scritto per l’occasione dall’amico Bård Faust. Il risultato di tutto ciò è un episodio se possibile anche più bislacco di quello che ha intorno, ma che di sicuro non stona col resto, anzi! I toni eterei e cupi della composizione precedente vengono quindi spezzati da A Sunset Song, pezzo melodico e scanzonato che si divide tra momenti di apertura, molto diversi ma che sono sempre distesi e di vago tono hawaiano/surf rock, e tratti di metal più potente, che sa anche aggredire. Esemplari in tal senso sono i ritornelli, che non solo hanno liriche truculente ma sono anche graffianti, sia nelle ritmiche di chitarra che nello scream rabbioso. Il contrasto tra aperture e momenti pesanti va avanti per praticamente tutta la canzone (a eccezione di un breve stacco centrale che cambia completamente sonorità in favore di un misto tra funk, r’n’b e dance), di cui peraltro rappresenta un punto di forza: abbiamo infatti un brano dai molti dettagli ma di fondo lineare, che diverte splendidamente e risulta addirittura il migliore del disco insieme a Scarlet Dream! 
Con Impromptu (Allegro Maestoso) abbiamo un rapido e intricato interludio di pianoforte, dall’appeal classico, in cui Kawashima ci mostra tutta la sua abilità con gli strumenti a tastiera; nel complesso è un minuto e mezzo scarso per ritirare il fiato, prima dell’arrivo di Dreamsphere (Return to the Chaos). Quest’ultima torna presto a incidere con potenza metal, anche se dopo il preoccupato intro l’aria si calma, e abbiamo un altro pezzo molto espanso e psichedelico, in questo caso grazie al lavoro di tastiere che qui dominano assolutamente, sia nelle strofe, leggermente più movimentate e dal vago feeling orientale, sia nei ritornelli, ancora più lenti e alienanti, coi loro toni oscuri e quasi drammatici. Per oltre metà della sua durata la traccia prosegue in questa maniera sorniona, per poi svoltare però su una norma più diretta e speed metal-oriented (anche se le tastiere e le stranezze di trademark Sigh sono sempre ben presenti): abbiamo così una fuga vorticosa piena di rapidi assoli di organo e di tastiera, resa incalzante dal ritmo impostato da Fujinami e arricchita dalle ottime trame di chitarra di Shinichi Ishikawa. Di fatto, è questo un episodio con due anime distinte, che però si uniscono in un connubio affascinante, con ben poco da invidiare ai pezzi migliori di Imaginary Sonicscape. E’ quindi il turno di Voices, out-take non presente nella versione originale e che, come Nietzschean Conspiracy, ha un’anima puramente elettronica, anche se in questo caso il feeling è più crepuscolare e disteso, almeno per le strofe; i ritornelli infatti si riempiono di suoni orchestrali, di inquietanti cori femminili, e anche le tastiere e i beat industriali si fanno più densi. Progredendo, il brano si fa inoltre leggermente più oscuro, per quanto siamo comunque su sonorità espanse: degno di nota è anche il momento in cui è la chitarra a entrare in scena con un bell’assolo, vagamente blues, momento migliore di un pezzo inferiore a quelli che ha intorno, ma in ogni caso piacevole. Quando giunge Ecstatic Transformation si torna quindi a una norma più movimentata , grazie a un tempo incalzante  e a un riffage classicamente hard ‘n’ heavy, su cui si posa però l’hammond: questo, come anche gli stacchi più melodici e con le mani battute a tenere il ritmo, e quelli che tributano chiaramente  i Deep Purple (come la prima parte della sezione centrale) crea un feeling anni settanta fortissimo. Vanno in tal senso anche i ritornelli, con voci distorte e tanti effetti, ma che risultano anche stranamente catchy: il risultato è un episodio che nonostante le influenze elettroniche che fanno capolino qua e là suona molto vintage, il che peraltro non è assolutamente un difetto! E’ la volta quindi di Born Condemned Criminal, altro pezzo bonus (era contenuta originariamente solo nell’edizione giapponese dell’album) che si presenta molto lento e disteso, presentando però anche chitarre distorte di vago retrogusto doom, che seguono i synth spaziali di Kawashima nella creazione di un mood fantascientifico e rilassato, disegnando melodie quasi in libertà. La struttura è inoltre delle più classiche, e alterna strofe e refrain, peraltro con ben poche differenze tra loro (i secondi sono solo leggermente più animati) diverse volte, lasciando spazio anche tra di esse a uno splendido assolo di organo e a uno ancora molto bluesy di chitarra, ciliegine sulla torta di una song più che ottima, che credo sia sprecata come bonus track!
Slaughtergarden Suite è un lungo brano quasi progressive, che comincia dalla lunga e labirintica prima parte, intitolata Scene I: At Dawn: si viene a creare da subito un’atmosfera oscura, onirica e obliqua, difficile persino da descrivere a parole, appoggiata su un ritmo lentissimo e volutamente statico. Sembra che si debba proseguire per tutta la canzone su questa norma quando d’improvviso Scene II: The Dead Are Born si avvia come un mid-tempo più movimentato e dinamico, che spezza l’aura oscura in favore di un mood vagamente preoccupato ma anche disimpegnato, come ben dimostrano i vari influssi dance che i Sigh inseriscono al suo interno. E’ questa una norma che però  dura pochissimo, prima che un altro stacco imperioso ci porti a Scene III: Destiny Divided, soffice interludio di musica classica senza traccia di altro. Anche questo lascia spazio presto a Scene IV: Slaughtergarden, frazione di nuovo metallica che le tastiere rendono vorticosa e strana, melodica ma in qualche modo anche estrema; ammirevoli in questo tratto sono le partiture della chitarra e dei synth di Kawaishima, un arricchimento per una sezione in larga parte strumentale che va avanti abbastanza a lungo senza grossi spostamenti di coordinate, prima che giunga la frazione conclusiva, Scene V: Aftermath. Questa non è altro che un’estesa coda strumentale conclusiva, in cui un tappeto di “sporcizia sonora” accompagna i suoni tristi di un carillon, un finale strano ma comunque adeguato per un pezzo che seppur sia forse il meno bello di tutto Imaginary Sonicscape, è comunque un piacere ascoltare!  Arrivati a questo punto, con Bring Back the Dead (qui presente in versione integrale rispetto a quella tagliata in originale) torniamo a uno stile più diretto, grazie a un riffage heavy metal classico arricchito di svolazzi e dallo scream di Kawashima, che procede piuttosto lineare. Nonostante ciò, la progressione del brano è comunque importante, e da un punto di partenza disimpegnato si fa sempre più angosciato e cupo, fino ad arrivare a ritornelli oscuri ma anche intensissimi dal punto di vista del pathos, oltre ad essere molto orecchiabili. Questa evoluzione si ripete a lungo, la struttura è delle più canoniche, e varia solo al centro, dove al posto dell’assolo c’è un’altra lunga apertura pseudo-sinfonica; è anche per questa semplicità che questo pezzo è, se non tra i migliori, almeno tra quelli che spiccano di più nel platter. Infine, siamo giunti quasi alla fine: un preludio a metà tra l’ambient e tristi sonorità orchestrali, poi la conclusiva Requiem – Nostalgia entra nel vivo lenta e riflessiva, presentando ritornelli evocativi, con voce pulita e il suono malinconico di un flauto, oltre all’orchestra, che si alternano con strofe dense e in cui i Sigh per l’ultima volta ci mostrano le loro tendenze sperimentali. Ottima anche l’estesa sezione centrale, dal feeling quasi trionfale e allegro in principio, per poi farsi più ossessiva e inquietante per un lungo tratto, e virare di nuovo su una norma estremamente serena e divertente, che si amalgama però molto bene col resto della canzone. Ottima anche la conclusione, che con distorte risate di bambini e musica da giostra ci regala un finale stranissimo, cosa prevedibile del resto: nel complesso abbiamo insomma una traccia grandiosa, sicuramente una degno epilogo per un album di questa fattura.
Alla fine di questi settantotto lunghi ma piacevoli minuti, si può concludere tranquillamente che Imaginary Sonicscape è una piccola gemma dell’avant-garde metal più bizzarro e particolare. C’è da dire, dall’altra parte, che per apprezzarlo davvero bisogna ascoltare i Sigh con mente aperta e senza pregiudizi, altrimenti questo può sembrare solo un polpettone di tantissimi generi diversi mescolata a caso e con sopra lo scream. Se però non disprezzate le stranezze né una fortissima originalità, allora quest’album vi è assolutamente consigliato!
Voto: 91/100
Mattia
Tracklist:
  1. Corpsecry – Angelfall – 06:42
  2. Scarlet Dream – 05:11
  3. Nietzschean Conspiracy – 05:24
  4. A Sunset Song  – 06:49
  5. Impromptu (Allegro Maestoso) – 01:24
  6. Dreamsphere (Return to the Chaos) – 06:51
  7. Voices – 07:03
  8. Ecstatic Transformation – 05:35
  9. Born Condemned Criminal – 05:43
  10. Slaughtergarden Suite – 10:57
  11. Bring Back the Dead – 08:22
  12. Requiem – Nostalgia – 07:58
Durata totale: 01:17:59
Lineup:
  • Mirai Kawashima – voce, tastierem synth, organo, pianoforte, programming, basso
  • Shinichi Ishikawa – chitarre
  • Satoshi Fujinami – batteria e percussioni
Genere: avant-garde metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale dei Sigh

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