An Handful of Dust – Map of Scars (2015)

Il mondo è davvero strano. Ci sono infatti tanti gruppi che cercano di spacciarsi per metal senza esserlo, per varie ragioni, e poi c’è anche chi, come i friulani An Handful of Dust, sostiene di non esserlo ma ha invece un’anima metallica. Seppur nel press-kit infatti il gruppo di Udine si definisca alternative/modern metal, nel suo recente EP Map of Scars (terzo album in carriera dopo la formazione nel 2000 e due full-lenght tra il 2007 e oggi) si esprime in un prog metal oscuro e variegato, molto melodico per gran parte del tempo ma che presenta anche notevoli scoppi di energia, e ricorda più che altro i Fates Warning più alienati e i Novembre meno estremi. In realtà qualcosa di alternativo in questo stile c’è, ma d’altro canto c’è da dire che sono tantissime le influenze minori che si riscontrano nel sound del gruppo, da melodeath all’avant-garde, dal power al black fino ad arrivare appunto al rock alternativo e psichedelico; tutto ciò contribuisce molto a rendere il suono del gruppo piacevolmente originale. Purtroppo dall’altro lato Map of Scars presenta anche diverse pecche: per esempio, ascoltandolo ogni tanto aleggia una distinta sensazione di scarsa sicurezza, quasi che gli An Handful of Dust non credano nelle potenzialità che qui dimostrano di avere in buona quantità; rivedibile è poi anche la prestazione di Mauro Forgiarini, che sfoggia un cantato molto versatile ma a volte un po’ fuori contesto rispetto alla musica alle sue spalle. Entrambi sono in fondo problemi veniali, non troppo importanti al fine del giudizio, cosa che non si può dire invece della produzione: se Map of Scars suona più reale e meno plasticoso di tanti grandi lavori moderni, pecca però molto dal punto di vista dell’incisività, con in particolare chitarre che non graffiano, il che ammoscia abbastanza l’album, anche se come vedremo tra un attimo non riesce comunque a castrarlo del tutto.

L’iniziale In the Nightdrive Shade esordisce con un riff molto melodico e soffuso, che si muove su un tempo medio-basso e con la voce di Forgiarini molto mogia, per un effetto crepuscolare, nascosto e vagamente alternativo, che avvolge bene. Questa norma di così basso profilo si evolve però facendosi sempre più intensa e potente, con le chitarre che disegnano melodie heavy dall’appeal maideniano e l’intensità generale che cresce sempre di più, creando un certo pathos, che peraltro è il punto di forza assoluto del pezzo. In questa progressione si aprono però momenti che tornano  alla sofficità iniziale, ma che non spezzano la tensione particolare qui creata: notabile anche il pestato ma emozionante finale, degna conclusione di un brano che da subito si pone come il migliore di Map of Scars, un bellissimo esempio del sound degli An Handful of Dust nonostante i suddetti difetti dell’EP siano ben presenti. La successiva Our Frail Connection è una traccia più varia della precedente, alternando momenti tranquilli, pieni di melodia e in cui chitarre pulite e distorte condividono, con altri più energici, in cui a tratti la coppia di chitarre Nicolas Pezzetta/Giovanni Valente mostra persino influenze black (!) oppure una frenesia tipica del metal più esasperato, presentando anche il growl del bassista Gianluca Gobbi. Come nel caso precedente, inoltre, il pezzo aumenta man mano la sua energia, anche se ciò di nuovo significa solo un potenziamento dell’espressività della musica, con in particolare un mood decadente e romantico che da lontano ricorda addirittura il gothic; dall’altra parte, la progressione qualche momento morto ce l’ha, ma ciò non da comunque troppo fastidio. Tutto ciò, unito a un songwriting valido, fa si che il risultato sia un buon pezzo.  Un altro intro molto soft, in cui la chitarra si incrocia col basso di Gobbi, da il via a Don’t Walk Away, che alterna momenti delicati e ricercati a refrain leggermente più potenti, ma che non perdono di vista la melodia, almeno per questa prima parte, e possiedono anche una buona tensione sentimentale. Sembra che tutto debba proseguire così quando invece i giochi si fanno più aggressivi: compare infatti d’improvviso un riffage teso e il growl, per una parte melodeath che porta una ventata oscura sul pezzo, prima che la norma principale si riprenda. C’è spazio anche per un apertura anche più melodica e malinconica al centro del brano, che partendo da toni davvero morbidi affronta un crescendo fino al ritorno del chorus, che conclude poi il brano migliore dell’EP insieme a In the Nightdrive Shade. A chiudere il quartetto di canzoni c’è infine Intensive Care Unit, traccia che parte subito con potenza decisamente heavy, anche se le sonorità sono comunque piuttosto distese e melodiche, e non salgono mai troppo, tendendo anzi anche a scendere in alcuni frangenti, in cui tornano le chitarre pulite. Più pesanti sono invece i ritornelli corali, dall’atmosfera infelice che viene creata dalle ritmiche di chitarra, abbastanza taglienti. In ogni caso, anche il growl di Gobbi torna a fare la sua comparsa, per la parte centrale, molto varia e che incorpora anche passaggi thrashy senza però essere troppo estrema, e poi nell’esasperato finale, molto rapido e pestato. In generale, l’episodio è il più vario dei quattro, e l’impressione ogni tanto è che il gruppo sia un po’ spaesato: l’album si chiude perciò con il suo pezzo di minor valore, anche se c’è da dire che siamo su livelli almeno decenti.

E’ chiaro insomma che con Map of Scars gli An Handful of Dust si trovano sulla strada giusta: dovranno però percorrerla con più convinzione, cercando al contempo di risolvere in particolare il problema di sound già riscontrato a inizio recensione. I mezzi per farcela i friulani li hanno tutti, sia dal punto di vista tecnico che di quello della scrittura, della maturità e dell’originalità: per quanto mi riguarda, perciò, sono molto curioso di sentire le loro prossime mosse discografiche!

Voto: 69/100 (massimo per gli EP: 80)

Mattia

Tracklist:

  1. In the Nightdrive Shade – 04:49
  2. Our Frail Connection – 04:10
  3. Don’t Walk Away – 04:59 
  4. Intensive Care Unit – 05:15
Durata totale: 19:13
Lineup:
  • Mauro Forgiarini – voce
  • Gianluca Gobbi – voce (growl), basso
  • Nicolas Pezzetta – chitarra
  • Giovanni Valente – chitarra
  • Christian di Lenardo – batteria
Genere: progressive metal

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