Cyrax – Pictures (2015)

Se riusciranno a maturare e a correggere i propri difetti, magari dirigendosi in una direzione ancor più sperimentale di quella che troviamo in questo lavoro, i Cyrax potrebbero riuscire a diventare un nome di tutto rispetto nella scena prog nostrana e forse anche in quella mondiale”. Così scrivevo, giusto qualche mese fa, nella recensione di Reflections, esordio dei progster milanesi Cyrax uscito nel 2013. Sempre nello stesso pezzo, sottolineavo poi che non ci sarebbe voluto tanto tempo per vedere se la mia previsione si fosse avverata, vista l’uscita imminente del successore Pictures. Ora che ho avuto i miei canonici quattro mesi per analizzare e ascoltare questo nuovo lavoro, ogni dubbio può essere cancellato. Andiamo per gradi, però: già dai primi ascolti del loro secondo album, è chiaro che i lombardi non hanno cambiato granché le proprie coordinate. Il loro è sempre un progressive metal estremamente mutevole e al limite con la schizofrenia, che presenta tantissimi cambi di atmosfere, di linee musicali e vocali, e ai primi ascolti riesce a sorprendere molto. Rispetto a Reflections, però, è evidente la notevole crescita a livello compositivo: se infatti alcune canzoni del predecessore si potevano confondere tra loro, in Pictures ogni singolo pezzo ha la sua personalità ben distinta. Dall’altra parte, invece, sembra che i Cyrax aderiscano leggermente di più che in passato ai cliché del progressive moderno, un pochino a scapito dell’originalità; ciò può essere visto come il difetto del disco, insieme al fatto che forse per chi già li conosce ormai l’effetto sorpresa tende a presentarsi meno (ma è questa una cosa estremamente soggettiva, c’è anche da dire). Tutto ciò però non rovina l’ascolto di un album che come vedremo è nel complesso superiore al precedente, pur non riuscendo però a fare il salto di qualità definitivo e a essere un capolavoro

Un breve intro di suoni elettronici, poi esordisce Cyrax, brano sin da subito movimentato a livello ritmico, grazie anche al nuovo batterista Lorenzo Beltrami, già in gran spolvero. Seppur molto variabile, la struttura si può dividere nelle strofe, piene di influenze e di suoni diversi, provenienti spesso da generi fuori dal metal, in cui l’unica costante è la voce graffiante di Marco Cantoni, e l’accoppiata bridge/ritornelli, coi primi volutamente goffi e quasi comici, e i secondi più intensi e catchy, con le melodie facili e il falsetto dello stesso Cantoni che duetta coi cori. La parte più arzigogolata è però quella strumentale posta al centro, in cui convivono momenti puramente prog, parti di apertura corale e un pianoforte che cita anche l’overture de Il Barbiere di Siviglia di Gioacchino Rossini, per un effetto molto strano ma che funziona, e arricchisce una buona opener. La successiva The 7th Seal esordisce melodica e delicata, facendo pensare a una ballata, ma poi la potenza metal torna fuori, per un brano più scarno ed essenziale del precedente, perdendo un po’ in bizzarria ma riuscendo così a incidere anche meglio. Ecco così che la struttura incolonna strofe ritmate e brillanti, dal mood serioso ma vagamente preoccupato, con Cantoni che urla moltissimo, bridge pieni di cori che li rendono molto teatrali e refrain brevi ma che lasciano il segno, con la loro forza sentimentale davvero elevata. In tutto ciò c’è spazio anche per alcune divagazioni, che vanno da stacchi col solo piano o la chitarra acustica a momenti pesanti e tecnici, più scanzonati; sono delle piccole parti (tranne per la sezione centrale, per metà morbidissima e per metà bella prova di forza dei chitarristi Filippo Ferrari e Paolo Musazzi, e del tastierista ospite Larsen Premoli) che non appesantiscono i sei minuti della canzone, ma anzi contribuiscono a renderla la migliore dell’intero Pictures! Un altro preludio strano e dall’appeal vagamente elettronico, poi si avvia Cockroach, episodio composto da strofe dal forte retrogusto funky, con spesso in evidenza il basso di Cesare Ferrari, che poi si evolvono verso una norma sempre più potente e anche caotica, in cui il riffage di base è metal moderno al limite quasi con l’estremo, e accompagna cambi schizofrenici di ritmo. C’è spazio anche per uno stacco soffuso al centro, che alterna sonorità ricercate di pianoforte e momenti più vorticosi che lasciano spazio pure alla componente elettronica dei Cyrax. Il risultato è un brano stranissimo, ancor di più di quelli che ha intorno, ma che riesce a non sfigurare nei loro confronti. Giunge ora These Green Valleys, song che si apre col violino del guest Gianmarco Giuseppe Andreoli, che tornerà poi a far capolino lungo la canzone, accompagnando i toni soffici creati dalla sezione ritmica, dalle tastiere e dagli arpeggi di chitarra pulita. Abbiamo infatti una ballad molto docile e in cui gli unici elementi di tensione sono i duetti tra Cantoni e l’ospite Evelyn Iuliano (già sentita su Reflections), e i brevi stacchi più sinfonici e progressive che si aprono qui e là, che movimentano una struttura altrimenti più lineare e semplice rispetto a prima. Degno di nota anche l’assolo di chitarra quasi blues al centro, corto ma bello, un valore aggiunto per un lento di qualità.

Si torna a toni elettrici con Oedipus Rex, traccia in cui l’intro granitico lascia poi spazio a una strofa ancora morbida e dominata dal pianoforte sotto alla voce, la quale stavolta crea però un mood piuttosto oscuro. Quest’ultimo esplode poi pienamente nei chorus, che si ergono minacciosi con il riffage basso e gli arcigni vocalizzi di Cantoni. Quest’alternanza tra strofe aperte (anche se leggermente più metal della prima) e ritornelli aggressivi si ripete per metà della canzone, prima che il tutto svolti su una norma più varia e prog-oriented, cambiando spesso tono e atmosfera; è indubbia però l’abilità dei Cyrax con la materia, visto che nemmeno questa parte annoia, ma anzi è forse la migliore di un pezzo che poi brevemente si riprende, prima di terminare rivelandosi il migliore di Pictures insieme a The 7th Seal. E’ ora il turno di Shine Through Darkness, lunga suite divisa in ben tre diversi brani. Dopo un intro che ricorda These Green Valleys, la prima parte si avvia piuttosto movimentata e tecnica, cambiando spesso coordinate, anche se presenta spesso di base il suo riff principale, decisamente energico e cangiante. Dopo una lunga frazione granitica di progressive metal, il pezzo lentamente abbassa la propria intensità, fino a giungere all’inizio della strofa vera e propria, retta dal solito florilegio di voci sopra a una semplice base di pianoforte. Anch’essa quindi scema per dare origine al ritornello, lungo e pieno di pathos, grazie anche alla prestazione intensa e lancinante di Cantoni. In tutto ciò c’è anche spazio per una grande varietà di passaggi, da quello più rilassato e bluesy a quello più heavy e aggressivo: la struttura però non è casuale, ma anzi riesce a creare man mano una bella tensione, fino a che essa si sfoga nell’apoteosi del momento in cui viene declamato il titolo della canzone, un tratto urlato con una coda di cori che ricordano addirittura i Queen. Un breve interludio in cui il Ferrari bassista la fa da padrona ci porta quindi alla seconda sezione del pezzo, dominato inizialmente dal suono di un clavicembalo sintetico, prima di farsi più obliquo e strano, cominciando una progressione notevole che su una base sempre variabile la conduce a modificarsi di continuo. Tra le tre frazionidi Shine Through Darkness questa è quella che sembra più scollata e fine a sé stessa, più un divertissment che altro, anche se ha almeno il pregio di essere piacevole per buona parte della sua durata. Circa tre minuti e mezzo di musica, poi comincia la conclusiva del terzetto in questione, che dopo un momento molto tecnico riprende il riff principale, una caratteristica che del resto accomuna questa terza parte: tornano infatti tutti i temi già sentiti all’inizio, in una maniera però più crepuscolare ed emotivamente forte. Ciò succede specialmente nel ritornello, introdotto da una strana frazione elettronica e ancor più penetrante che in precedenza, e quindi dalla successiva “parte del titolo”, che praticamente porta alla conclusione il pezzo. Nel complesso, abbiamo una lunga suite a due facce, ogni tanto troppo arzigogolata e fine a se stessa, ma che contiene anche alcuni tra i momenti migliori di Pictures. Siamo arrivati alla fine dei giochi: Phunkrax è praticamente un lungo outro strumentale che come dice il nome stesso è molto funk rock-oriented, seppur con influenze r’n’b e progressive. Nel complesso abbiamo un pezzo giocoso e divertente, una conclusione paragonabile per bizzarria a Feel the Essence of Blues, finale di Reflections, e la cui stranezza è adattissima per chiudere un album del genere.

Insomma, Pictures è un album di alta qualità, molto tecnico ma senza essere quasi mai sterile, e sicuramente molto superiore alla qualità media del prog metal attuale. E’ vero anche che con la sua uscita i Cyrax non riescono per il momento a raggiungere il livello dei grandi del loro genere, quindi la mia previsione non si è (ancora) avverata: è certo però i fan del genere progressive più pesante devono tenerli d’occhio, perché questo secondo album non è altro che la conferma non solo della  bravura dei lombardi ma anche della loro maturazione, e chissà che con ancor più esperienza il prossimo album non possa essere davvero il capolavoro che li consacri. Il futuro è incerto per definizione, ma per come io vedo i milanesi sono assolutamente ottimista!

Voto: 83/100

Mattia

Tracklist:

  1. Cyrax – 05:05
  2. The 7th Seal – 05:59
  3. Cockroach – 03:43
  4. These Green Valleys – 04:11
  5. Oedipus Rex – 04:06
  6. Shine Through Darkness pt. I – 07:22
  7. Shine Through Darkness pt. II – 03:36
  8. Shine Through Darkness pt. III – 03:39
  9. Phunkrax  – 02:55
Durata totale: 40:36
Lineup:
  • Marco Cantoni – voce
  • Filippo Ferrari – chitarra
  • Paolo Musazzi – chitarra e synth
  • Cesare Ferrari – basso
  • Lorenzo Beltrami – batteria
  • Larsen Premoli – tastiera (guest)
Genere: progressive metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale dei Cyrax

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