Machine Head – The Blackening (2007)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEThe Blackening (2007), sesto full-length della carriera dei Machine Head, è anche l’album della rinascita per il gruppo californiano.
GENERETorna in maniera convinta verso al groove metal, ma senza mancare di influssi alternativi e metalcore.
PUNTI DI FORZAUno stile ben integrato nelle sue influenze e senza forzature, una registrazione tagliente e perfetta, un songwriting di alto livello, una grande energia.
PUNTI DEBOLIUna lieve prolissità.
CANZONI MIGLIORIAesthetics of Hate, Now I Lay Thee Down, Halo
CONCLUSIONIThe Blackening si rivela alla fine un piccolo capolavoro, imprescindibile per i fan dei Machine Head e del groove metal!
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
91
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Quello compreso tra la fine degli anni novanta e l’inizio del nuovo millennio è stato un periodo buio per i Machine Head: abbandonato il loro groove metal possente per un più commerciale nu metal, genere che però cominciava già a mostrare la corda in fatto di seguito e di vendite, il gruppo guidato da Robb Flynn si ritrovò a non essere apprezzato né dagli amanti dell’alternative né dai loro vecchi fan, che li accusavano di tradimento. C’era rimasto poco da fare per il gruppo, che infatti decise di fare marcia indietro: nel 2003 uscì così Through the Ashes of Empires, album che segna il ritorno a sonorità più propriamente metalliche, seppur molti fan non furono convinti dalla permanenza di alcune influenze precedenti. Passano quattro anni e nel 2007 fu la volta di The Blackening, disco che stavolta mise d’accordo gran parte del pubblico: i Machine Head erano tornati alla grandezza precedente! Ascoltando questo lavoro, è possibile capire anche il perché: seppur con influenze alternative e anche metalcore, in particolare nelle parti meno aggressive, a dominare è un groove metal feroce e graffiante, ma che sa anche quando non lesinare in melodie, per un’integrazione tra groove classico e nuove tendenze che funziona alla perfezione, senza sembrare mai raffazzonata né tantomeno troppo modaiola. Ciò, unito a una produzione tagliente come un rasoio e a un songwriting di qualità assoluta, rende quest’album una piccola perla, che dà persino l’idea di non essere il meglio che l’ensemble poteva fare: come vedremo tra poco, infatti, se non fosse stato per la prolissità che The Blackening mostra di tanto in tanto, avremmo avuto probabilmente uno dei dischi più clamorosi dell’intero decennio!

Si comincia da Clenching the Fists of Dissent, dotata di un intro molto soffice che va avanti a lungo, tra effetti e lievi arpeggi di chitarra acustica, facendosi leggermente più pesante man mano che si avanza. La crescita è molto lenta, e sembra che ci debba ancora volere molto, quando invece con uno strappo la song entra improvvisamente nel vivo, mostrando un riffage selvaggio e dal retrogusto thrash su un tempo rapido, su cui di tanto in tanto si aprono stacchi di vago sapore core, più cadenzati ma che guadagnano molto in malvagità, per un ottimo effetto avvolgente. Quest’alternanza va avanti per circa metà canzone, per poi svoltare su una norma più variabile, che tra momenti minacciosi ma rallentati, tratti docili e intensi sentimentalmente, fughe imperiose riempite dai duelli chitarristici tra Flynn e Phil Demmel, e momenti anthemici e battaglieri, caratterizzati dal coro “fight!”, ci conduce al ritorno della falsariga principale. E’ solo un attimo, però, perché un nuovo interludio sottotono presto ci ricollega al gran finale del pezzo, ossessivo e di assurda potenza grazie anche alla voce di Flynn, una grandiosa conclusione per una opener molto varia ma ottima. Con Beautiful Mourning abbiamo invece un brano più lineare e diretto, che dopo un breve intro vorticoso entra nel vivo presentando una struttura che è più o meno la stessa per l’intera durata: le strofe sono pesantissime, molto aggressive e urlate, mentre i chorus vivono di un botta e risposta tra momenti di pura melodia, con la voce di Flynn eccezionalmente dolce, e altri più oscuri e cattivi. Il tutto è valorizzato da un buon numero di variazioni, che tengono alta l’attenzione, da una bella parte centrale, con molto pathos, e da un’atmosfera depressa e piuttosto cupa, tutti e tre punti di forza di un altro gran episodio. Giunge quindi Aesthetics of Hate, traccia che dopo un breve intro, lugubre ma melodico, parte come un treno impazzito, mostrando una cattiveria ancor più forte rispetto ai pezzi precedenti, cosa logica visto il testo, uno sfogo di Flynn contro un articolo molto duro nei confronti del compianto Dimebag Darrell (di cui lo stesso frontman suona qui la chitarra). Ecco così che per la prima parte strofe schiacciasassi e in cui il cantante mostra vero odio si alternano con refrain un po’ più trattenuti, seppur anch’essi estremamente pesanti. Splendida anche la parte centrale, in cui il riffage tributa lo stile dello stesso Darrell e si viene a creare un affresco di intensa infelicità, grazie anche alle incursioni della voce nel finale, per una ripresa della falsariga in modo più lento ed espressivo. Il momento migliore del brano è però quello finale, che arriva subito dopo cominciando a ripetere ossessivamente “May the hand of God strike them down” e cresce lentamente, una parte di cattiveria assurda che rappresenta uno dei passaggi migliori dell’intero The Blackening, oltre che la marcia in più di uno dei suoi episodi migliori.

Dopo un intro sottile prende il via Now I Lay Thee Down, il pezzo in assoluto più lineare del platter nella sua classica forma-canzone: abbiamo infatti strofe soffuse e crepuscolari, dall’effetto quasi alternativo, che si avvicendano con ritornelli molto più energici ritmicamente, ma che evocano anche un certo pathos, oltre all’onnipresente oscurità che avvolge la traccia; il tutto è dominato dalla voce di Flynn, spesso delicata e che raramente assume le sue classiche tonalità graffianti. L’unica parte che esce da questa semplicità è quella centrale,che cambia spesso tono ma in linea di massima è la più classicamente Machine Head della song, piuttosto rabbiosa e con pesanti ritmiche groove, l’unico momento davvero aggressivo di un episodio che per il resto è pieno di melodia, il che lo rende il singolo ideale dell’album, in assenza di uno ufficiale. La successiva Slanderous esordisce piuttosto cadenzata per poi farsi però più rapida e frenetica, con un incedere incalzante e un riffage principale basso e graffiante, che accompagna sia le granitiche strofe che i bridge, leggermente più melodici; al contrario, i chorus sono rallentati e dolorosi, ma si integrano bene col resto. Molto buona è anche la frazione centrale, inizialmente marziale e aggressiva per poi farsi però rapida e dominata dagli assoli, quasi con retrogusto power (!), un altro momento piacevole per un pezzo che comunque è molto valido in ogni suo momento, e si pone appena al di sotto dei migliori di The Blackening. Un lungo preludio soffice, dominato dal basso di Adam Duce e da misteriosi echi di chitarra al di sopra, poi parte Halo, brano dal riff puramente groove metal, da urlo, che accompagna gran parte delle strofe rendendole pesanti come macigni. La melodia torna però durante i refrain, che dopo bridge di raccordo si pongono invece estremamente melodici, sia a livello vocale che nelle chitarre, creando un forte pathos. La traccia tende inoltre a progredire, presentando una lunghissima sezione centrale, che dopo aver ripreso l’intro alterna rallentamenti selvaggi, momenti di fuga a volte estremamente energici, in altri casi più melodici e dominati dai duelli tra le due asce, e tratti più obliqui e orientati al groove. La faccenda va avanti diversi minuti, prima che un ritornello dai toni ancor più melodici e delicati che in precedenza compaia di nuovo, proseguendo poi in maniera espansa; è il segno della ripresa della parte principale, che dopo un momento quasi etereo, infelice, torna col suo riff, per la chiusura potente e aggressiva di un grande pezzo, forse il migliore del disco insieme a Aesthetics of Hate e Now I Lay Thee Down.

Un avvio potente e che lascia pensare a una canzone di impatto massiccio ma non troppo rapido, poi Wolves diventa più dinamica, mettendo in evidenza tutte le influenze thrash del combo californiano. Così, momenti taglienti e già sostenuti nel ritmo (tra cui si segnala il ritornello, pestatissimo grazie al terremotante drumming di Dave McClain) si avvicendano a passaggi al vetriolo, nei quali regnano i vortici di note che le chitarre creano, in una costruzione che si ripete abbastanza spesso durante il brano. C’è anche spazio per aperture meno aggressive e roboanti, che compaiono qua e là nel pezzo e lo allungano, risultandone anche per questo forse i momenti meno appetibili. E’ buona invece la scelta di rendere variegato il songwriting dei momenti più thrashy, che con le loro melodie maschie tengono alta l’attenzione durante i nove minuti di quest’episodio; quest’ultimo in fin dei conti soffre un po’ di ridondanza, ma alla fine risulta di buon valore. A questo punto, siamo ormai agli sgoccioli: A Farewell to Arms, traccia conclusiva di The Blackening, è anche la più varia del disco, anche se non la più lunga (primato che spetta invece alla opener). Si comincia da un’estesissima introduzione, soffusa e dominata dai vocalizzi soffusi di Flynn e dalla dimessa chitarra pulita in sottofondo; si procede con questa norma per oltre tre minuti e mezzo, prima che l’elettricità torni in scena. Parte a quel punto un mid-tempo groove metal energico ma che in qualche modo ha anche una sua certa dolcezza, tendenza sottolineata anche dal ritorno di tanto in tanto dei toni morbidi dell’intro e dai momenti di puro pathos che fanno capolino qua e là. Questa norma prosegue fin quasi alla metà della canzone, prima che essa cominci di nuovo a evolversi: i tempi si fanno più sostenuti e il riffage più vorticoso, ma i toni infelici e preoccupati che hanno dominato la traccia fin’ora non scompaiono, anzi si fanno persino più forti attraverso i vari cambi di temi musicali che la composizione percorre con un’impazienza quasi progressive. Si cambia atmosfera solo con il gran finale, molto tempestoso e serrato, che con la sua frenesia torna al puro impatto, in una folle corsa che prosegue per qualche minuto per poi cominciare a perdere il suo dinamismo. Al termine di questa regressione, torna ancora una volta la trama del preludio, più lenta e depressa, a mettere il sigillo a un ottimo episodio e a un album anche più valido.

Come già sottolineato, è un vero peccato che ogni tanto The Blackening pecchi di prolissità: per il resto infatti è un album che coinvolge sia con le parti di impatto assoluto che con quelle di forte melodia. Se forse non raggiunge i livelli inarrivabili di Burn My Eyes, quest’album è comunque di certo tra i lavori imprescindibili della carriera dei Machine Head: l’unico sbaglio che potete fare, perciò, è considerarlo un episodio minore!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Clenching the Fists of Dissent10:35
2Beautiful Mourning04:49
3Aesthetics of Hate06:34
4Now I Lay Thee Down05:34
5Slanderous05:17
6Halo09:03
7Wolves09:04
8A Farewell to Arms10:12
Durata totale: 01:01:08
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Robb Flynnvoce e chitarra
Phil Demmelchitarra
Adam Ducebasso e backing vocals
Dave McClainbatteria
ETICHETTA/E:Roadrunner Records
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