Congiura – iBlood (2015)

Tra i dischi che mi arrivano da recensire, ce ne sono alcuni che si possono inquadrare già ai primissimi ascolti in un certo genere; altri invece sono più ardui, specie quelli con così tante influenze che è quasi un azzardo catalogarli. Il caso di oggi ricade proprio in questa seconda categoria: iBlood (bel titolo!), primo album in studio degli aquilani Congiura dopo la formazione del 2012 e un singolo l’anno successivo, è infatti un album difficile da etichettare, visto il suo sound sfaccettato. Quello degli abruzzesi è un metal al tempo stesso estremo e melodico, la cui base è sicuramente il melodeath moderno post-Gothenburg. Tra le tante piccole influenze, due sono quelle che spiccano maggiormente: da un lato c’è quella metalcore, che esce sia nella voce che in alcuni pattern ritmici e in alcune frazioni più aperte, mentre dall’altra parte invece la band mostra addirittura influssi da certo gothic, derivato sia nell’incarnazione primigenia della versione metal (Paradise Lost, Type O Negative) ma che sembra in certi casi più un’incarnazione iper-vitaminica dei precursori assoluti del genere (Bauhaus, Joy Division); ciò è visibile sia nel riffage dei momenti  vorticosi, che negli stacchi più melodici, con la voce pulita e cupa del cantante Stefano Lorenzetti. E’ un genere insomma molto sfaccettato e originale, che il gruppo però maneggia con una certa competenza, anche se la giovinezza dell’ensemble spesso si fa sentire: iBlood ha infatti una scrittura ondivaga, che se da un lato non stecca quasi mai il riffage, sempre interessante e vero punto forte della band, dall’altro è un po’ ripetitiva e omogenea, e a volte rende le canzoni un pochino scollate. Tra i difetti c’è da annoverare anche la produzione, anche se in fondo è un problema veniale: se il suono generale è infatti è un po’ confusionario e grezzo, risulta comunque abbastanza potente, e non rovina un album che, come vedremo nel corso della recensione, è in fondo di buon valore.

Si parte con Course of Redemption, brano che esordisce subito sparato, con un riff iniziale che racchiude le anime del gruppo, l’aggressività calda del melodeath/metalcore e l’intensità sentimentale del gothic, su un tempo rapido e serrato che però tende a rallentare, e ospita la voce di Lorenzetti, a metà tra growl alto e cantato hardcore. Quest’ultimo si può sentire in parte anche nei tratti più rallentati e ritmati che compaiono di tanto in tanto, rendendole più aggressive; i momenti più incisivi del pezzo sono però quelli di apertura gotica in cui il cantante sfodera la sua intensa voce pulita. Anche il resto però non è male, e soprattutto l’incastro di tra le parti è ben fatto e funziona a dovere: abbiamo perciò una opener che svolge molto bene il proprio compito, ponendosi appena sotto dei pezzi migliori del disco. Sin dall’intro del successivo Riot siamo su sonorità più melodiche, in special modo grazie al riffage di Federico Serio e Fabrizio Tartaglini, vorticoso e molto più gothic che death, anche se il ritmo in genere piuttosto rapido impostato dal solido drummer Stefano Lepidi conferisce comunque al tutto anche un senso di urgenza. La struttura incolonna così strofe espressive ma anche piuttosto frenetiche, con lo scream di Lorenzetti e la struttura movimentata a livello ritmico, e ritornelli che invece sono aperti e di puro pathos, con la voce pulita supportata da un riffage a metà tra metalcore e gothic metal. D’altro canto, qualche passaggio funziona meno, come per esempio il finale melodico, e anche la durata troppo corta (tre minuti e mezzo) lascia una sensazione di incompiuto; a parte questo però abbiamo un episodio piacevole. Giunge quindi Bipolar System, brano che nonostante una sensazione di già sentito (alcuni riff sono simili a quelli delle precedenti due tracce) riesce comunque a non sembrare stantio, con una bella alternanza tra tratti preoccupati e ansiosi, molto melodeath-oriented, e la varietà di passaggi placidi in cui la voce pulita ma echeggiata di Lorenzetti è protagonista sopra a un tappeto vorticoso di lead di chitarra. Man mano che il pezzo progredisce inoltre la sua seconda incarnazione prende il sopravvento, la musica diviene più melodica e alla fine rallenta anche: verso tre quarti abbiamo infatti un’apertura dall’appeal “ballatesco”, con suoni melodici, ma che stranamente non sembra fuori contesto nel brano, al contrario. Quest’ultimo prosegue fino alla fine, potenziandosi solo leggermente con qualche influsso metalcore per poi svanire, una degna chiusura per una delle song migliori dell’intero iBlood, varia ma ben scritta. Rispetto alla melodia delle song precedenti, Inhuman è molto più tesa e sul versante melodeath della band, con ritmiche di chitarra piuttosto heavy e sfuggenti, che si inseguono sul ritmo frenetico di Lepidi e sono completate dallo scream di Lorenzetti, molto feroce in questo frangente. C’è pure spazio per degli stacchi melodici, stavolta però meno solenni e più da metalcore; più in generale, il mood teso e aggressivo avvolge l’intera canzone, con l’unica eccezione della frazione centrale. Quest’ultima è invece tranquilla e dominata da chitarre pulite ed echeggiate, oltre che dalla voce clean e da tanti influssi diversi; è giusto un momento prima che la traccia torni a correre con un’accelerazione potentemente hardcore, ma nonostante la brevità è comunque un surplus per un altro pezzo decisamente buono.

Un intro di pura pace, che può far pensare a una ballad, è interrotto bruscamente dalla partenza di iBlood, uno schiacciasassi potente e distruttivo, che presenta un riffage spezzettato ma d’impatto e poche melodie, almeno per quanto riguarda le strofe: esse infatti si ritrovano nei ritornelli, meno esasperati ma in ogni caso rabbiosi, col loro ritmo intenso e lo scream pauroso di Lorenzetti. Come ormai da tradizione Congiura, inoltre, al centro ha posto un breakdown molto melodico e in cui tornano le chitarre pulite di inizio brano, accompagnate da elementi quasi alternative; è giusto un attimo per tirare il fiato, prima che la canzone fugga di nuovo, anche se con più melodia e con qualche tratto meno riuscito, che non dà il giusto impatto al gran finale. Nel complesso abbiamo un pezzo coinvolgente, il più potente dell’album a cui da il nome, e che risulta di nuovo di alto livello, seppur non trascendentale. Dopo una canzone del genere, Guantanamo conferma che la parte centrale del platter è più estrema: abbiamo infatti una traccia che dopo la rullata di Lepidi fugge subito con un riffage puramente melodeath, alternando in maniera quasi ansiosa momenti spaccaossa e tratti più rallentati ed espressivi, ma che non rinunciano mai all’impatto, con la coppia d’asce Serio/Tartaglini assolutamente sugli scudi. Solo verso il centro c’è il momento melodico che è ormai quasi un cliché per gli aquilani, anche se stavolta è più lungo e appetibile: merito anche delle varie influenze, estese dal gothic fino addirittura al post-rock, che si sviluppano lunga quasi tutta la seconda metà del pezzo, prima che la potenza iniziale torni brevemente a concludere uno dei brani migliori del disco. Senza soluzione di continuità (tanto che a un ascolto disattento i due sembrano tutt’uno), si avvia quindi Pendulum, traccia che al contrario delle precedenti è più distesa e torna a presentare influenze gotiche, con frazioni del tutto rilassate e anche molto sentite dal punto di vista emotivo, e altre leggermente più potenti e spezzettate, molto core-oriented, che però non accelerano mai né si fanno mai troppo aggressive, essendo anch’esse avvolte dall’atmosfera disperata in mostra in tutta la song. Degno di nota anche la frazione centrale, retta dal basso di Michele Mastracci, su cui gli echi di chitarra creano una sensazione di vuoto, prima che la musica riprenda ancor più intensa. Nel complesso abbiamo un episodio strano, ma decisamente godibile. A questo punto la fine è vicina: la conclusiva New Order è un brano che torna al connubio tra melodeath, gothic e metalcore sentito in precedenza, con un riffage mai così vario e che avvolge man mano tutti e tre gli stili, nella veloce alternanza momenti di intensa infelicità, fughe più tese ma sempre melodiche e l’onnipresente scream di Lorenzetti che regna su tutto. A mettersi maggiormente in evidenza qui è il songwriting: gli abruzzesi infatti impostano una struttura più mutevole e varia che in passato, ma ogni passaggio ha un suo perché, e fa la sua parte in un affresco potente e d’impatto assoluto: l’album si conclude perciò col botto, con il suo pezzo migliore insieme a Bipolar System e Guantanamo.

Senza i propri difetti, iBlood sarebbe probabilmente un piccolo capolavoro; anche così, però, è un album onesto, originale e decisamente godibile, che potrà essere amato dai fan del metal melodico più estremo (o viceversa). Certo, c’è anche da dire che i Congiura devono crescere ancora molto, la strada che hanno davanti prima della maturità artistica è abbastanza lunga. Quest’album dimostra tuttavia che le basi ci sono: per vedere come si evolverà la loro situazione, si attende quindi con ansia il successore!

Voto: 75/100

Mattia

Tracklist:

  1. Course of Redemption – 03:56
  2. Riot – 03:34
  3. Bipolar System – 05:24
  4. Inhuman – 05:25 
  5. iBlood – 04:23
  6. Guantanamo – 04:32
  7. Pendulum – 04:15
  8. New Order – 04:30
Durata totale: 35:59
Lineup:
  • Stefano Lorenzetti – voce
  • Federico Serio – chitarra
  • Fabrizio Tartaglini – chitarra
  • Michele Mastracci – basso
  • Stefano Lepidi – batteria
Genere: death/gothic metal/metalcore
Sottogenere: melodic death metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook dei Congiura

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