Seven Witches – Passage to the Other Side (2003)

Per chi ha fretta:
Uscito in tempi non sospetti, Passage to the Other Side (2003) dei Seven Witches è un lavoro a metà tra classico e moderno. Questo vero e proprio supergruppo – fondato da Jack Frost, accompagnato in questa occasione da James Rivera e Joey Vera –  suona infatti il classico heavy/speed metal all’americana, ma aggiornato al tempo in cui è uscito. È anche questo il motivo per cui l’album suona fresco e divertente: lo dimostra anche una tracklist di media alta, con pochi punti bassi e tanti pezzi orecchiabili, tra cui spicca la title-track, capolavoro assoluto. Dunque, Passage to the Other Side è un album forse non memorabile ma che sa il fatto suo, che piacerà a tutti i fan del grande metal classico anni ottanta!

La recensione completa:
Seppur sia un fatto che il metal classico negli ultimo anni stia vivendo una nuova popolarità, a mio avviso è sbagliato credere nella sua resurrezione: seppur gli anni novanta siano stati magri, l’heavy metal non è mai veramente stato abbandonato, ci sono stati sempre ensemble che l’hanno affrontato, seppur con scarso successo a livello di pubblico. E’ per esempio il caso dei Seven Witches, vero e proprio supergruppo che ben prima di Enforcer e simili teneva alta la fiamma dell’heavy metal, e in particolare quella branca particolare che è lo US power. Nati nel 1998 per volontà del chitarrista Jack Frost (negli anni al servizio, tra gli altri, di Savatage, Circle II Circle, Marshall Law e Metalium), il gruppo si è presto trasformato in una sorta di espressione del suo stesso leader, assumendo di volta in volta i migliori musicisti heavy metal sul mercato. Il loro quarto album Passage to The Other Side (2003), quello di cui parliamo oggi, è un esempio perfetto di questo fatto: oltre a Frost figurano infatti lo screamer James Rivera (Helstar, Thrasher) e il bassista Joey Vera (Armored Saint, Fates Warning, Lizzy Borden e altre decine di comparsate e collaborazioni), mentre la batteria è affidata al compatto Brian Craig (New Eden, Destiny’s End), il meno famoso del quartetto. Con una lineup del genere, lo stile proposto dal disco non poteva essere che il classico e roccioso heavy americano, seppur non troppo anacronistico e intrecciato con power metal propriamente detto e sonorità più moderne. E’ questo il motivo per cui Passage to The Other Side risulta lontano dallo sterile citazionismo di buona parte della nuova ondata del metal tradizionale: come vedremo lungo la recensione abbiamo infatti un lavoro magari non memorabile ma fresco e divertente, sicuramente molto meglio del livello a cui si tende a pensare con la parola “supergruppo”.

Un intro crepuscolare, molto soffuso ed echeggiato in principio per poi farsi più pesante ma sempre ombroso, quindi la opener vera e propria, Dance With the Dead, deflagra con gran potenza. Si configura quindi un pezzo di classico power americano, con vaghe influenze thrash che però non ne pregiudicano la melodia e con una struttura non linearissima ma comunque facile, che alterna ritornelli potentissimi in cui Rivera mostra quanto arriva in alto e strofe più sottotono, di pura potenza, con giusto qualche momento di raccordo più solare e meno graffiante. Ottima in ogni caso la prestazione di Frost, sia negli assoli che punteggiano il pezzo qua e là che nel potente riffage, ciliegina sulla torta di un pezzo lungo ma mai noioso, anzi sempre all’altezza della situazione. La successiva Mental Messiah è una traccia che si pone tra i Riot di Thundersteel e i Priest di Painkiller: dei primi abbiamo i potenti riff US power e il riffage tagliente ma non troppo veloce, mentre Rivera gioca quasi a imitare il timbro di Rob Halford. La canzone ci porta da strofe granitiche a bridge frenetici, che sfociano in ritornelli aggressivi e molto potenti, di sicuro il momento più incisivo del pezzo. Ottima anche la sezione centrale, sia la prima potente metà che la seconda coi suoi vorticosi assoli, e anche il cadenzato finale fa la sua parte, per un pezzo molto semplice ma che si segnala appena al di sotto del meglio di Passage To the Other Side. E’ quindi la volta di Johnny, episodio meno cupo dei precedenti e più rivolto al lato heavy classico del gruppo, con un riffage divertente che regge gran parte del pezzo, comprese le strofe, quasi scanzonate. Seguono lo stesso copione i bridge, anche se più rallentati; al contrario, i ritornelli sono più riflessivi e in qualche modo vagamente malinconici, oltre a essere molto catchy e a stamparsi bene in mente, momento migliore di un nuovo pezzo di alto livello. Dopo un intro strano, pieno di effetti di chitarra, parte quindi Apocalyptic Dreams, un brano movimentato e quasi sleaze metal per il ritmo che Vera e Craig, coadiuvati da Frost, impostano per gran parte del pezzo, accompagnato da un feeling strano, calmo eppure in qualche modo oscuro, apocalittico (come del resto sottolinea bene il titolo). Apice di questa linea sono i refrain, quasi lugubri e misteriosi, nonché di nuovo il momento più orecchiabile di un pezzo strano e anche breve, e che per questi due motivi è forse il meno bello del disco, pur essendo almeno gradevole. Torniamo a qualcosa di più valido con Fever in the City, brano più canonico che conta tutto sulle ritmiche di chitarra, granitiche e con echi maideniani, anche se a volte presentano un retrogusto più moderno. La struttura ci conduce così da strofe quadrate e rese marziali da Craig a chorus che invece per melodie e impostazione ritmica ricalcano il power attuale, anche se sono più maschie e meno catchy (ma ciò non vuol dire che stonino, al contrario). Chiude il cerchio una frazione centrale rallentata e thrashy, piuttosto serpeggiante e che risulta la parte più efficace e di qualità di un pezzo non eccelso, ma comunque ben godibile.

Pur non distaccandosi completamente dalle sonorità della band, sempre ben presenti, a livello di mood e di aggressività Betrayed abbraccia toni più cari a certo thrash moderno/groove metal. Il risultato è uno strano ibrido, ma che funziona a meraviglia: sia le possenti strofe che i bridge granitici e strumentali funzionano a meraviglia, per non parlare poi dei refrain striscianti e di impatto assurdo, momento in assoluto più incisivo di una canzone da incorniciare, appena sotto al livello massimo dell’album. Un preludio in cui tornano gli elementi del power attuale, con anche una bella dose di melodia, poi la seguente Last Horizon torna su lidi heavy, con una falsariga che alterna momenti più lenti ed energici a fughe speed veloci e vorticose, che a tratti riprendono l’intro (in special modo nella parte solistica centrale), con la musica che ci conduce fino ai ritornelli, più aperti, quasi un momento di pausa prima che la song torni a correre. Nel complesso abbiamo un pezzo che non spicca poi tanto, specie visto cos’ha intorno, ma ugualmente di buona qualità. Subito dopo giunge Nature’s Wrath, traccia che dopo un breve attacco rockeggiante entra nel vivo come uno schiacciasassi, con una sezione ritmica martellante su cui Frost ricama: abbiamo così strofe spezzate e rese possenti da un Rivera esplosivo, che poi confluiscono in bridge più rutilanti, fino a giungere ai chorus. Questi ultimi sono forse, paradossalmente, il momento meno appetibile del pezzo, anche se hanno anch’essi discreta energia, e sanno il fatto loro. Non serve citare l’ennesima parte solistica di qualità, degna di nota è invece la coda più cadenzata e modern-oriented che conclude la canzone, a metà tra ruffianaggine e cattiveria, un finale adatto per un gran bel pezzo. E’ quindi la volta di Wasted, cover dei primissimi Def Leppard che qui viene vitaminizzata, ma senza perdere il feeling scanzonato dell’originale: ecco quindi che le strofe solari si alternano ai semplici ritornelli corali, abbastanza potenti. C’è poco altro da dire su un pezzo che passa veloce, ma si lascia alle spalle un sano senso di divertimento: rilettura ben riuscita, insomma! La frenesia heavy metal sentita fin’ora si spegne adesso per la traccia finale, introdotta inizialmente dalla chitarra pulita di Frost e dal basso di Vera, a cui presto si unisce la voce intensa di Rivera. Questa parte, soffice ma molto malinconica ed espressiva, va avanti piuttosto a lungo, prima di lasciar spazio al ritorno del metal: abbiamo una deflagrazione che da il via finalmente alla vera e propria Passage To the Other Side, non troppo veloce né aggressiva, ma che riesce comunque a emozionare coi suoi toni intensi e cupi. Questi ammantano le potenti strofe e i passaggi più rallentati e melodici, per poi colpire ancor di più nei ritornelli, brevissimi ma soffusi e pieni di pathos, che vengono ripresi più estesamente solo nel lungo ed etereo finale, molto triste.  Nel complesso, abbiamo una traccia lunga e labirintica, che un songwriting perfetto in ogni momento riesce a rendere incisiva sia dal punto di vista emotivo che da quello musicale: il risultato finale è un pezzo meraviglioso, in assoluto il migliore dell’album a cui da il nome, anche più dei tanti pezzi di rilievo che punteggiano la tracklist.

Forse Passage to the Other Side non sarà un album imprescindibile, quello che non può mancare a una collezione heavy metal che si rispetti: tuttavia, è innegabile che sia un bel dischetto, divertente e che sa bene, grazie all’esperienza dei nomi coinvolti, quale tasti andare a toccare per intrattenere un amante del genere metal più classico che ci sia. Insomma, se siete stufi dei dischi derivativi del revival heavy moderno e volete provare qualcosa di nuovo rispetto ai classici degli anni ottanta, i Seven Witches sono decisamente i vostri uomini: non negate loro una possibilità!

Voto: 82/100

Mattia

Tracklist:

  1. Dance With the Dead – 06:20
  2. Mental Messiah – 04:59
  3. Johnny – 03:57
  4. Apocalyptic Dreams – 03:30
  5. Fever in the City – 05:16
  6. Betrayed – 04:06
  7. Last Horizon – 04:16
  8. Nature’s Wrath – 04:51
  9. Wasted – 03:42
  10. Passage to the Other Side – 07:20
Durata totale: 48:17
Lineup:
  • James Rivera – voce
  • Jack Frost – chitarre
  • Joey Vera – basso
  • Brian Craig – batteria
Genere: heavy metal
Sottogenere: speed metal

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