Night Gaunt – Night Gaunt (2014)

Se negli anni ottanta tutto sommato erano molte le band che esordivano con un capolavoro, oggi succede molto più raramente: la colpa è forse del fatto che una volta, senza tutte le distrazioni degli ultimi anni a portar via tempo, si tendeva a lavorare molto di più sulla propria musica, fino a renderla perfetta. Questo però non significa che sia impossibile per una band degli anni dieci esordire con un capolavoro assoluto: il contrario lo dimostrano i romani Night Gaunt e il loro esordio omonimo, uscito lo scorso anno nell’esclusivo formato digitale e pubblicato anche su CD quest’anno da Bloodrock Records. Il loro stile è un doom metal molto vario e sfaccettato, che va a pescare elementi da gran parte delle incarnazioni del genere: se la base quindi è fortemente rivolta al doom classico, nello stile dei romani si ritrovano però influssi stoner e sludge, ma anche, più sfumati, epic e i connubi del genere con il death, il black e il gothic, mentre a mancare sono solo i generi più d’avanguardia come il drone o il post-metal; il tutto è rivolto inoltre alla creazione di un’aura oppressiva, oscura e penetrante (visibile peraltro già dalla semplice ma splendida copertina), che con la sua intensità risulta il punto di forza assoluto di Night Gaunt. Il risultato finale è un genere che può ricordare i Paradise Lost (sia i primi che quelli successivi) come i Cathedral, i Candlemass come i Barathrum, gli Eyehategod come i Trouble, i Triptykon come i Revelation, ma amalgamando tutte queste influenze in un sound omogeneo, dando al tutto una personalità propria, ben distinta. Chiude il cerchio il cantante Gc, che correda la musica con un timbro sguaiato e una teatralità che ricordano il primo cantante dei Saint Vitus (peraltro una delle influenze più forti del gruppo),Scott Reagers, ma con una versatilità maggiore che gli consente di spaziare di più, insomma un altro valore aggiunto per l’album. Prima di cominciare con la solita disamina, una parola anche per la produzione: Night Gaunt suona molto grezzo ma comunque affascinante ed estremamente realistico, senza essere plasticoso, come a volte capita oggi anche nel doom; la resa è aiutata inoltre da una certa patina vintage, per un sound ulteriore tassello di un album che come vedremo è addirittura eccezionale.

Si entra nel vivo subito con Persecution, traccia inizialmente lenta e claustrofobica, con le chitarre di Gc e Zenn che mostrano subito gran potenza, per poi virare su un tempo medio più animato in cui la cupezza si fa ancor più intensa, grazie sia al tenebroso ma aggressivo riffage che alla voce di Gc, echeggiata e particolarmente enfatica nei suoi cambi di tono. Questa falsariga prosegue per buona parte della song, lasciando spazio però anche ad aperture meno esasperate e più rarefatte, che pongono l’accento sull’atmosfera oscura dell’intero pezzo; buona anche la parte conclusiva, energica ma più melodica che in passato, che riunisce in sé entrambe le anime della canzone e si rivela un altro surplus per un episodio già di per sé eccezionale, che apre Night Gaunt col botto. Giunge quindi Breathless, traccia più lenta e catacombale della precedente, ma senza accenni funeral: a dominare invece sono ritmiche di chitarra minacciose e plumbee, accompagnate da un Gc dai toni quasi orrorifici. Il brano tende inoltre a evolversi, presentando prima un momento ancor più cadenzato e asfissiante, per poi però svoltare d’improvviso su una linea rapida e dinamicissima, con il ritmo punk impostato dal batterista Kelèvra a cui si conforma un riffage a metà tra sludge e doom classico, e vocalizzi più aggressivi e graffianti, ai limiti col growl, per un passaggio di impatto assoluto prima che la norma iniziale ritorni, ancor più paurosa. Nel complesso abbiamo un pezzo inferiore al precedente ma comunque eccezionale. Un breve preludio molto lento, poi The Church si avvia leggermente più rapida che in precedenza, presentando ancora toni sulfurei ma con qualche dettaglio che riporta vagamente anche all’epic doom. Sembra che si debba proseguire a lungo su questa norma quando invece la traccia si sposta su un tempo medio-alto, pur non perdendo nulla in atmosfera, che si fa anzi più blasfema: merito ancora una volta del riffage, vorticoso e pesante come un macigno, che sostiene l’impalcatura del brano sotto alla voce di Gc e alle chitarre soliste che compaiono a un certo punto. La parte centrale va avanti abbastanza a lungo, prima di lasciare spazio all’ultima sezione, che riprende il ritmo iniziale e lo correda con un riffage meno basso ma anche più sinistro, che sa il fatto suo, seppur rimanga in mente meno degli altri: forse è anche per questo che abbiamo un pezzo inferiore a quelli che ha intorno, seppur interessante in ogni istante dei suoi quasi sei minuti e mezzo. E’ ora il turno di Night Gaunt, episodio strumentale che dopo un attacco dissonante e oscuro progredisce facendosi leggermente più aperto e mostrando il lato più stoner dei romani, ma senza abbandonare i toni cupi che li contraddistinguono. Abbiamo infatti un’alternanza tra momenti in cui sono melodie immaginifiche e colorate a dominare e altri più d’impatto e darkeggianti, in una progressione lineare che prevede anche un ottimo assolo al centro. Unico “difetto”, se così si può chiamare, è la durata ridotta a poco più di tre minuti e mezzo, per il resto abbiamo un episodio splendido, addirittura tra i migliori della tracklist!

Con The Patient si torna a qualcosa di più classicamente Night Gaunt: sin dall’inizio si alternano momenti dal riff più espanso e melodico e altri in cui le chitarre disegnano ritmiche più circolari e vorticose, sopra a cui si aggiunge spesso anche la voce di Gc, sempre all’altezza della situazione; il tutto è inoltre ammantato dell’ormai familiare aura oscura e opprimente, che rende così intenso e bello quest’album. Entrambe le norme della song tendono inoltre a intensificarsi: il brano a tratti accelera e assume un retrogusto punk/sludge, mentre altre volte i rallentamenti sono resi ancor più opprimenti. La prima però prende infine il sopravvento, e dopo un’altra frazione rallentata la musica fugge rapida, incidendo molto tra ritmiche taglienti e le dissonanze oblique che arricchiscono il pattern; questa parte, la migliore del pezzo, va avanti piuttosto estesamente, prima che la norma iniziale torni in scena, per concludere il tutto. A causa di un minutaggio un po’ esagerato (quasi otto minuti) o per qualche melodia meno incisiva, abbiamo probabilmente la canzone meno bella del platter, ma niente paura: anche questo è un piccolo gioiellino di puro doom metal! E’ ora il turno di Black Velvet, traccia che si avvia rapida e stoner doom-oriented, sensazione che aleggerà peraltro per tutta la song, per poi farsi però più cadenzata e minacciosa, con il solito lavoro delle chitarre sugli scudi e una struttura molto classica che incolonna strofe dirette e ritornelli più cupi e labirintici, potentissimi ma in maniera inaspettata anche catchy. Completa il quadro una frazione centrale breve ma piuttosto sfaccettata, dove spiccano ancora una volta le qualità altissime dei laziali in fatto di scrittura, e una breve coda di nuovo stoner, poi i giochi sono fatti: abbiamo un pezzo eccezionale, perfetto in ogni nota e che insieme a Persecution e Night Gaunt risulta il migliore del disco. L’onere di concludere l’album è quindi affidata alla lunga Acquiescent Grave, meno esplosiva e più rivolta al feeling rispetto alla precedente sin dall’inizio, in cui sono il basso di Araas e la batteria di Kelèvra a dominare, mentre la chitarra è solo accennata, per un effetto di vuoto teso e cupo ma piuttosto morbido a livello musicale, confermato anche dalla voce di Gc, malsana ma morbida. Questa norma si scambia sin da subito con rapidi scoppi di energia distruttiva, in cui il cantante è teatrale come non mai e la potenza del riffage raggiunge intensità assurde, difficilmente sentite in ambito doom. Ciò dura per circa tre minuti, prima di affrontare un’evoluzione che pur non abbandonando i toni neri tanto amati dalla band ha più dinamismo e un riffage più roccioso, coinvolgente anche per impatto. Pure questa parte lascia presto spazio a un’altra accelerazione, che mostra di nuovo l’anima più aggressiva e stoner dei romani, con passaggi vorticosi e altri momenti più dritti, in un affresco che beneficia di un songwriting di spessore assoluto, come del resto l’intera song. Raggiunto un apice di intensità, la musica inizia a scemare: torna quindi la norma precedente, arricchita di un assolo che ha anche un’inaspettata dose di pathos. Anch’essa svanisce presto: a questo punto tornano i temi iniziali, per un attimo crepuscolare che dà l’idea di voler ripartire, e invece conclude un pezzo appena inferiore ai migliori del disco a cui mette la parola fine.

Certo, volendo proprio trovare il pelo nell’uovo, nessuna delle idee musicali dei Night Gaunt è radicalmente innovativa, al contrario; tuttavia,il loro prendere il meglio da ogni sottogenere del doom e mescolarlo in un blocco compatto non è supportato solo da un gran talento e da una competenza eccellente, ma anche da una genuinità e una spontaneità che oggi ormai quasi nessuno possiede più. Sono tutti questi fattori a rendere quest’album omonimo uno degli esordi migliori degli ultimi anni, tra quelli che mi è capitato di ascoltare.  Se amate il doom correte a recuperarlo, non avete scusanti!

Voto: 95/100

Questa è la trecentesima recensione per Heavy Metal Heaven. Ovviamente non è un traguardo ma solo un altro punto di partenza: è sempre una buona occasione però per ringraziare di cuore tutti voi che leggete la webzine!Mattia

Tracklist:

  1. Persecution – 05:10
  2. Breathless – 05:15
  3. The Church – 06:23
  4. The Patient – 07:49
  5. Night Gaunt – 03:12
  6. Black Velvet – 05:18
  7. Acquiescent Grave – 08:39
Durata totale: 41:46
Lineup:
  • Gc – voce e chitarra
  • Zenn – chitarra
  • Araas – basso
  • Kelèvra – batteria
Genere: doom metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook dei Night Gaunt

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