The Oath – Consequences (2015)

Per chi ha fretta: 
Consequences (2015), quarto album della carriera dei francesi The Oath, è un album molto interessante. Il suono del gruppo è un progressive metal estremo che pesca soprattutto da death, black e metal sinfonico, ricordando un’unione tra Opeth e Dimmu Borgir. Il punto di forza dello stile sono le atmosfere, ben impostate ma senza tralasciare la potenza e la ricerca melodica, che sono tutte ben equilibrate. Lo dimostrano grandi pezzi come  Never to Be Seen Again, Silent Dreams, Today I Die e Unchanged, nonché una tracklist dal livello medio molto elevato. Anche per questo Consequences è un lavoro che raggiunge il livello di capolavoro: altamente consigliato per i fan dei vecchi Opeth!

La recensione completa:
Se il progressive metal “tradizionale” negli ultimi anni ha un po’ stagnato, con buona parte dei suoi esponenti più giovani troppo incartati su tecnicismi inutili, la branca extreme del genere gode sicuramente di miglior salute: sarà perché è una componente molto minoritaria e per ascoltatori più “d’elite”, sarà perché per risultare aggressivi troppa tecnica è controproducente, fatto sta che molti degli act progressive che ho apprezzato di recente appartengono a questa corrente. Il caso più recente è quello dei The Oath da Lione (Francia), un gruppo con anche una certa esperienza alle spalle: nascono nel lontano 1999, e dopo un paio di demo esordiscono nel 2007 con The End of Times, disco che evidenzia uno stile black/death sinfonico. I successivi 4 (2008) e Self-Destructed (2010) evidenziano una lieve evoluzione verso la melodia e il progressive: questa tendenza esploderà però nel migliore dei modi solo cinque anni dopo, all’uscita di Consequences, album di cui parliamo oggi. Pubblicato lo scorso venti aprile da Sliptrick Records, è un lavoro in cui si mette in evidenza  un progressive metal estremo che pesca soprattutto dal death, ma spesso anche dal black e dal metal sinfonico, con in più qualche influenza minore da sonorità elettroniche e da metalcore, per un risultato finale che può essere visto come l’unione tra gli Opeth e i migliori Dimmu Borgir. Oltre allo stile, il punto di forza assoluto dei The Oath sono le atmosfere, che il gruppo riesce a impostare con una maestria eccellente, senza però tralasciare la potenza; più in generale, Consequences è un disco  equilibrato e con un livello di songwriting molto alto, che seppur non contenga nulla di radicalmente nuovo riesce a stupire e a intrattenere con tutti i suoi toni diversi e le sue sfaccettature, le quali peraltro sono tante da rendere questo il classico album in cui si trova qualcosa di nuovo a ogni ascolto. Prima di cominciare con la disamina, qualche parola anche per la produzione, che è moderna ma di impatto assoluto, sa graffiare e non presenta gli eccessi di pulizia e di precisione che fanno suonare finti tanti prodotti estremi di oggi: un altro punto di forza per un gran lavoro, insomma!

Si parte da un intro sinistro e dai toni industrial/ambient, con arcigni effetti sintetici su cui si ripete, distorta e incessante, un parlato che riprende una famosa citazione del film American Psycho. Tutto ciò dura per circa un minuto, poi si spegne, e nel giro di un istante la opener vera e propria, Never to Be Seen Again, parte vorticosa e devastante, cominciando subito un’evoluzione che incolonna con urgenza momenti con blast beat e raffiche di chitarra potentemente black/death, tratti aggressivi ma meno esasperati in cui le tastiere sinfoniche di Romain Devaux riescono a trovare maggior spazio e danno al tutto un tocco di ricercatezza, e passaggi più prog-oriented, in cui lo stesso Devaux ci mostra il suo cantato pulito, espressivo e intenso, in duello col growl feroce di Pierre Leone, che invece graffia moltissimo. Il tutto si pone su una struttura che cambia repentinamente ma non è troppo intricata, essendo invece impostata con cognizione di causa, e nonostante sua variabilità riesce a evocare un atmosfera di oscura urgenza, come di una corsa nel buio, il punto di forza assoluto di una opener subito eccezionale, perfetto manifesto di Consequences. Anche la seguente Crimson Flesh esordisce con un intro dilatato ed elettronico, un vortice mistico che riesce ad introdurre perfettamente l’atmosfera alienante e misteriosa che poi avvolge l’intera traccia, anche quando il metal finalmente esplode. La colonna vertebrale della canzone è costituita da strofe dal riffage quadrato su tempo medio-alto, d’impatto ma che grazie alle tastiere in sottofondo risultano anche stravaganti, le quali tramite bridge più intensi confluiscono nella deflagrazione di quelli considerabili i ritornelli, seppur varino molto. Questi ultimi, più rumorosi del resto e posti sul versante black del gruppo, sono tutti accomunati da vortici di note e da uno sviluppato tappeto orchestrale, per un effetto quasi disorientante ma piacevole (anche se sono comunque la parte meno valida della traccia);  bella è invece la frazione centrale, molto più piena di melodia e coi buoni assoli di chitarra di Manu Da Silva, arricchimento di un altro ottimo pezzo. E’ quindi la volta di Consequences, song che entra subito nel vivo col suo riffage principale, molto oscuro e black-oriented, riproposto a volte in maniera più tempestosa, altre volte più espanso, all’interno di una struttura molto mutevole, e che cambia spesso di tono, da momenti più eterei e a tratti anche cadenzati ad altri più rabbiosi. Ancora una volta, torna fuori la capacità dei The Oath di gestire la complessità senza annoiare e soprattutto la bravura nel creare un’atmosfera che qui è malvagia, occulta e apocalittica ma stavolta anche sentimentalmente carica e disperata, cosa palese specialmente nei momenti più melodici (come per esempio lo splendido assolo finale, oscuro ma con molto pathos), ma giace in sottofondo anche in quelli più energici e con la voce di Leone (mentre quella pulita di Devaux non spunta mai); è di nuovo questo il punto di forza di un episodio forse inferiore a quelli che ha intorno, ma comunque di buona qualità.

Silent Dreams è un episodio che sin dal principio si rivela più pesante dei precedenti, con il riffage della coppia Leone/Da Silva sempre in primo piano per l’energia del suo death dalle inflessioni quasi thrashy e i momenti più vorticosi e retti dal blast del batterista Christophe Bardon. C’è però spazio anche per un feeling intenso e disperato, che i lead e i synth mantengono in sottofondo per tutte le strofe, prima di assumere il controllo totale nei ritornelli, intensi e tristi grazie alla meravigliosa carica di melodia che contengono e alla voce estremamente evocativa di Devaux. Questo dualismo prosegue per tutto il brano, che si muove praticamente sulla classica forma-canzone, con giusto una parte più labirintica e graffiante al posto del canonico assolo centrale, che invece trova spazio nel suggestivo finale in chiave prog; nonostante l’estrema semplicità, rispetto a ciò che ha intorno, e anche la corta durata (poco più di tre minuti), abbiamo un pezzo splendido, tra i migliori dell’intero disco. E’ ora il turno di quello che può essere visto come il singolo scelto per Consequences (se non altro perché il gruppo né ha girato il videoclip): intitolato Deconstruction, dopo un intro di musica quasi dance e un esaltante sfogo neoclassico in blast (!), parte potente ma leggermente più tranquillo dei precedenti, sia nelle potenti strofe, che progrediscono facendosi sempre più pestate, ma paradossalmente più piene di influenze melodeath, sia nei bridge retti dall’ottimo lavoro sinfonico di Devaux, sia nei ritornelli, lenti e molto oscuri grazie a chitarre al limite col doom e al growl di Leone, particolarmente cavernoso, ma che risultano anche inaspettatamente orecchiabili e di facile presa. Di nuovo il pezzo è inoltre poco complesso, seppur tenda anche a farsi più potente man mano che avanza e a presentare anche qualche stacco più arzigogolato: ciò contribuisce a rendere questo ottimo brano una buona scelta per lanciare l’album, anche se forse Silent Dreams era più adatto. Con Today I Die torniamo a qualcosa di più complesso e “hardcore prog”: essa si rivela infatti piena di cambi di tempo e di passaggi ad alta caratura tecnica, seppur il rifferama di base sia quasi sempre lo stesso, piuttosto tagliente e mutuato da certo melodeath. Questa impostazione ritmica abbandona la scena solo nei momenti più d’atmosfera, come quello splendido che si apre di tanto in tanto, decorato dal carillon malefico di Devaux che crea un mood alienante e nero come la notte, o in quelli più intensi per quanto riguarda la carica sentimentale. Il punto di forza assoluto del brano è la solita classe dei francesi nel creare cambi di atmosfera, passando da tratti di pathos ad altri invece di rabbia tesa, che ricordano addirittura gli ultimi Death: è questo a renderlo uno dei migliori episodi dell’intero Consequences.

Create the Infinite è una traccia meno estrema della precedente, sin dal dolce inizio: anche quando però si entra nel vivo con un blast beat una fine linea melodica è sempre presente, sottolineata dall’ottimo lavoro del basso di Alexandre Bouteiller e dalle orchestrazioni di Devaux, movimentate ma rassegnate, un effetto che anche la voce di Leone riesce a evocare, nonostante il growl. Non manca però la potenza, espressa da un riffage sempre energico e arricchito spesso da dissonanze molto efficaci nel creare un mood quasi spaziale; dall’altra parte, qualche momento di quelli più veloci meno appetibile e qualche stacco meno esaltante abbassano la qualità media del pezzo, che pur essendo molto buono è comunque tra i meno belli, in un album di questa fattura.  La tendenza melodica prosegue quindi con Unchanged, il cui filo conduttore non è un riff bensì una melodia, vagamente oscura ma anche sognante ed elegante, che domina per buona parte della traccia, interrompendosi solo per tratti più crepuscolari ma aperti, in cui le chitarre sono un vago tappeto e il growl di Leone è effettato e in disparte. La song varia inoltre la sua formula man mano che va avanti: compare infatti la tenera voce di Devaux al posto del growl e c’è anche spazio per un vorticoso assolo della sua tastiera, entrambi ciliegine sulla torta di un pezzo molto breve (il più corto del platter coi suoi tre minuti e mezzo) e semplice, ma che risulta comunque tra le hit assolute del disco, nel quartetto condiviso con la opener, Silent Dream e Today I Die. A questo punto, con The Final Sleep si torna a qualcosa di più estremo: dopo l’inizio rivolto più all’atmosfera ma già aggressivo, abbiamo un brano spostato sul versante death del gruppo, con strofe dall’alternanza tra tratti scurissimi e pestati all’inverosimile e altri più lenti e vagamente metalcore, che sanno comunque incidere a dovere. Svolgono bene il loro compito anche i chorus, che pur con più melodia riescono a essere cupi e oppressivi il giusto; degni di nota anche i vari stacchi orchestrali e rivolti al mood (tra cui il migliore è quello al centro, arricchito da un lento ma fantastico assolo), che tengono alta l’attenzione e arricchiscono l’ennesimo pezzo da novanta del disco, in questo caso appena al di sotto degli episodi migliori di Consequences. Siamo ormai agli sgoccioli: come la prima, l’ultima song Endless Fallacies si apre con un intro elettronico, per poi esordire con un contrasto tra orchestrazioni solenni e metal estremo più accentuato che in precedenza. Si va a creare così un connubio strano ma che riesce a incidere attraverso tutti i cambi che si ripetono rapidamente uno dietro l’altro, stupendo l’ascoltatore nonostante ogni tanto le melodie si ripetano anche la struttura non sia poi così complessa. L’effetto di ciò è una angoscia frenetica, a volte anche molto lugubre, che attraversa gran parte del brano per sparire solo coi ritornelli: questi sono infatti più aperti e melodici del resto, e presentano una forte carica infelice ma tranquilla, pacata. Il risultato finale è che il disco si conclude con uno dei suoi pezzi più particolari, che seppur non tra i più belli è comunque ottimo.

Consequences è insomma una piccola perla di metal estremo e al tempo stesso ricercato, maturo, ben scritto e che riesce persino a raggiungere il livello di capolavoro. Se cercate del progressive metal estremo di alta qualità, e soprattutto se come me amate i vecchi Opeth ma siete rimasti delusi dalla loro svolta prog rock, i The Oath sono un nome da scoprire: sono un’ottima alternativa agli svedesi ma senza copiarli, con loro troverete infatti una grande band che riesce a brillare di luce propria!

Voto: 90/100


Mattia

Tracklist:
  1. Never to Be Seen Again – 05:44
  2. Crimson Flesh – 05:16
  3. Consequences – 05:26
  4. Silent Dreams – 03:51
  5. Deconstruction – 03:59
  6. Today I Die – 04:28
  7. Create the Infinite – 04:27
  8. Unchanged – 03:34
  9. The Final Sleep – 04:49
  10. Endless Fallacies – 06:00
Durata totale: 47:34
Lineup: 
  • Pierre Leone – voce harsh e chitarra
  • Romain Deveaux – voce clean e tastiera
  • Manu Da Silva – chitarra
  • Alexandre Bouteiller – basso
  • Christophe Bardon – batteria
Genere: progressive/symphonic death/black metal
Sottogenere: extreme progressive metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale dei The Oath

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