Myrath – Tales of the Sands (2011)

Personalmente, non mi piacciono i giudizi affrettati su un’opera: credo infatti che le prime impressioni siano quasi sempre sbagliate, e che una valutazione veramente completa si possa dare solo quando quell’opera la si è assorbita in pieno, ci volessero anche dei mesi. Per fare un esempio, i tunisini Myrath a un ascolto veloce e distratto si possono facilmente etichettare come semplici cloni degli Orphaned Land, ma la realtà è un pochino diversa, se si scava a fondo. Seppur sia vero che entrambi i gruppi ibridino metal e musica della tradizione mediorientale, i magrebini sono molto più melodici, con forti influenze power che rimpiazzano quelle death da cui il gruppo israeliano ha avuto origine, e che sono ancora una costante nel suo sound. Volendo fare un paragone col folk finnico, tra le due passa la stessa differenza che c’è tra Korpiklaani e Finntroll: sono due band con molti punti di contatto ma anche con parecchie differenze. In ogni caso, nella sua carriera che dura dal 2006 la band è andata evolvendosi leggermente: se l’esordio Hope (2007) e Desert Call (2010) erano infatti lavori più progressivi, nel 2011 l’uscita di Tales of the Sands vede un leggero spostamento: seppur il prog sia sempre presente, le strutture si fanno più semplici che in passato. Il risultato è un lavoro che non perde il fascino folk orientale dei precedenti ma è di più facile l’ascolto, il che peraltro non è un difetto, anzi: come vedremo nel corso della recensione, quest’album riesce infatti a rasentare addirittura il capolavoro, e solo a causa di qualche pezzo meno riuscito che gli impedisce di essere un masterpiece assoluto. Prima di partire con la solita disamina, qualche parola anche per alcuni particolari di contorno di Tales of the Sands, come per esempio la bella copertina, colorata e molto esotica, un aspetto che rappresenta molto bene l’album; degna di menzione è anche il suo essere dedicato dai Myrath a quelli che hanno combattuto nella Primavera Araba per la libertà (in effetti la Tunisia attualmente è il paese più democratico del Nord  Africa), una nota storica che ci fa anche capire come forse non fosse facile suonare metal nel loro paese, fino a giusto una manciata di anni fa.

I giochi partono da Under Siege, che inizia con tastiere elettroniche a cui presto si unisce il canto arabo dell’ospite Clémentine Delauney (frontwoman francese già in forza a Serenity e Whyzdom, e ora coi Visions of Atlantis). È il breve preludio alla canzone vera e propria, che poi entra in scena mettendo in mostra subito il dualismo dei Myrath tra ritmiche di chitarra potenti e quadrate e strumentazione folk mediorientale che gli da un forte tocco esotico. Già da qui si può vedere inoltre come l’ensemble non ami particolarmente indugiare in strutture complicate: le strofe, che partono più soffici e vanno in crescendo, si alternano ai ritornelli, liberatori e in cui la voce dell’ottimo Zaher Zorgati e le orchestrazioni folk creano un bellissimo pathos, in una traccia che a parte alcuni momenti strumentali segue fedelmente la forma-canzone. In ogni caso, il songwriting si dimostra subito all’altezza, seppur non esploda come in altri casi: abbiamo perciò una opener di buona qualità, per quanto non possa competere coi pezzi migliori del disco. E’ quindi il turno di Braving the Sea, brano che sin dall’inizio, dominato dalle circolari chitarre di Malek Ben Arbia, si presenta più teso e incalzante, cosa che poi si conferma nelle strofe, dirette e power-oriented, seppur le tastiere e la voce di Zorgati, variabile da toni bassi a intensi, di infelice emozione, diano loro un bel tocco immaginifico ed esotico. Si prosegue quindi con bridge distesi e più avvolgenti, brevi preludi per ritornelli potentissimi e quasi epici (cosa che ben si lega al testo, che narra le imprese di un pirata avventuriero), da urlo per la tensione emotiva che riescono a creare, nonostante la semplicità li faccia essere pure molto orecchiabili. Ben fatta è anche la parte centrale, più prog-oriented e dominata dal bell’assolo del tastierista Elyes Bouchoucha, bel coronamento di uno dei brani che più spiccano in Tales of the Sands, anche per valore. Sin dall’inizio, la successiva Merciless Times è dominata da toni cupi, che dopo un breve intro di percussioni esplodono con le oscure venature della chitarra e dei suoni folk, per poi farsi anche più intensa nelle strofe, in cui passaggi ancora piuttosto darkeggianti si alternano a momenti dominati dal lavoro del lavoro di Anis Jouini alle quattro corde. Nonostante la cupezza il brano però non è aggressivo, ma in sottofondo presenta una fortissima nostalgia, che poi esplode in tutta la sua potenza coi chorus: questi, per metà cantati in arabo e con forti influssi orientali, sono infatti sognanti e tristi, di una potenza sentimentale assurda, quasi straziante, di sicuro il momento più coinvolgente del pezzo. Ottimi sono anche gli assoli centrali di Ben Arbia e Bouchoucha, brevi e che coronano una struttura del tutto canonica, la quale però negli appena tre minuti e mezzo riesce a fare assolutamente la differenza: con la precedente abbiamo infatti un uno-due da K.O.!

Tales of the Sands è un pezzo con sonorità mediorientali ancor più sviluppate di quelli che ha intorno, caratteristica avvertibile già dal preludio, con la voce salmodiante di Zorgati su percussioni e chitarre esotiche, che in parte permangono anche quando la canzone prende una strada più metallica. A quel punto cominciano a incolonnarsi strofe espanse e soffuse, in cui spesso fanno incursione i violini, momenti in cui la musica folk rimane da sola e ritornelli più potenti, ancora cantati in arabo e che con le loro melodie esotiche svolgono il proprio compito a meraviglia. A dominare il tutto è un mood rilassato e lontano, che riesce ad avvolgere moltissimo e a evocare scenari desertici; completa il quadro un veloce assolo, l’unico tratto più propriamente metal del brano con le sue forti inflessioni power, una parte diversa dal resto ma che non stona in un episodio che sarà pure inferiore ai precedenti (difficile fare di meglio), ma comunque è di sicuro fascino. Un lungo intro di pianoforte e violino si spezza di colpo quando entra in scena Sour Sigh, song dalle ritmiche prog scomposte ma energiche e nervose, che reggono sia le strofe, sottotraccia ma lo stesso dense e piene di influenze, sia i ritornelli, più esplosivi grazie al riffage moderno e greve e alla voce più urlata di Zorgati. Rispetto al passato la traccia tende inoltre a variare di più, con molti cambi di ritmo e una parte centrale lunga e molto più melodica del resto della canzone, che poi torna anche nel finale. Il tutto è ben impostato, anche se stavolta la scrittura funziona meno: abbiamo uno degli episodi meno belli dell’album, magari non un riempitivo ma di fattura solo discreta. Giunge quindi Dawn Within, brano che sembra voler continuare sulla scia della precedente, con la sua apertura dalle ritmiche possenti e moderne; si vira presto, però, su qualcosa di più arioso, cominciando uno scambio tra strofe malinconiche e piuttosto morbide e refrain corali, che riescono a catturare con la loro semplicità e i forti influssi power, uniti a dovere con quelli mediorientali. Il tutto è supportato da una serie di variazioni molto ben amalgamate, che rendono la musica più interessante e sfaccettata ma non “scollano” la canzone: il risultato finale è un episodio molto semplice e lineare, ma che ha poco da invidiare ai pezzi migliori di Tales of the Sands. Segue Wide Shut, traccia leggermente più canonica nel suo power/prog, con le tastiere che svolgono una funzione spesso più classicamente sinfonica che in precedenza. Niente paura, però, perché a tratti le influenze mediorientali tornano potenti, a corredare il riffage;  il tutto si pone inoltre piuttosto diretto e teso, con l’unica eccezione dei chorus, che invece sono più distesi, presentando ancora melodie power e un pathos importante. Degna di nota anche i passaggi strumentali che fanno capolino tra queste sezioni, molto prog-oriented e in cui la parte del leone la fanno le sonorità elettroniche avvolgenti di Bouchoucha, il quale mette in mostra le sue capacità fuori dal comune, per qualcosa di particolar ma che riesce a non stonare con le sonorità folk presenti altrove; nella struttura intricata e progressiva qualche momento che incide meno c’è, ma è poco per rovinare quanto di buono c’è in un brano non eccezionale ma più che valido.

Ancora sonorità sintetiche nell’intro di Requiem for a Goodbye, traccia che poi parte con una forte energia che ricorda addirittura i Blind Guardian, ma sempre con la tastiera elettronica di Bouchoucha in bella vista, mentre gli influssi folk sono molto ridimensionati rispetto al passato. Tratti più graffianti e potenti e altri di apertura dolce si alternano varie volte prima dell’arrivo del refrain, che invece vede il ritorno delle sonorità mediorientali, nel sottofondo ma anche nella linea vocale di Zorgati, che peraltro si stampa in testa molto facilmente e si ripresenta sempre più intensa, fino al gran finale. Bella anche la contorta parte centrale, puro progressive metal, un ulteriore arricchimento per un altro pezzo di alto livello. In Beyond the Stars, che arriva poi, un nuovo esordio d’impatto lascia il posto a strofe stavolta diffuse, quasi psichedeliche, nonostante le chitarre siano sempre ben presenti, incalzanti ma in sottofondo, distorte come le tastiere e in parte la voce. L’effetto che ne consegue è piuttosto spiazzante ma veramente godibile; la parte migliore del brano sono però i meravigliosi refrain, teatrali e di nuovo cantati in arabo, in cui l’appartenenza geografica dei Myrath torna fuori con forza. Altro momento memorabile è inoltre quello al centro, in cui il metal si spegne del tutto in favore di sonorità totalmente mediorientali; questa norma tende poi a crescere, con l’incursione prima del batterista Piwee Desfray e poi degli altri, ma senza abbandonare la parte folk, finché la traccia torna sulla sua norma principale, e vada quindi a concludersi come il pezzo che assieme a Braving the Sea e a Merciless Times è in assoluto il migliore di Tales of the Sands. E’ la volta quindi di Time to Grow, brano più spostato sul versante power metal rispetto ai precedenti, non solo nelle ritmiche e nelle melodie di chitarra ma anche per i piccoli cori che la punteggiano e per l’atmosfera malinconica, che la avvolge tutta e la fa apparire quasi come fosse stata scritta da un gruppo power scandinavo, anche grazie alla quasi totale assenza di elementi mediorientali, se non in alcuni vocalizzi e in qualche parte di synth. Strofe potenti e dirette, ma anche piene di melodie si uniscono così a refrain dolcissimi e disperati, molto incisivi e melodici, per un’unione che nonostante la diversità dal resto funziona bene. Ottime anche il lavoro di tastiera che fa capolino qua e là, ciliegina sulla torta di un brano particolare ma che si pone appena sotto ai migliori del disco, funzionando molto bene anche nel ruolo di chiusura che gli era originariamente assegnato. Nella mia versione prima della fine c’è però posto anche per Apostrophe for a Legend, bonus track dedicata alla memoria di Ronnie James Dio: abbiamo un pezzo piuttosto classico e lineare di power metal progressivo, anche se con quel tocco folk che rende speciale il sound del gruppo. Strofe più placide e melodiose si alternano così a ritornelli più intensi ed emozionanti, ammantate anche più del resto da un feeling strano, malinconico ma in qualche modo positivo. Bello anche l’assolo di Ben Arbia al centro, per una song molto emozionante, che forse avrebbe potuto far parte anche della tracklist regolare, al posto di uno dei suoi episodi minori.

Per colpa di qualche pezzo meno bello al centro, Tales from the Sands si limita soltanto a sfiorare il capolavoro, senza riuscire a raggiungerlo, ma ciò in fondo poco importa: è comunque un acquisto obbligato, se non altro perché quella manciata di canzoni eccezionali che contiene è del tutto imprescindibile. Insomma, in un periodo in cui il progressive, il folk e il power tendevano un pochino a stagnare (che dura tutt’ora, peraltro), i Myrath con il loro esotismo sono riusciti a creare qualcosa di davvero degno di nota: sta a voi, a questo punto, decidere se dar loro fiducia o meno!

Voto: 89/100

Mattia

Tracklist:

  1. Under Siege – 04:28
  2. Braving the Seas – 04:20
  3. Merciless Times – 03:28
  4. Tales of the Sands – 05:19
  5. Sour Sigh – 04:58
  6. Dawn Within – 03:31
  7. Wide Shut – 05:25
  8. Requiem for a Goodbye – 04:23
  9. Beyond the Stars – 05:15
  10. Time to Grow – 04:02
  11. Apostrophe for a Legend (bonus track) – 05:10
Durata totale: 50:19

Lineup:
  • Zaher Zorgati – voce
  • Malek Ben Arbia – chitarre
  • Elyes Bouchoucha – tastiere
  • Anis Jouini – basso
  • Piwee Desfray – batteria
Genere: folk/progressive/power metal
Sottogenere: middle-eastern folk metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale dei Myrath

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