Starless Night – Lost in Life’s Endless Maze (2014)

Ci sono album che ti lasciano con l’amaro in bocca: sono quelli che si fanno apprezzare molto ma presentano anche difetti macroscopici, la cui presenza abbassa il livello dal sicuro capolavoro a qualcosa di meno appetibile. E’ questo il caso dell’album di oggi, Lost in Life’s Endless Maze, secondo album della carriera dei blackster floridiani Starless Night, uscito nel 2014 in formato digitale e stampato in CD da qualche mese dalla label britannica SixSixSix Music: seppur con tanti spunti di qualità, l’album pecca però in certi frangenti di eccessiva prolissità e non riesce a esprimere appieno il suo potenziale, attestandosi su un livello soltanto buono. In ogni caso, quello degli statunitensi è un black metal appartenente alla branca depressive, ma più espanso e d’atmosfera della media, un genere influenzato da Burzum e Wolves in the Throne Room, oltre ai più ovvi Leviathan e Xasthur. Nel loro sound c’è inoltre anche qualche tendenza più moderna, con qualche stacco melodico che ricorda una versione estrema dei primi Agalloch, anche se per la maggior parte il loro suono rimane impenetrabile e vorticoso come da tradizione più pura del genere. Il risultato finale è avvolgente e funziona bene a livello d’atmosfera, seppur soffrendo come detto di ridondanza; un’altra pecca è inoltre la totale assenza dei suoni del basso elettrico, anche se non si nota troppo e più in generale quest’ultimo dettaglio non dà granché fastidio. Prima di cominciare la solita disamina, una parola anche per la produzione, che è estremamente scarna e grezza: sarebbe forse inadatta per un altro genere, ma è perfetta per il black metal degli Starless Night, e aiuta perciò Lost in Life’s Endless Maze ad avere il giusto fascino.

Un intro dei più classici, con suoni di pioggia e di vento, si sovrappone presto alla chitarra a zanzara di A: è il preludio di Passionate Hatred (Sheeple), traccia che si avvia subito con un ritmo martellante su cui si posa però un riffage melodico e dall’appeal disperato, un dualismo che trova nello scream di M, feroce ma in qualche modo infelice, la sua coronazione. Questa norma tende inoltre ad aprirsi, per stacchi più lenti ed eterei ma che paradossalmente guadagnano in cupezza e in aggressività; spesso sono però solo momenti, per una canzone che prosegue con la stessa base per quasi tutti i suoi sei minuti (che la rendono peraltro quella più corta dell’album), dritta e compatta, facendosi giusto a tratti più fredda e impenetrabile. Il risultato finale è molto avvolgente e di qualità elevata, un’ottima apertura insomma. Oltre un minuto di intro con chitarra e tastiera su tonalità tristi che lentamente aumentano di volume, poi con uno strappo Deeper Through these Realms I Go ha inizio. Abbiamo allora un pezzo dal riffage splendido che riesce veramente a coinvolgere nella sua lancinante e angosciosa infelicità di stampo puramente black depressivo, nonostante il tempo di base, sempre piuttosto estremo. I passaggi migliori sono però quelli con cui questa prima falsariga si alterna, più lenti e ragionati, in cui la chitarra ritmica passa a scandire qualcosa di anche più profondo e dilatato, da assoluti brividi per il suo cosmico pessimismo, mentre il ritmo, pur veloce, quasi  sembra rilassato. Il pezzo progredisce con molte variazioni musicali che però sono piuttosto nascoste, tutte le parti sono classificabile o tra i momenti più ansiosi o tra quelli più espansi; fa eccezione solo la lunga apertura posta al centro, di un’ambient minimale composto da una lieve tastiere e da suoni di sottofondo ambientali . Questa non va avanti però molto a lungo (tornerà infatti solo come outro): la seconda anima black della canzone, quella più eterea e oscuramente celestiale, si ripresenta prepotentemente in scena, ancor più intensa e avvolgente di prima, per una lunga coda ossessiva ma veramente meravigliosa, ciliegina sulla torta di un pezzo che è un piccolo capolavoro di depressive black metal, rivelandosi anche il brano migliore della tracklist. Segue Lost in Life’s Endless Maze: aperta da un arpeggio di chitarra pulita che sa essere ossessivo ma anche dolce, esplode poi come un pezzo si black e discretamente potente, ma ancora con una certa tranquillità depressa, grazie anche al ritmo lento e quasi sottotraccia della batteria di A. Da questa base di partenza, la musica comincia a evolversi verso una norma più pesante, senza però modificarsi a livello di atmosfera, la quale al contrario aumenta ancor di più la forza della sua infelicità. Tra momenti più pieni e altri più riflessivi, la canzone riesce a ipnotizzare l’ascoltatore, facendolo sprofondare in un mondo oscuro e depresso, ma anche caldo, accogliente: l’apoteosi di questa tendenza arriva verso circa metà canzone, quando la norma si fa anche più melodica e M comincia ad alternare al suo scream graffiante un cantato pulito, etereo e molto espressivo. Da questo punto la traccia torna a riproporre i temi già sentiti in precedenza, diventando però più tempestosa e fredda, quasi che l’incantesimo si stesse lentamente rompendo: abbiamo così una frazione che senza abbandonare toni depressi è la più classicamente black della traccia. Non dura molto a lungo, perché poi tornano le chitarre pulite dell’intro: sembra giunta la fine, ma gli Starless Night invece ripartono, per una nuova frazione veloce e delicata che riprende l’inizio, una gran chiusura per un pezzo immenso, considerabile insieme al precedente come il migliore dell’album omonimo.

Un altro intro pulito, stavolta molto soffice e intimista, va avanti molto a lungo, forse troppo (quasi due minuti e mezzo), prima di rompersi improvvisamente con l’entrata in scena di Time Heals Nothing When There’s No Good to See, pezzo incalzante e vorticoso, che nonostante la sua melodia ha anche una certa tensione di fondo, la quale ricorda a tratti, vagamente, addirittura il black epico. Il brano prosegue quindi facendosi leggermente più melodico e anche meno martellante a livello ritmico, ma sempre piuttosto incisiva per quanto riguarda il mood, seppur stavolta l’efficacia sia minore rispetto al passato: non di molto, in ogni caso, visto che in questa prima parte la canzone sa essere depressa il giusto e graffiante quando serve. Il vero problema è che dopo circa nove minuti e mezzo tutto sembra finito, ma invece la musica continua con un lunghissimo pezzo ambient monotono e noioso, senza grandi movimenti e che si mantiene simile per tutta la sua durata, soffuso e con giusto qualche effetto. Va meglio quando, dopo quattro minuti quasi vuoti, la traccia torna su lidi più metallici: la conclusione è infatti più convincente anche della parte iniziale, con il suo riffage vorticante e lo scream aggressivo di M che proseguono a lungo prima di confluire in una nuova apertura evocativa, con la voce pulita in bella vista e toni ancora una volta disperati e possenti. Ancor migliore è la frazione che prende il sopravvento verso la fine, ritornando al finale della prima metà e rendendolo ancora più minaccioso e labirintico, in alternanza con momenti invece più depressive-oriented, una lunga e bella conclusione che tira su le sorti del pezzo, che per quanto prolisso riesce comunque ad avere i suoi spunti di qualità. La conclusiva Indulged in Your Own Essence of Being (Conceited Humans), che segue, presenta ancora un preludio con un arpeggio espanso ed echeggiato di chitarra pulita, all’inizio avvolgente ma a lungo andare davvero troppo ripetitivo (siamo  oltre i tre minuti!), prima di entrare finalmente nel vivo come un pezzo molto impenetrabile e denso, che evoca un mood preoccupato, ansiogeno, molto intenso. Ciò è sottolineato in pieno dalla predominanza di melodia, forte in tutta la prima parte e che a volte prende anche il comando, per lenti passaggi dalle armonizzazioni eteree, che reggono momenti di tranquilla depressione. Se tutto ciò è ben fatto, gli Starless Night lo lasciano esprimere solo per poco, prima di lasciare che si spenga in favore di un pezzo ambient; c’è da dire però che quest’ultimo è migliore di quello del brano passato, con la sua norma ossessiva e spaziale che riesce a portare l’ascoltatore in un bad trip sempre più psichedelico, grazie anche ad alcune variazioni che scacciano la noia. Aiuta in tal senso anche la sua durata, limitata a tre minuti: subito dopo infatti la norma principale sentita in precedenza riparte, forse anche più intensa e profonda, con aperture melodiche molto più espanse e lunghe assistite stavolta anche da tastiere celestiali in sottofondo, che danno loro quasi solennità e una bella tensione eterea. Così, dopo quattordici minuti il pezzo si spegne, ma i giochi ancora non sono finiti: c’è infatti ancora spazio per una coda ambient lenta e cosmica, che coi suoi toni misteriosi e particolari ricorda il miglior Burzum, seppur declinato in una versione più minimale. Questa parte varia abbastanza, e dai suoni semi-sinfonici con cui inizia torna poi sulla norma centrale, più intimista. Forse questa parte la tira leggermente per le lunghe, ma alla fine non eccessivamente: il finale della canzone  (e del disco con essa) è infatti piuttosto appropriato.

Volendo, Lost in Life’s Endless Maze si può dividere più o meno a metà, tra una prima parte veramente eccezionale, di qualità assoluta, e una seconda più lunga (occupa quasi quaranta dei circa settanta minuti di durata)  non scadente, ma comunque un po’ prolissa ed esasperata. Il voto finale è quindi una media tra le due parti: viste però le prime tre canzoni, dai Starless Night in futuro mi aspetto certamente di più: spero perciò di ascoltarli in futuro, per vedere se riusciranno a vincere i difetti qui sentiti e a diventare un nome di punta del depressive black metal, come è sicuramente nelle loro possibilità!

Voto: 79/100


Mattia
Tracklist:
  1. Passionate Hatred (Sheeple) – 06:08
  2. Deeper Through these Realms I Go – 14:10
  3. Lost in Life’s Endless Maze – 11:33
  4. Time Heals Nothing When There’s No Good to See – 20:09
  5. Indulged in Your Own Essence of Being (Conceited Humans) – 19:03
Durata totale: 01:11:03

Lineup:
  • M – voce
  • A – tutti gli strumenti
Genere: black metal
Sottogenere: depressive/atmospheric black metal

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