Old Scratchiness – No Shape (2015)

Seppure io abbia bisogno di moltissimi ascolti per assorbire un album nella maniera più consona alle mie recensioni, nella maggior parte dei casi alcune sue caratteristiche sono chiare già dopo i primi ascolti. Tra queste, di norma i difetti che un disco può avere sono i primi che emergono chiaramente: accade ogni tanto, però, che man mano che ascolto un lavoro, questo non mi convinca, ma non so dire con precisione quale sia il motivo. E’ il caso di quello di cui parliamo oggi, No Shape degli Old Scratchiness, quartetto di Pavullo (Modena): è un breve album senza riempitivi, che non mi dispiace ma che, per qualche motivo, non riesce a emozionarmi come in teoria potrebbe. La colpa è forse del fatto che le cinque tracce, pur buone, non si stampano molto in mente, manca loro il guizzo vincente; a non convincermi potrebbe però essere anche che gli emiliani mettano troppa carne al fuoco. Il loro genere di base è un hard rock di versante stoner, che incorpora però molte influenze, principalmente alternative ma anche heavy metal, rock progressivo e psichedelico, un’unione che di norma funziona discretamente, seppur a tratti mostri un po’ la corda. Prima di cominciare con la disamina, merita una nota anche qualche altro particolare di No Shape, in primis il suono generale, che è grezzo e soprattutto manca un po’ in potenza, anche se questo non dà molto fastidio alla resa finale. Va peggio invece la copertina, che non è poco curata o brutta, ma un po’ fuorviante: sembra infatti quella di un qualsiasi album alternative rock/metal, il che è riduttivo per un album in cui quella alternativa è solo una delle tante componenti.

Come l’artwork, anche la opener Spleen è spiazzante: nonostante i molti elementi stoner rock, l’atmosfera generale e le trame musicali ricordano l’alternative, molto più che nei brani successivi. Ciò comunque non è un difetto: né le strofe, placide e rette dal basso di Federico Caroli, mentre la chitarra di Alex Cavani si limita a qualche effetto più strano, né i ritornelli, più potenti e in cui Alessandro Degl’Antoni passa da un cantato contenuto a un urlato più esplosivo, danno fastidio, ma anzi coinvolgono discretamente. Degna di menzione anche la parte centrale, ancor più melodica del resto, come anche tutti i momenti strumentali che punteggiano il pezzo qua e là, e in special modo l’assolo finale: abbiamo per questo una buona apertura, godibile il giusto. Segue la rilassata Shapeshifter, traccia che dopo un intro saltellante di Cavani, ci mette parecchio a entrare nel vivo, con una norma lenta ed espansa, decisamente psichedelica, su cui si alternano senza fretta tratti più espansi e aperti, con ancora in evidenzia Caroli in una trama di base quasi ska/reggae (!), e momenti invece più potenti e classicamente stoner. Si accelera solo per quelli che possono essere considerati i chorus, leggermente più dinamici del resto e movimentati, ma senza sembrare troppo distanti dal resto. Di nuovo, merita una citazione la parte strumentale, che qui occupa l’intera seconda metà della song e si presenta più variegata del resto, con molti fraseggi di chitarra dal vago retrogusto heavy metal che si inseguono al di sopra di una sezione ritmica e di un riffing molto variabile, che porta la canzone attraverso passaggi in cui riprende la norma principale e momenti rapidi e obliqui. E’ proprio questa varietà che aiuta la seconda parte a essere la migliore della traccia: questa però è buona in toto, ponendosi tra i migliori dell’intero No Shape. Giunge quindi The Sower, brano che si avvia già movimentato e preoccupato, con un esordio scomposto ed energico che lascia spazio a qualcosa di più contenuto e melodico nelle strofe, le quali però conservano ancora molto bene l’atmosfera oscura e strisciante. La musica quindi si interrompe di botto: è giusto uno stacco per lanciare i ritornelli, che al contrario sono molto pesanti, con le influenze punk e Degl’Antoni che urla molto, dando al tutto anche più di un retrogusto sludge metal. Man mano inoltre il pezzo comincia a salire di intensità; questa tendenza si rafforza finché, a tre-quarti, il tutto non si spegne. Abbiamo perciò un piacevole intermezzo di chitarra acustica, che va avanti brevemente prima del ritorno della potenza, ma riesce a coinvolgere con la sua carica crepuscolare, ciliegina sulla torta di un episodio più sperimentale degli altri ma di buon valore.

Giant è un episodio più classicamente stoner rock del precedente, disteso e rilassato ma spesso anche piuttosto potente, con scoppi di notevole energia. Così, mentre le strofe sono molto morbide e vedono qualche influenza addirittura blues, i bridge strumentali, inframmezzati da brevi fraseggi del bravo batterista Stefano Roncaglia, salgono di nuovo in intensità e confluiscono presto ai ritornelli, non estremi ma retti dalla chitarra distorte di Cavani e dalla prestazione teatrale di Degl’Antoni, che dà loro una marcia in più per efficacia. Verso la metà, la traccia inoltre abbandona questa progressione per un’altra frazione molto morbida e dilatata, seppur anche un po’ inquietante: questa si spezza però prepotentemente quando l’urlo lancinante del cantante introduce la lunga coda. Abbiamo così un pezzo più rallentato ma potentissimo,  di vago sentore doom, che procede con potenza rallentando sempre di più, finché un synth dissonante (e quasi fastidioso, anche se solo per un attimo) non pone fine a quello che insieme a Shapeshifter è il miglior brano di No Shape. Quest’ultimo, molto breve, è difatti già alla fine: la conclusiva The Room of 1000 Clocks entra nel vivo molto lentamente, con un crescendo che parte da un arpeggio di chitarra pulita e diviene pian piano più denso, ma sempre sullo shuffle costante impostato da Roncaglia, che qui si mette in mostra ancor di più che in precedenza. Il tutto è ammantato di un certo pathos intenso, che prosegue anche quando la canzone finalmente si porta su coordinate stoner-oriented, ben avvertibile nel riffage. A questo punto, come da norma Old Scratchiness, la traccia comincia ad alternare momenti più potenti ad altri più soffici: tra questi ultimi si segnala quello al centro, molto psichedelico e in cui appare il flauto (!) suonato da Cavani, a cui presto si affianca la sua stessa chitarra. Quest’ultima però più che in un assolo si produce in un momento noise, ripieno anche di suoni sintetici. Questa parte procede molto a lungo, senza però annoiare, anzi. Così, dopo qualche minuto, la norma più potente si riprende, dando un finale appropriato a un pezzo lungo ma di buona fattura, annoverabile appena al di sotto dei migliori di quest’album.

In conclusione, torno a ripetermi: No Shape non è affatto un album scadente. Nonostante quel vago senso che ho descritto all’inizio, unito a qualche difettuccio e anche a un po’ di inconsistenza (mezz’ora in fondo mi sembra un po’ risicata come durata, anche vista la musica dilatata del gruppo), abbiamo un album piacevole e piuttosto originale, molto consigliato ad ascoltatori con la mente aperta e il gusto per gli esperimenti. Detto questo, è anche vero che gli Old Scratchiness devono ancora affrontare e superare i propri problemi: almeno però hanno già una base solida, quindi chissà che in futuro non si sentirà ancor parlare di loro!

Voto: 74/100

Mattia

Tracklist:

  1. Spleen – 04:16
  2. Shapeshifter – 06:17
  3. The Sower – 04:31
  4. Giant – 06:38
  5. The Room of 1000 Clocks – 09:29
Durata totale: 31:10
Lineup:
  • Alessandro Degl’Antoni – voce
  • Alex Cavani – chitarra, elettronica, flauto
  • Federico Caroli – basso
  • Stefano Roncaglia – batteria
Genere: hard/alternative rock
Sottogenere: stoner rock

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