Antonello Giliberto – Journey Through My Memory (2015)

Ne ho già parlato anche recentemente: io non sono un grande fan dei solisti del metal melodico. Spesso infatti si tratta di progetti strumentali che sono poco più di sfoggi di bravura del musicista che li crea, come è per esempio quello di cui parliamo oggi, Journey Through My Memory, secondo album del chitarrista siciliano Antonello Giliberto. Il suo genere è un power metal sinfonico e pieno di assoli neoclassici, molto derivativo dai grandi nomi (sicuramente Yngwie Malmsteen, ma anche Rhapsody of Fire e Stratovarius). Aggiungendo a questo la totale assenza di voce (se non qualche coro e qualche sparuto vocalizzo), si ha come risultato che le canzoni tendono ad assomigliarsi tutte tra loro, almeno all’orecchio di un profano, il che alla lunga stanca. Certo, Giliberto  è un chitarrista tecnicamente impeccabile e riesce anche a non risultare del tutto inespressivo nei propri assoli, come tanti colleghi; è innegabile altresì che anche i due turnisti scelti per la sezione ritmica, il bassista siciliano Dino Fiorenza (Metatrone e Simone Fiorletta) e il celebre batterista John Macaluso (Malmsteen, TNT, Vitalij Kuprij, Symphony X, Jørn Lande, Ark, Mastercastle, Chris Caffery sono solo alcune delle sue collaborazioni), siano assolutamente validi.  L’album è inoltre ben prodotto, con suoni assolutamente all’altezza della situazione e particolari di contorno molto curati, come per esempio il bell’artwork: a latitare, tuttavia, sono però spunti veramente vincenti, per un album che come vedremo personalmente ho trovato piacevole, ma nulla più.

Un classico intro di tuoni e vento, brevissimo, seguito da un interludio più lungo, orchestrale e un po’ fine a se stesso, poi parte Demeter, opener in cui Giliberto sforna parti solistiche di velocità media non troppo elevata, nonostante il ritmo rapido al di sotto, ma in compenso espressive il giusto. Man mano che la canzone avanza, però, appaiono anche momenti neoclassici più rapidi e vorticosi, che seppur senza pecche sono un po’ freddi, poco espressivi. E’ proprio questo, unito alla lunghezza forse un po’ eccessiva, il motivo per cui la opener è un brano buono ma comunque non del tutto riuscito. Segue Endless Labyrinth, traccia più contenuta ma di discreta potenza, in cui a tratti si mettono in mostra anche Macaluso, con la sua prestazione muscolare, e Fiorenza coi suoi slap; poco dopo però a farla da padrone arriva Giliberto, che alterna già da subito momenti labirintici (è il caso di dirlo!), rapidi e che stavolta convincono, e momenti più aperti, quasi solari. Degna di nota anche la parte morbida e melodica posta al centro, dall’appeal medioevale (ripresa poi anche nel finale), dolce ed emozionante, coronazione di un pezzo che pure coi difetti dell’album dà comunque una buonissima impressione di sé. E’ quindi la volta di Journey Through My Memory: Il suo esordio, con un suono di flauto e poi le orchestrazioni, può far pensare a un lento, ma poi la song vera e propria si avvia come un brano power rapido e incalzante, con tratti leggermente più distesi ma sempre piuttosto movimentati, che si alternano a vortici di note rapidissime, votati al neoclassicismo ma con un urgenza e un’incisività puramente metal. C’è spazio anche per qualche frazione più particolare, oscura e impenetrabile, in una progressione che tende molto a variare, avendo come uniche costanti la vitalità brillante delle trame strumentali e un’atmosfera immaginifica, velatamente malinconica: sono proprio questi i due punti di forza per un brano che spicca nel lavoro a cui dà il nome, di cui è il momento migliore. La prima ballad del lotto, Enigma of Eternal Night, è quindi introdotta da una voce femminile e poi da lente orchestrazioni, che vanno avanti finché a prendersi la scena non è la chitarra acustica di Giliberto, accompagnata solo dal placido basso in sottofondo e, dopo un po’, dal ritorno del lieve tappeto sinfonico. La melodia di base è bellina, come anche le piccole variazioni qua e la, ma non impressiona troppo: abbiamo un lento carino ma certo non memorabile. Un preludio di lievi canti religiosi si spezza quindi in First Day Lights at the Monastery, traccia che torna al power e presenta la solita norma frenetica, con la sezione ritmica e le tastiere che corrono rapide, come spesso fa anche la chitarra, per una norma che però, oltre a sapere un po’ di già sentito, non coinvolge. Va un po’ meglio nei passaggi in cui invece la chitarra è ritmica e sciorina qualche riff incisivo il giusto, ma ciò non succede molto spesso. Il risultato è un pezzo ancora una volta piuttosto tipico di quest’album, piacevole a un ascolto distratto ma nulla più.

Un lungo preludio disteso, quasi ambient per suggestioni, poi Avalon’s Darkness si avvia come un brano senza traccia di metal, sostituito da un sottofondo di quelli che sembrano un clavicembalo e una bombarda, su cui si staglia un assolo molto melodico di flauto. Questa norma prosegue per oltre metà canzone, prima che la chitarra acustica torni in scena, con sonorità particolari, quasi spagnoleggianti: è un momento breve ma intenso, prima che le trame iniziali, con in più qualche sussurro, tornino a concludere una ballad che stavolta incide bene, e si pone addirittura come il pezzo migliore dell’album insieme alla title-track. Ancora un’introduzione lunga, stavolta con una cornamusa che gli da un po’ di gusto folk, quindi il power torna con And Won Their Freedom, traccia che però procede ancora piuttosto contenuta nel ritmo, con la chitarra quasi sottotraccia e le avvolgenti orchestrazioni in bella vista, raggiunte qua e là anche da cori. Il Giliberto chitarrista torna a fare la parte del leone solo dopo metà pezzo, quando duetta con le tastiere, per una serie di assoli non rapidissimi ma in compenso emozionanti, una buona coronazione di un pezzo piuttosto strano, ma appena sotto ai migliori di Journey Through My Memory! Giunge quindi Perfect Dreams, la traccia più sfaccettata del platter: parte infatti come un brano soffice e lento, in cui i piccoli tocchi di Macaluso e il placido basso di Fiorenza supportano le tastiere. Queste sono in principio molto soffuse, ma poi si fanno più sinfoniche e avvolgenti, insieme alla sezione ritmica, in un crescendo espanso che conduce la musica a uno strappo, quando la chitarra metal fa il suo ingresso. Se fin qui il pezzo è stato ben godibile, parte però ora un brano che sa troppo di già sentito: a parte qualche melodia e qualche riff azzeccato qua e là, il resto è infatti solo l’ennesimo esercizio di stile di Giliberto, perfetto ma molto sterile, che ci consegna un brano ben poco appetibile, tra i meno validi dell’album. Siamo ormai agli sgoccioli: con la finale Flying with the Dragon, seppur ci siano anche momenti in cui potenti ritmiche di chitarra rendano il tutto incisivo e potente, abbiamo un’altra traccia che sembra quasi di aver già ascoltato in precedenza. Ciò vale per alcuni intermezzi orchestrali/corali, ma soprattutto per un altro assolo che nonostante abbia momenti notevoli (principalmente quelli lenti) si rovina con l’ennesimo shred neoclassico, ben eseguito ma senza un qualsiasi guizzo di personalità. Ne consegue un episodio ancora una volta riuscito a metà, un finale insomma della stessa qualità del disco che va a chiudere. La vera conclusione dell’album è affidata però a The Art of Ending, breve outro con uno sfondo sinfonico su cui si staglia la chitarra classica di Giliberto che si prodiga in una dolce e delicata melodia: un coda carina, nonostante la brevità.

Journey Through My Memory non è affatto un album brutto, o scadente, anzi: come già detto, a tempo perso è un ascolto piacevole e mai fastidioso, nonostante la forte sensazione di già sentito che aleggia già dopo pochi minuti. Chiaramente, però, è un prodotto rivolto principalmente al ristretto pubblico di amanti dello shred e dei dischi strumentali con la chitarra al centro, a cui Antonello Giliberto è peraltro altamente consigliato. Se però, come me, non siete fanatici di questo tipo di cose, evitarlo non è un delitto, anzi: ci potrete trovare qualcosa che vi piacerà, ma se cercate dischi power metal che sappiano coinvolgervi maggiormente, allora questo non è proprio il lavoro che fa per voi.

Voto: 65/100


Mattia

Tracklist:
  1. Demeter – 06:37
  2. Endless Labyrinth – 04:34
  3. Journey Through My Memory – 06:49
  4. Enigma of the Eternal Night – 05:40
  5. First Day Lights at the Monastery – 05:25
  6. Avalon’s Darkness – 04:26
  7. And Won Their Freedom – 04:54
  8. Perfect Dream – 06:43
  9. Flying with the Dragon – 04:49
  10. The Art of Ending – 01:37
Durata totale: 51:34
Lineup:
  • Antonello Giliberto – chitarra, tastiere
  • Dino Fiorenza – basso
  • John Macaluso – batteria
Genere: symphonic power metal
Sottogenere: neoclassical metal strumentale

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