Omnia Malis Est – Viteliú (2015)

Seppur i Romani siano la prima immagine che viene in mente pensando alla storia antica dell’Italia, una tendenza molto forte nei gruppi folk e pagan metal nostrani preferisce lasciarli da parte per concentrarsi su altri popoli che hanno abitato la Penisola, spesso prima dei Cesari e del dominio di Roma. Tra gli ultimi, si segnala il progetto Omnia Malis Est, one-man band di Uruk-Hai, musicista di Potenza il cui primo full-lenght Viteliú ha lo scopo di riportare alla ribalta i Sanniti, famoso popolo che mise più di una volta in difficoltà i romani col proprio valore. Abbiamo infatti un lavoro che svela un’ottima competenza storica del suo creatore, nella descrizione delle battaglie ma anche usi e costumi di queste antiche genti, un “semi-concept” di fondo davvero affascinante. Di certo però la musica non è secondaria: Viteliú presenta infatti un solido black metal, sfaccettato e vario, che passa da momenti molto melodici e distesi a bordate potenti e di vago retrogusto thrash, con in più sempre una tensione epica, spesso in sottofondo ma che a tratti riesce anche a esplodere con potenza. Il tutto è coronato dalla voce dello stesso Uruk-Hai, molto roca ed estrema ma più grave e comprensibile del classico scream: un tipo di cantato non solo piuttosto comune nelle band italiane, ma che qui funziona particolarmente bene, visto il già citato comparto tematico. Prima di cominciare, qualche parola anche per il sound generale dell’album, impostato con Alessandro Cattaneo e Riccardo Studer: è molto pulito e professionale, ma mai troppo morbido o ricercato, in un equilibrio ben riuscito che aiuta ancor di più Viteliú a raggiungere la grandezza che scopriremo tra pochissimo.

Si comincia con il suono placido delle onde, a cui presto si affianca una chitarra pulita e mogia, poi Viteliú entra nel vivo come un pezzo potente e preoccupato, ma anche piuttosto lento ed evocativo, sensazione data anche dalle lievi tastiere in sottofondo. Siamo però ancora nell’intro, perché dopo una pausa la traccia vera e propria entra nel vivo con blast beat e riffage puramente black, seppur con una certa melodia, che prosegue per tutte le strofe, tese e feroci grazie anche alla voce di Uruk-Hai. Per i ritornelli invece il ritmo tenuto dal drummer ospite Davide “Brutal Dave” Billia (Hour of Penance, Septycal Gorge) si fa più lento, pur rimanendo martellante: esce così ancor più forte una melodia triste e lontana, che insieme alla chiamata alle armi di Uruk-Hai rende l’atmosfera insieme malinconica ed epica. Questa si sposa molto bene col background della traccia, ben spiegato anche nella parte finale, con del parlato su un tappeto diffuso e potente: i tempi sono quelli della Guerra Sociale, conflitto che contrappose i Romani a una coalizione di popoli (tra cui ovviamente i Sanniti) per motivi politici, tra il 91 e l’89 avanti cristo. Nel complesso abbiamo un’apertura di qualità assoluta, seppur il meglio debba ancora arrivare. Subito dopo giunge infatti Al di Là delle Forche, brano che parte subito a razzo con un riffage potentissimo, di retrogusto thrash, un vortice che riesce a possedere allo stesso tempo un’epicità fortissima e l’impatto di uno schiacciasassi. Su questa base, Uruk-Hai canta, in latino, un estratto dal celebre trattato Ab Urbe Condita dello storico romano Tito Livio: come suggerisce il titolo, è un passaggio a proposito della Battaglia delle Forche Caudine del 321 a.C., una delle peggiori sconfitte di Roma a opera proprio dei Sanniti. Fanno eccezione i ritornelli, cantati probabilmente nell’Osco parlato dai vincitori dello scontro, che sono serrati ma più melodici, il che non solo fa fiatare il brano ma fa si che essi si stampino facilmente in mente. Degno di nota anche la progressione che porta la canzone a un picco di potenza verso metà per poi diminuire nella lunga sezione centrale, in cui si vira di nuovo all’italiano e che presenta toni più distesi ma piuttosto cupi, giusto coronamento di uno dei brani migliori della tracklist. A Diana, brano che è un’unica invocazione all’omonima dea, riverita non solo dai romani ma anche dagli altri popoli italici, esordisce quindi veloce ma più aperta della precedente, con ritmiche dal vaghissimo retrogusto folk e un alternanza tra momenti in blast non troppo aggressivi e stacchi lenti e dal mood intenso, infelice, che peraltro avvolge l’intera traccia. Inizialmente, questo tipo di musica procede senza grossi scossoni, e senza nemmeno convincere troppo, c’è da dire; a metà canzone però la norma sparisce, sostituita da un lungo e più valido interludio rilassante e solo vagamente cupo, fatto solo di arpeggi puliti e di vaghi echi post-rock. Si va avanti così per qualche minuto, prima che il black metal torni, ancor più epico e potente che in precedenza, riprendendo in parte gli elementi della frazione iniziale: questa conclusione è anche la parte più efficace dell’episodio, seppur l’impressione è che questo sia l’unico pezzo meno che ottimo in Viteliú.

Torniamo su livelli alti con Primavera Sacra, traccia che dopo un breve preludio martellante e oscuro, con urgenza alterna momenti molto pestati ed estremi ad altri più espansi e meno graffianti, il tutto però avvolto di un feeling trionfante e quasi solare, che ben si sposa alla marcia di cui parla il testo. Questo brano è infatti tutto incentrato sull’origine leggendaria dei Sanniti, distaccatisi dal popolo laziale dei Sabini tramite il rito del Ver Sacrum (“primavera sacra”, appunto), cerimonia con cui, in tempi di sovrappopolazione, si consacravano dei bambini al dio Mamerte (il Marte romano) i quali poi, al raggiungimento dell’età adulta, avrebbero avuto il compito di emigrare, fondando un nuovo popolo. La destinazione veniva deciso in maniera divinatoria da un animale, che diventava poi totemico del popolo: nel caso dei Sanniti era il toro, il che, secondo alcune teorie, è legato tramite il termine Viteliú (che significa probabilmente vitello), all’origine del toponimo Italia, un tema che torna spesso  in quest’album. Chiusa la parentesi storica, la parte migliore di Primavera Sacra sono i ritornelli, ancor più aperti del resto, in cui l’atmosfera del pezzo raggiunge il suo apice e crea passaggi tranquilli, gioiosi e dall’aurea spirituale molto emozionante, nonostante gli elementi estremi. Degno di nota anche la frazione centrale, più classicamente black e che rappresenta l’unico momento davvero preoccupato e cupo di un pezzo per il resto molto particolare, ma appena al di sotto dei migliori dell’album. Ner Tefúrúm (nome di un’oscura cerimonia sannita) è un“midtro” del tutto strumentale e acustico, che inizia con dei suoni di battaglia a cui presto si affiancano gli arpeggi di chitarra quieti e delicati dell’ospite Gabriele Gramaglia(anche al servizio di Omnia Malis Est come bassista, in quasi tutto il disco), con in più giusto qualche eco folk e post-rock, che non guasta. Un piacevole intermezzo, insomma, per riprender il fiato prima del gran finale.
Le ultime tre tracce, al contrario delle altre, sembrano legate tra loro da un filo comune. Si comincia con l’incalzante Battaglia di Porta Collina, la traccia in assoluto più epica di Viteliú: sin dall’inizio la tensione battagliera è ben palpabile, grazie a un riffage possente e a tastiere in sottofondo che ricordano i Falkenbach, e aiutano molto l’atmosfera. La struttura è più complessa che in passato, con più variazioni, ma molto ben costruito, tanto da portarci quasi all’interno delle schiere Sannite nella battaglia omonima (1-2 novembre 82 a.C.) alle porte della Città Eterna, che vide i Romani in grandissima difficoltà e combattimenti lunghi un giorno e una notte, prima del ribaltamento della situazione, con la sconfitta definitiva dei Sanniti e in particolare del suo corpo d’elite, la Legio Linteata. La musica rappresenta il fato che gira verso Roma, ammorbidendosi nella seconda metà, per un finale meno energico e più cupamente melodico, preoccupato. Un breve outro acustico, poi senza soluzione di continuità arriva Sabella Carmina, traccia che parte quasi subito feroce e dannatamente nera, con liriche apocalittiche, riferite vagamente alla battaglia ma più astratte, poetiche (ovvio, visto anche che è possibile tradurre il titolo come “Ode ai Sabelli”, altro nome dei Sanniti). La prima parte si gioca tra brevi rallentamenti e lunghe fughe in blast, entrambe a sorreggere un riffage evocativo e che riesce veramente a emozionare, sia per carica di odio che per forte infelicità. Dopo qualche minuto tirato agli estremi, la musica comincia pian piano a calmarsi, fino a perdersi nel vuoto. A questo punto la canzone, dopo soli tre minuti, sembra finita in una coda di vaghi effetti ambientali, un po’ inquietanti, ma poco dopo spunta l’arpeggio di una chitarra, sinistro ed etereo: è il preludio a una nuova devastante esplosione black metal, estrema e selvaggia, fredda come il ghiaccio e in cui il cantato passa a un aggressivo scream , più classicamente black metal. Stacchi cupi e imponenti si inseguono rapidi, prima che la canzone viri di colpo su un’altra linea, ancora molto black ma molto più calda, triste, lancinante, grazie alle tastiere e anche alla splendida voce di Valentina “Diana Luna” Cesareo, lontana ed espansa, che si affianca allo scream e crea un passaggio intensissimo, addirittura commovente. E’ questo il momento migliore non solo della canzone ma dell’intero Viteliú: a conti fatti abbiamo però un episodio splendido in ogni suo particolare, tra i migliori che abbia mai sentito nel black melodico. Si torna a qualcosa di più canonicamente black con Disfatta, traccia finale che dopo un intro minaccioso parte come un treno, mettendo in mostra un riffage obliquo e arcigno, che accompagna i vari cambi di tempo della prima frazione, un affresco variegato ma che comunque avvolge nel proprio vortice oscuro l’ascoltatore. Poco prima di metà, la frenesia si calma: dopo un momento più espanso e arcigno, in cui tornano le chitarre acustiche, la linea musicale diventa più tranquilla e melodica. Le trame oscure si fanno allora da parte per qualcosa di ancora cupo ma più malinconico e potente, su cui si posa il parlato di Uruk-Hai, che dalla sconfitta di Porta Collina torna ai giorni nostri; il mastermind mette ancora più in chiaro, con questa conclusione, che il suo scopo con l’album è spezzare l’oblio che, da così tanti secoli, è calato sui Sanniti. Così, dopo poco meno di cinque minuti, il brano si conclude ripieno di melodia: il risultato è un pezzo forse al di sotto dei migliori dell’album che chiude, ma comunque ottimo ed espressivo, in fin dei conti più che degno come chiusura.
Viteliú è insomma un album splendido sia sul piano concettuale che su quello musicale, e si candida seriamente tra le uscite migliori di quest’anno nell’underground italiano. Certo, c’è anche da dire che se per voi il black è quello norvegese, e pretendete atmosfere fredde e ritmiche ossessive e ripetitive, forse il progetto Omnia Malis Est potrebbe farvi storcere un pochino il naso. Se però siete di mente più aperta e apprezzate le derive successive epiche o melodiche, allora quest’album saprà prendervi senza mollarvi più: acquisto più che consigliato, dunque!
Voto: 93/100

Mattia

Tracklist:

  1.  Viteliú – 06:27
  2. Al di Là delle Forche – 05:22
  3. A Diana – 07:17
  4. Primavera Sacra – 05:31
  5. Ner Tefúrúm (midtro) – 03:13
  6. Battaglia di Porta Collina – 04:43
  7. Sabella Carmina – 07:36
  8. Disfatta- 04:52

Durata totale: 45:01

Lineup:

  • Uruk-Hai – voce, chitarre, tastiere
  • Gabriele Gramaglia – basso, chitarra acustica (guest)
  • Davide “BrutalDave” Billia – batteria (guest)

Genere: black metal
Sottogenere: melodic black/pagan metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale di Omnia Malis Est

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