Monsterworks – The Existential Codex (2015)

Per chi ha fretta:
I neozelandesi Monsterworks sono un gruppo molto difficile da classificare. Il loro genere è infatti un progressive metal spaziale e di difficile ascolto, con tantissimi elementi diversi che lo fanno pendere verso l’avant-garde, ma anche con un occhio verso l’heavy metal classico che lo rende estraniante. Si tratta di un genere convincente e senza forzature, che funziona bene all’interno di The Existential Codex (2015), quattordicesimo album di una carriera discografica molto densa di uscite. Si tratta in effetti di un lavoro ben suonato e registrato, con un ottimo songwriting: lo dimostrano canzoni come Higgs Field, Temple of Distortion e The Ride, punte di diamante di una scaletta con  qualche canzone meno riuscita, ma nel complesso di buona qualità. Per questo, per quanto difficile da ascoltare, The Existential Codex è un album di alto livello, che può piacere a tutti i fan del metal più bizzarro e sperimentale. 

La recensione completa:
“E questa, che roba è?”: è ciò che più o meno ho pensato al primo ascolto di The Existential Codex, quattordicesimo album dei Monsterworks, band neozelandese nata nel lontano 1996 e con un attività discografica molto frenetica dal duemila in poi. Il loro è il classico stile impossibile (o quasi) da classificare: se la base è il progressive metal, ci sono tantissime influenze, estreme come tradizionali, per un mix di pura avanguardia, non troppo distante da quello dei “vicini” australiani Alchemist. Rispetto a questi ultimi però il gruppo ha un ascendente molto meno post-rock, sostituito invece da una forte tendenza verso l’heavy metal classico che rende il genere del gruppo ancor più estraniante, visto il contesto in cui è inserito. Il risultato finale è che The Existential Codex è un album impenetrabile, denso, con una grande varietà di soluzioni musicali dietro cui ci si perde, inserite peraltro senza quasi forzature: è anche per questo che abbiamo un album che è impossibile recensire con il mio solito sistema del track by track descrittivo. Prima di cominciare, merita un cenno anche la produzione, che è pulita e molto professionale ma non per questo meno realistica o incisiva, riuscendo a supportare al meglio sia i momenti di puro impatto che quelli invece orientati verso l’atmosfera: sicuramente è un punto di forza per l’album, e riesce a valorizzarlo.

I giochi cominciano da Higgs Field, traccia che parte subito dissonante ma anche tranquilla, con momenti più graffianti, anche grazie alla voce urlata del frontman/chitarrista Jon e altri più tranquilli e pieni di armonizzazioni in sottofondo. Nella sua progressione, inoltre, la musica tende a crescere in potenza: dopo un attimo davvero soffuso, la falsariga comincia a diventare più intensa, anche se in maniera comunque molto espressiva, e mai fredda o estrema; questa lunga seconda parte è avvolgente, e spicca molto all’interno della canzone. Degna di nota anche una breve coda particolare, quasi hard rockeggiante, sigillo adeguato di un pezzo che sin da subito si pone come il migliore del lavoro che apre. E’ quindi la volta di Ripple Effects brano molto più progressivo, che vede il riffage della coppia Jon/Marcus, roccioso e vagamente thrashy, zigzagare attraverso le varie acrobazie a cui il ritmo del batterista James, scomposto ed estremamente variabile, lo costringe. Questa prima parte in realtà non si stampa molto bene in mente, risultando troppo movimentata per poter essere apprezzata: va invece molto meglio con quella successiva, che seppur ancora molto prog-oriented presenta una cospicua addizione di melodia, sia nei momenti più aperti che in quelli più potenti, che però stavolta incidono meglio. A un certo punto la falsariga iniziale torna: è tuttavia solo la breve coda di una canzone a tratti un po’ troppo spigolosa ma in generale riuscita discretamente, seppur risulti anche la meno valida di tutto The Existential Codex.  La successiva Engine è introdotta da un lungo preludio, dominato da una chitarra acustica, accompagnata da lievi percussioni, da quello che sembra un violoncello e dal cantato etereo di Jon. Questa norma, placida ma che non annoia, creando invece la giusta atmosfera espansa, va avanti per quasi due minuti e mezzo, prima che la canzone si animi maggiormente: dopo un breve interludio di chitarra classica, la componente più heavy dei Monsterworks torna fuori prepotente, con ritmiche graffianti e anche un bell’assolo di Marcus, per una base potente ma non troppo tesa. Seppur questa sia la colonna portante della canzone, la musica varia molto: al centro c’è infatti una lunga e rutilante divagazione, retta dal blast beat, per quanto molto classicheggiante dal punto di vista delle chitarre, immersa in un panorama meno movimentato ma comunque piuttosto energico. In generale è la canzone a variare molto, passando da passaggi molto rilassati, quasi da hard rock psichedelico sul modello degli anni settanta, a frazioni più intense e classicamente heavy, fino ad arrivare al morbido finale, di nuovo acustico: il tutto però è ben unito, il songwriting è di ottimo livello, specie negli espansi passaggi solistici. Abbiamo così un ottimo episodio, senza praticamente momenti morti nei suoi otto minuti e mezzo.

Sin dall’inizio, disteso e vagamente cupo, Temple of Distortion può sembrare una ballata, impressione non campata per aria, visto che i toni non salgono mai troppo e la melodia domina sempre. Tuttavia, la musica vive comunque delle accelerazioni, con ritmiche più distorte e Jon che distribuisce acuti, una norma più vicina all’heavy metal classico che altrove. Momenti di questa potenza e sezioni molto più morbide, di sapore blues più che vago, si alternano varie volte, spesso compenetrandosi. Degna di nota anche la frazione centrale, anche più rarefatta e psichedelica del resto, creando un mood cosmico potente, che prosegue anche nella parte successiva, lunga ed eterea ma più densa e potente, piena di echi e molto avvolgente. Il risultato è un finale particolare ma di valore assoluto, ulteriore arricchimento del brano migliore della tracklist insieme a Higgs Field. Tapping the Void, che segue, comincia da subito a incolonnare momenti in cui i lead di Marcus sono vorticosi ma anche piuttosto melodici e tratti più rapidi e potenti, con un riffage vicino al groove metal e di ottimo impatto; la struttura è però molto in divenire, e dopo questo inizio conduce il brano verso sfoghi heavy-oriented, spesso con un appeal puramente anni ottanta, che si alternano con momenti delicati più strani e di origine post-rock. Tutte queste frazioni si ripresentano di tanto in tanto lungo la canzone, imperniati però su una linea di fondo vincente, tutta votata alla psichedelia, e con tante variazioni che tengono alta l’attenzione: il risultato è un pezzo che pur non rivaleggiando coi migliori dell’album è comunque di alto livello. A questo punto, siamo già alle ultime battute, anche se manca ancora un bel po’: The Ride infatti è la classica lunga traccia finale. Dopo un intro acustico, il brano si avvia lento e spaziale, con ritmiche di chitarra distese e dall’appeal vagamente malinconico. Questa sensazione prosegue più o meno per tutta la canzone, anche quando i ritmi si alzano e la potenza dei riff viene incrementata, affiancata giusto da un vago velo di cupezza. Un momento praticamente vuoto, con la sola batteria di James e qualche effetto, poi la musica si spegne del tutto: entrano quindi in scena degli echi di chitarra, molto rarefatti. E’ il preludio per una nuova ripartenza, anche se per molti minuti restano in scena toni da ballata minimale, animata giusto dal coro diffuso che vi si posa sopra. Solo dopo un po’ la song prende vita di nuovo, con un breve preludio con la sezione ritmica e una chitarra acustica delicata che da il via a un crescendo. Presto torna anche la potenza metal, prima ancora piuttosto espansa ma in costante aumento, fino a raggiungere un breve picco; a quel punto tutto si spegne, ma è solo un attimo, perché la componente heavy torna ancora con forza, conducendoci tra momenti più potenti e altri più preoccupati verso l’apoteosi con lo splendido e liberatorio assolo di Marcus, intrecciato al cantato di Jon, che sfoggia la sua versatilità. Raggiunto quest’apice, pian piano il brano comincia a spegnersi, con toni dolci e malinconici che si riallacciano all’inizio. C’è giusto spazio per una breve coda di effetti, poi il disco termina: lo fa nel migliore dei modi, visto che abbiamo una closer-track appena al di sotto dei più validi della tracklist!

The Existential Codex è insomma un buon album, magari non eccelso e a tratti un po’ difficile da ascoltare, ma comunque molto godibile. Certo, se quel che volete è il classico progressive metal o semplicemente qualcosa di potente, i Monsterworks potrebbero non fare per voi: ci vogliono una mente aperta e pochissimi pregiudizi per apprezzare i neozelandesi, ma se possedete questi requisiti allora con quest’album potreste trovare una gran bella scoperta!

Voto: 80/100

Mattia

Tracklist:

  1. Higgs Field – 05:12
  2. Ripple Effect – 03:52
  3. Engine – 08:29
  4. Temple of Distortion – 07:59
  5. Tapping the Void – 04:49
  6. The Ride – 13:02
Durata totale: 43:23
Lineup:
  • Jon – voce e chitarra
  • Marcus – chitarra
  • Hugo – basso
  • James – batteria
Genere: progressive/avant-garde/heavy metal

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