Whitesnake – 1987 (1987)

Per qualunque fan del metal e del rock duro, l’espressione “manovra commerciale” ha una forte valenza negativa: quando un gruppo abbraccia un sound più alla moda rispetto a quello precedente, viene spesso accusato di tradimento, e il suo nuovo corso viene sminuito in favore del vecchio. In realtà, se è vero che in certi casi i cambi radicali di rotta producono risultati scadenti, altre volte il talento dei musicisti coinvolti riesce a invece a dar vita a qualcosa di buono: è il caso per esempio degli Whitesnake. Il loro 1987 (uscito anche coi titoli di Whitesnake in America e Serpens Albus in Giappone), pubblicato nell’anno omonimo, è infatti chiaramente una bieca mossa per cavalcare la moda dell’hair e del pop metal, che proprio in quegli anni vivevano il loro momento di più grande successo. Eppure, quello del gruppo guidato da David Coverdale si rivela un grande album nel suo genere, che alcuni ricordano addirittura come il migliore della sua carriera. Ovviamente, specie all’epoca dell’uscita, c’è anche chi non ha apprezzato l’abbandono del classico hard/blues rock che il gruppo anglosassone aveva affrontato fino ad allora, il che da un certo punto di vista è anche comprensibile: è indubbio, però, che se ascoltato senza pregiudizi 1987 si rivela un piccolo gioiellino, come vedremo tra poco.

Si parte in grande stile con la celebre Still of the Night, traccia che vede in evidenza subito gli elementi del nuovo stile degli Whitesnake: la chitarra di John Sykes, pesante e al limite col metal ma sempre piena di melodie, e la voce spigolosa ma calda di Coverdale, per un connubio perfetto dotato di una scrittura sin da subito stellare, che riesce a risultare di facilissima presa anche senza una struttura lineare e classica. Questa infatti va oltre la normale ripetizione strofa-ritornello: la prima scanzonata parte, seppur compatta e fatta di pause e ripartenze in rapida serie, riesce a variare abbastanza; la complessità della composizione si fa ancor più evidente la svolta al centro, sorta di tributo a Whole Lotta Love dei Led Zeppelin, con sonorità diffuse e i vocalizzi straziati del mastermind. Da qui, con orchestrazioni sintetiche, il pezzo torna a salire, per un momento strumentale di intenso pathos, forse addirittura il migliore dell’episodio, che poi si arricchirà ancor di più nel finale, dopo una breve ripresa della norma disimpegnata. Nel complesso abbiamo un’apertura eccezionale, uno dei brani più iconici non solo del disco ma dell’intero movimento pop metal anni ottanta. Giunge quindi Bad Boys, traccia anche più rocciosa e potente della precedente, che stavolta gioca sulla semplicità: a strofe frenetiche e dirette si alternano a ritornelli splendidamente catchy, anthemici, facilissimi da cantare e da memorizzare. Molto bella è anche la canonica parte di assoli posta al centro, degno contraltare di un pezzo semplice semplice ma assurdamente efficace, che costituisce insieme al precedente un uno-due da K.O. totale. La successiva Give Me All Your Love si basa sullo shuffle bluesy del duo ritmico formato dal drummer Aynsley Dunbar e del bassista Neil Murray, su cui Sykes duella con le tastiere puramente ottantiane dell’ospite Don Airey, presenti sia nei momenti più soffusi che in quelli più rutilanti e potenti, per quanto il tutto sia sempre molto ballabile e melodico. La canzone tende inoltre a crescere di intensità, fino ad arrivare alla parte centrale, in cui l’assolo deflagrante di Sykes svolge a meraviglia il suo lavoro. Da qui, la song torna alla sua norma principale, per un finale anche più serrato che in passato: il risultato è un pezzo che forse sfigura coi precedenti, ma comunque decisamente godibile.

Looking for Love è una semi-ballad che si avvia con strofe estremamente soffuse, con solo la chitarra pulita e la voce di Coverdale su un tappeto di tastiera, raggiunte in seguito dalla sezione ritmica, per un effetto delicato, malinconico. Questa norma comincia ad alternarsi coi ritornelli, più elettrici e potenti, seppur sempre pieni di pathos; gli ultimi prendono poi il sopravvento, e ci conducono per una lunga parte, emotivamente carica ma piuttosto dura. La falsariga iniziale torna fuori al centro, in occasione del bell’assolo blues di Sykes; veniamo così sospinti verso una nuova ripartenza, che cresce ancora in intensità fino al gran finale, penetrante, uno dei momenti topici di un brano sempre ottimo, e forse anche di più. E’ quindi la volta di Crying in the Rain, brano ri-registrato apparso originariamente su Saints and Sinners (1982), che conserva la cadenza blues dell’originale ma la ammanta con sonorità patinate: il risultato è uno strano ibrido ma che funziona bene, sia nelle strofe, crepuscolari e circolari, sia nei bridge in crescita e nei liberatori refrain, corali e che catturano alla grande, nonostante la loro elementarità. Non c’è molto altro da segnalare, a parte un vorticoso assolo, di nuovo di qualità; ancora una volta la semplicità paga, abbiamo infatti un brano che quasi raggiunge il livello delle migliori della tracklist! 1987 torna a toni da ballata con Is This Love, traccia anche più melodica della precedente, con le dolci venature della chitarra di Sykes e la voce intensa di Coverdale che si posano su una sezione ritmica placida, che regge l’intera canzone. Questa norma si fa giusto un po’ più pesante nei ritornelli, con un giro tenero di tastiera e un lead di chitarra, che la rendono più catchy, ma senza grandi variazioni. Di mezzo c’è anche l’ennesimo bell’assolo, stavolta delicato e per nulla teso, un altro arricchimento per un pezzo praticamente pop rock, ma che è addirittura più emozionante e valido del lento precedente! Giunge quindi Straight for the Heart, in cui tornano le sonorità più dure e rockeggianti che l’album aveva provvisoriamente accantonato: dopo un breve intro parte infatti una canzone solare e veloce, costituita da strofe rapide e brillanti, che confluiscono in splendidi bridge leggermente preoccupati deflagranti in ritornelli allegri, festosi, che si lasciano cantare facilmente.  L’ennesimo assolo di valore assoluto chiude il cerchio di un pezzo che inizialmente può spiazzare, vista la radicale differenza con ciò che ha intorno, ma che assorbito si rivela in tutta la sua bellezza come appena al di sotto dei migliori dell’album!

Don’t Turn Away è la terza power ballad del lotto, ma che stavolta non riesce a svolgere il proprio compito al meglio: già le morbide strofe sanno un po’ di già sentito e il loro fluire presenta qualche stacco non troppo riuscito, ma il peggio arriva coi più energici chorus,troppo anonimi e inespressivi nella loro insipida tranquillità. L’unico momento degno di nota è, di fatto, il preoccupato finale, per il resto però abbiamo l’unico vero riempitivo di 1987, bruttino e straniante in un album di questa levatura. Tutt’altra storia con Children of the Night, pezzo più animato e pop metal-oriented, che si muove quasi tutta su una norma d’impatto e avvolgente, sia per le dirette strofe che i chorus leggermente più catchy e tranquilli, anche se le aperture che la punteggiano qua e là introducono anche un ottimo livello di melodia. Non c’è praticamente nient’altro da dire di un episodio lineare che pur non essendo al livello dei migliori dell’album ritira su le sorti del disco, e si presenta divertente e di buonissima qualità. Come Crying in the Rain, anche Here I Go Again ’87 era già presente su Saints and Sinners, e anche in questo caso la nuova registrazione è ben riuscita. Abbiamo una ballad allegra ma con un velo di malinconia, che alterna momenti morbidi, con inizialmente la sola voce di Coverdale su un tappeto di tastiera, poi affiancata dagli altri strumenti, e ritornelli divisi a metà tra tratti solari e d’impatto e passaggi in cui la vaga infelicità viene fuori in maniera più forte, grazie anche alla splendida prestazione del frontman e al bell’assolo firmato da Adrian Vandenberg, chitarrista che all’uscita di 1987 aveva già sostituito Sykes. Poche storie: nonostante la semplicità abbiamo un pezzo storico, coinvolgente ai massimi livelli, che se non raggiunge i migliori dell’album riesce però a sfiorarli! Siamo ormai quasi alla fine: You’re Gonna Break My Heart Again contrasta (in maniera per nulla spiacevole, beninteso) con la precedente per la sua atmosfera, adesso per nulla gioiosa e con molto pathos, quasi cupo. Si parte da strofe tempestose e rapide, contraddistinte dal lavoro nervoso di Sykes, per poi arrivare ai ritornelli, anche più carichi dal punto di vista sentimentale, quasi lancinanti, ma anche dannatamente catchy. Chiude il cerchio l’ennesimo assolo splendido, e i giochi sono fatti: abbiamo un pezzo meraviglioso, assieme alla coppia d’apertura il migliore dell’album, che perciò si chiude con un vero e proprio botto!

L’unico difetto di 1987, purtroppo, è una tracklist un po’ ondivaga: se al posto degli episodi meno belli che costellano qua e là la tracklist ci fossero state canzoni al livello delle migliori, l’unico voto possibile sarebbe stato quello pieno. Tuttavia, abbiamo comunque un capolavoro, che merita l’acquisto già solo per quella manciata di brani memorabili, oltre che per la sua rilevanza storica, decisamente notevole. Poche storie, se siete fan del metal più melodico e commerciale degli anni ottanta questo lavoro è quasi una bibbia, da conoscere a memoria e possedere in tripla copia!

Voto: 93/100

Mattia

Tracklist:

  1. Still of the Night – 06:36
  2. Bad Boys – 04:06
  3. Give Me All Your Love – 03:31
  4. Looking for Love – 06:32
  5. Crying in the Rain – 05:37
  6. Is This Love – 04:43
  7. Straight for the Heart – 03:39
  8. Don’t Turn Away – 05:09
  9. Children of the Night – 04:24
  10. Heere I Go Again ’87 – 04:34
  11. You’re Gonna Break My Heart Again – 04:11
Durata totale: 53:02
Lineup:
  • David Coverdale – voce
  • John Sykes – chitarre
  • Neil Murray – basso
  • Aynsley Dunbar – batteria
  • Don Airey – tastiere (guest)
Genere: hard rock
Sottogenere: pop metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale dei Whitesnake

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