Manach Seherath – Demo (2013)

Personalmente, trovo che il genere heavy metal stia vivendo un periodo piuttosto triste: negli ultimi anni infatti sono usciti fin troppi dischi senza un briciolo di innovazione, tutti smaccatamente ispirati agli anni ottanta e spesso troppo banali per essere buoni (anche se alcune eccezioni ci sono). Per fortuna però nella scena heavy non c’è solo il revival, ma anche chi prova a fare qualcosa di personale, se non di nuovo, come per esempio i napoletani Manach Seherath. Quello che il gruppo dimostra nel suo Demo, uscito nel 2013 (un solo anno dopo la fondazione), è infatti un genere per nulla nostalgico o retrò: le sonorità sono molto moderne, un heavy metal con qualche rara suggestione power e trame maschie che ricordano l’incarnazione americana del genere; il tutto si unisce a una forte componente sinfonica, rivolta però non ai canonici neoclassicismi ma più verso una certa atmosfera oscura, che riecheggia anche nell’attenzione del gruppo verso tematiche occulte e spirituali (visibile già dal monicker che in un’antica e non specificata lingua morta significa “attingere alla sorgente”). Contribuisce all’originalità del tutto anche la voce di Mich Crown, sorta di Geoff Tate che cerca di imitare Ozzy Osbourne (o viceversa), inteso però in senso positivo: con una buona teatralità e un carisma appropriato, il cantato si adatta molto bene alla musica dei campani. Oltre a questi punti di forza, Demo ha anche qualche limite, il più lampante dei quali è il suono generale: può anche andare per un demo, ma essendo molto grezza e poco accurata nasconde un po’ troppo la vera potenza di cui il gruppo potrebbe disporre. I Manach Seherath possono crescere molto anche dal punto di vista della maturità e sul fronte tecnico: nonostante questo, però, abbiamo lo stesso un demo interessante, come vedremo tra poco.

Dei colpi a una porta, che poi si apre, quindi la opener Arti Manthano entra nel vivo. È un pezzo piuttosto lento e costante in principio, con ritmiche distese su cui si posano ghirigori sinfonici. Siamo ancora al principio, però, perché l’anima del pezzo è più agitata, con la batteria di Lemur Mask, la chitarra di Minus Karma e la voce di Crown a dare un senso di urgenza, mentre le tastiere di Cyrion Faith diventano un sottofondo tranquillo, che da al tutto un tocco d’atmosfera in più. Toni distesi tornano però coi ritornelli, che rallentano di molto e si presentano molto calmi, forse anche troppo: la loro staticità accentuata impedisce loro di esplodere, dando la sensazione di frenare il pezzo. Buono è invece l’assolo centrale di Karma e il finale, una strofa resa più drammatica, per un pezzo con dei particolari meno riusciti, che lo relegano a essere il peggiore del demo, nonostante una qualità media più che discreta. È però tutt’altra storia con Timeless, traccia che dopo un intro etereo parte ancora lenta e misteriosa, ma poi accelera leggermente, su un ritmo scandito dalla doppia cassa di Mask, ma al tempo stesso stranamente disteso. La struttura incolonna strofe solenni e dirette, bridge più movimentati, al limite col progressive e chorus stavolta estremamente liberatori, grazie a un Crown  protagonista e a melodie vincenti. Il tutto si muove inoltre con molta calma, con poche ma interessanti variazioni che tengono sempre alta l’attenzione (tra le quali notabile l’intenso assolo finale), e sempre ammantato di un’aurea vagamente occulta e orientaleggiante che lo valorizza molto; il risultato finale è molto ben riuscito. Un altro intro potente ma rilassato, poi si avvia All in All, brano movimentato e con un ascendente power più che vago, soprattutto nei momenti più dinamici. Ne rimane un residuo anche nelle strofe, oscure ma con un bel carico di melodia, mentre i ritornelli sono più strani: la loro impostazione ritmica è più aperta, distesa, e il tappeto di tastiera, unito ai vocalizzi drammatici di Crown, creano un mood di forte infelicità, possente eppure in qualche modo anche diffuso, spirituale. Questo peraltro ammanta tutta la canzone, e si fa anche più forte nel finale, parlato e teatrale, dal pathos molto intenso. L’unico passaggio meno che bello è la seconda parte dell’assolo centrale, un po’ troppo contorta per i miei gusti; a parte questo momento, che peraltro dura poco, abbiamo per una canzone molto coinvolgente, specie per la sua atmosfera così intensa, nonché il migliore del terzetto che chiude.

Nonostante i suoi difetti, insomma, questo demo mette in mostra una proposta vincente per originalità, una vera boccata d’aria fresca in un periodo in cui l’heavy metal si è accartocciato sul suo revival, nostalgico e un po’ sterile. Certo, i Manach Seherath dovranno ancora lavorare molto, per maturare e superare i loro difetti: le basi per fare molto bene però ci sono tutte, devono solo essere sviluppate a dovere. Se succederà, i napoletani potrebbero arrivare molto lontano; non è una certezza, visto che il mondo metal spesso non è meritocratico, ma vista le potenzialità altissime del loro heavy metal sinfonico, non posso far altro che augurarmelo.

Voto: 70/100 (massimo per i demo: 80)

Mattia

Tracklist:

  1. Arti Manthano – 06:06
  2. Timeless – 05:29
  3. All in All – 06:28
Durata totale: 18:03

Lineup:

  • Mich Crown – voce
  • Minus Karma – chitarra
  • Cyrion Faith – tastiera
  • Lukas Blacksmith – basso
  • Lemur Mask – batteria
Genere: heavy metal
Sottogenere: symphonic metal

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