Northland – Downfall and Rebirth (2015)

Per chi ha fretta:
Downfall and Rebirth (2015), secondo album dei catalani Northland, è un disco molto di maniera. Il loro celtic metal con qualche influsso sinfonico e death non lascia molto il segno. Colpa di idee un po’ trite e di un songwriting debole e senza grande personalità, che rende le canzoni tutte simili tra loro, specie nei ritornelli. Certo, non tutto è da buttare: la maggior parte dei pezzi non dà particolarmente fastidio, e un paio di spunti ben riusciti come Duskriders e la title-track ne tirano su il valore. Questo basta a Downfall and Rebirth per raggiungere un’ampia sufficienza, ma non per andare oltre: il risultato è un album medio, consigliato solo ai fan più entusiasti del folk metal.

La recensione completa:
Ogni genere musicale, almeno all’interno del mondo metal, vive una parabola che, dopo un periodo di “gloria”, lo porta un po’ a scendere dal punto di vista della qualità, anche a causa della nascita di molti gruppi che si ispirano a quelli di maggior successo senza però la stessa bravura. Il folk metal ovviamente non fa eccezione: negli ultimi anni ha cominciato un po’ a ristagnare, con diversi buoni lavori pubblicati a volte pure da act giovani, ma anche molti album banali e con poche idee. Downfall and Rebirth, seconda fatica discografica dei catalani Northland, appartiene a questa categoria: nonostante qualche spunto di qualità  è un album molto di maniera, in cui gli stilemi classici vengono riletti senza riuscire a lasciare il segno. Il loro è un folk metal celtico e con alcune suggestioni sinfoniche; è presente in più un discreto ascendente estremo, derivato dal melodeath (in special modo nella voce di Pau Murillo, spesso in growl), ma senza divenire mai preminente rispetto alle melodie popolari, che la fanno da padrone. Nonostante questo genere abbia potenzialità se non altro discrete, la grande pecca è nel songwriting: seppur ogni tanto incida, in generale è piuttosto debole, con poca personalità, poche idee e molta omogeneità tra le canzoni, che tendono tutte ad assomigliarsi; ciò accade in particolare nei ritornelli, di norma poco efficaci e che trascinano verso il basso molti pezzi, decisamente il punto debole assoluto degli spagnoli. La conseguenza è che Downfall and Rebirth è un album assolutamente medio, che non infastidisce ma nemmeno esalta: giusto qualche zampata ben piazzata riesce a tirarlo fuori dal girone dei senza infamia e senza lode.

Sin dall’inizio, nella opener When Nature Awakes si inseguono momenti in cui è il flauto dell’ospite Jordi Clapés a dominare, accompagnato dal solo tappeto di tastiere e dagli strumenti folk, e altri più propriamente metal, ma senza grande aggressività, i toni e il ritmo sono distesi, per quanto anche piuttosto incalzanti. Il voltaggio sale solo per i ritornelli, rapidi e circolari, con la doppia cassa martellante di Jose Rosendo accompagnata da ritmiche potenti, oltre che da cori puliti che li rendono abbastanza catchy. Movimentata è anche la parte centrale, che ripete l’alternanza delle strofe estremizzandola: la seconda metà, un’apertura folk, è infatti tranquillissima, mentre la norma metallica viene potenziata e velocizzata. E’ questo il momento meno bello di una opener che però, nonostante tutto, incide molto bene. Segue Bloodred Sunrise, pezzo leggermente più evocativo del precedente, grazie a un tappeto di tastiere molto atmosferico e che si divide tra strofe piuttosto aggressive, con un velo melodeath importante, bridge più lenti, che spezzano un po’ troppo la canzone, e ritornelli invece più convincenti e potenti, anche se qualcosa non funziona a dovere. Seppur nella maggior parte dei momenti la traccia coinvolga, molte delle melodie folk sembrano piuttosto banalotte, si ha l’impressione di averle sentite altrove: fa in parte eccezione la parte centrale, decisamente efficace coi suoi veloci giri di violino, ma nel complesso il brano non convince del tutto. Giunge quindi Together We Die, pezzo inizialmente piuttosto soffuso e melodico, che fa pensare a una ballad, prima di esplodere invece piuttosto roccioso e duro, dotato di una norma diretta e senza troppi fronzoli, se non fosse per le trame di violino che lo anima in sottofondo, e i tipici refrain corali che stavolta risultano efficaci, nonostante la melodia di base sappia vagamente di già sentito. A dispetto di questo la canzone riesce a svolgere il suo compito senza troppi problemi: merito anche di una bella sezione di sola musica tradizionale al centro, che arricchisce un pezzo non trascendentale ma almeno più godibile degli altri. Di nuovo toni soffusi arrivano in scena con The Rite, brano con suoni ambientali in cui la parte del leone la fa la chitarra folk di Alex Fernández, raggiunta solo nel finale dal violino di Pau Vázquez. Nei fatti, abbiamo praticamente un frammento più che una traccia propriamente detta, ma che ha il merito se non altro di essere piacevole.

Fury’s Unleashed è inizialmente piuttosto dura, e presenta una forte tendenza addirittura verso il metal più classico (se si eccettua lo scream di Murillo), mentre l’elemento folk riemerge solo in alcuni brevi stacchi e nei refrain. Questi ultimi però purtroppo affossano abbastanza una traccia altrimenti ben fatta: le melodie dei cori sono infatti statiche e davvero insipide, oltre a sapere troppo di già sentito. Un vero peccato, visto che gli altri momenti della canzone sono discreti, come per esempio la breve ma affascinante parte centrale; il risultato è un pezzo davvero insoddisfacente, che scade sul più bello. Un lungo intro folk dall’appeal celtico, seppur con qualche suggestione rock (come il basso di Vic A. Granell), poi Duskriders si avvia potente ed epicheggiante, con strofe cavalcanti ed energiche a scambiarsi rapidamente con chorus più melodici e in cui sia le ritmiche sia le trame ricordano molto da vicino il power metal,  genere che peraltro riecheggia in gran parte della song. La musica si muove rapida, progredendo man mano per momenti piuttosto pesanti, altri spezzettati e al limite col progressive, il tutto ben supportato da Vázquez, che stavolta si dimostra molto ispirato nei suoi giri, e da un songwriting finalmente all’altezza. Questa impostazione avanza fino a circa metà canzone, quando le acque si calmano e si presenta una lunga frazione soffusa, in cui prima il violino e poi il pianoforte dettano il ritmo nella morbidezza generale. Solo dopo qualche minuto il metal torna in scena, solenne e tranquillo ma anche con una certa tensione evocativa di fondo: è l’inizio di un crescendo che ci porta al gran finale, che riprende a correre e in cui tornano gli elementi più estremi già sentito all’inizio. Il risultato finale di tutto ciò è un pezzo senza momenti morti e ben realizzato, molto diverso dal brano tipico di Downfall and Rebirth, di cui risulta per questo il momento migliore. Torniamo a qualcosa di più lineare con Spirit in Darkness, traccia piuttosto lenta e malinconica, caratterizzata da uno splendido giro di violino portante. Esso torna poi nei chorus, oscillanti e per una volta davvero catchy e incisivi, nonostante la calma che li domina; meno belle sono le strofe, più scarne, anche se un riff placido e l’incursione dell’arpa le rendono comunque interessanti. Buono anche l’assolo centrale di chitarra e i piccoli frammenti folk sparsi qua e là, per un pezzo piuttosto semplice ma ottimo, appena al di sotto del predente. Purtroppo, dopo questa bella coppia di canzoni Whispers in the Wind torna agli errori iniziali. Le strofe, martellanti e dall’anima spostata verso il death melodico sono anche efficaci, come anche i momenti più vorticosi e folk-oriented; dall’altra parte, i refrain sono davvero poveri, con il solito coro che cerca una melodia catchy, riuscendo a trovare solo la chiarissima sensazione di già sentito. Come il brano, è discontinua anche la parte di assoli posta al centro, con momenti strani ma buoni (come quello in cui si mette in mostra Granell alle quattro corde) ma altri poco validi e banalotti: è la perfetta cartina del tornasole di pezzo riuscito a metà, forse il punto più basso del disco.

Un lungo intro sinfonico, pieno di echi e con del parlato che lascia spazio poi a un sussurrato quasi inquietante, dà quindi il via a Downfall and Rebirth, traccia inizialmente in blast-beat e dal vago sentore black, ma che poi si calma abbastanza, assumendo forti toni celtic metal e un riffage espanso, potente. Questa prima parte va avanti a lungo, lenta e costante ma senza annoiare, evocando anzi un mood malinconico, intenso. E’ solo a metà dei suoi quasi otto minuti che la musica svolta su una norma più soffusa, un momento soft rock che si riempie presto di venature folk prima che il metal torni, più drammatico di prima, grazie anche a orchestrazioni in primo piano e a un pathos molto spiccato, ben sottolineato dall’alternanza scream/growl lancinante qui presente. Questa falsariga va avanti a lungo, prima che la canzone torni alla norma principale, ancora più travolgente e intensa, la quale porta alla fine una traccia atipica per l’album a cui da il nome, e che insieme a Duskriders è la migliore del lotto, oltre che la più lunga (il che fa nascere il sospetto che con meno pezzi sviluppati con più convinzione, il platter potesse riuscire molto meglio). E’ ora il turno di Moonlight Spell, lieve ballata folk retta tutta dalla chitarra acustica, dal violino e dai colpi del bodhrán (percussione tradizionale della musica celtica), su cui la soave voce dell’ospite Lady Morte divide con quella pulita e intensa di Murillo i ritornelli, leggermente più animati del resto, mentre è quasi sempre da sola nelle strofe crepuscolari, molto dolci e delicate. Non c’è praticamente altro nella traccia, che però è comunque splendida, nonché appena sotto ai più bei episodi del platter. Siamo ora in dirittura d’arrivo: dopo un intro etereo e in cui la tastiera di Lemaire domina, forse anche troppo lungo, parte Newborn Star, song piuttosto coinvolgente a livello di ritmiche, ben sottolineate dai brevi spunti sinfonici della tastiera, anche se d’altra parte le trame folk sembrano un po’ troppo trite. Le strofe, piuttosto massicce e dirette, riescono comunque a funzionare abbastanza bene; i chorus però, di vago retrogusto power, non convincono fino in fondo, complice una linea vocale un po’ troppo molle. Buona è invece la parte centrale, sfaccettata e quasi progressive nel suo avanzare, che arricchisce una traccia conclusiva al di sopra della media dell’album, ma che senza i difetti di quest’ultimo sicuramente poteva essere meglio.

Downfall and Rebirth insomma si ritira su un po’ nella seconda metà, grazie alla quale raggiunge una sufficienza ampia (cosa non scontata, vista la prima parte); tuttavia, abbiamo lo stesso un album con solo cinque canzoni su undici veramente interessanti, mentre le altre vanno dal carino all’insipido. Visto che i mezzi tecnici li hanno, e che qualche spunto vincente riescono a piazzarlo, sono certo che i Northland possano fare molto di più: per ora mi sento però di consigliare quest’album solo ai fan meno schizzinosi del folk metal, mentre chi cerca dischi migliori dovrà guardare altrove.

Voto: 66/100


Mattia
Tracklist:
  1. When Nature Awakes – 05:06
  2. Bloodred Sunrise – 05:35
  3. Together We Die – 03:52
  4. The Rite – 02:38
  5. Fury’s Unleashed – 04:03
  6. Duskriders – 06:32
  7. Spirit in Darkness – 05:17
  8. Whispers in the Wind – 04:20
  9. Downfall and Rebirth – 07:44
  10. Moonlight Spell – 04:01
  11. Newborn Star – 05:39
Durata totale: 54:47

Lineup:

  • Pau Murillo – voce e chitarra
  • Alex Fernández – chitarra
  • Pol Lemaire – tastiera
  • Pau Vázquez – violino
  • Vic A. Granell  – basso
  • Jose Rosendo – batteria
  • Jordi Clapés – flauto (guest)
Genere: folk metal
Sottogenere: celtic metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale dei Northland

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