Eversin – Trinity: the Annihilation (2015)

Col passare del tempo, gruppi come gli AC/DC o i Motörhead sono diventati proverbiali: merito della loro costanza nel proporre lo stesso genere in quasi ogni album. Se, al contrario dei detrattori, non trovo niente di male in questa ripetitività, a volte è bene anche ascoltare gruppi che, dal lato opposto, tendono a evolversi a ogni uscita discografica. Tra questi ultimi, vanno sicuramente annoverati gli agrigentini Eversin: nati nel 2008 dalle ceneri dei Fuoco Fatuo, band progressive power con qualche elemento speed, con il loro nuovo esordio Divina Distopia (2010) proseguivano più o meno sulle stesse coordinate. Tears on the Face of God (2012) vede però una certa evoluzione, con un sound indurito in senso thrash e meno carico di melodia; è una tendenza che si accentua ancor di più nell’album di quest’anno, Trinity: the Annihilation. Messe infatti da parte tutte le influenze power e gran parte di quelle progressive, se non in qualche passaggio più tecnico, il sound attuale degli Eversin è difatti esattamente a metà tra un thrash molto duro e cattivo, che tributa Slayer, primi Testament, Dark Angel e Sodom, e un groove metal altrettanto violento, ispirato a nomi come Exhorder, primi Machine Head e i Nevermore più rabbiosi. Il tutto beneficia inoltre di un’atmosfera potentissima, fortemente cupa e apocalittica, che del resto ben si sposa con il tema del disco: a livello lirico, Trinity: the Annihilation (titolo tra l’altro ispirato al primo esperimento nucleare della storia) è considerabile un concept album incentrato tutto sul tema della guerra e in particolare quella nucleare. Prima di cominciare con la solita disamina, una parola anche per il suono dell’album: è molto grezzo e sporco, in maniera peraltro voluta, ma questo non è un problema. La potenza del disco infatti ne è valorizzata, ed è probabile una produzione più pulita e professionale sarebbe addirittura meno efficace, a livello di aggressività e di atmosfera!

Senza alcun intro, Flagellum Dei entra subito nel vivo pesante come una schiacciasassi, per un esordio rapido che dura qualche secondo, prima che la canzone si assesti su un tempo più cadenzato, ma non per questo meno distruttivo. La struttura si evolve rapidamente, passando per brevi momenti vorticosi che si aprono su una norma granitica e potentissima, valorizzata dal frontman Angelo Ferrante, con la sua voce urlata che ricorda parecchio Tom Araya. L’anima più rapida della traccia prende il sopravvento da metà, ma a un certo punto lascia spazio a una norma più cadenzata, quasi doom, davvero apocalittica e potente, prima di fuggire di nuovo; è questo il momento migliore di un pezzo mutevolissimo e potente, che pur non essendo tra i migliori del lavoro lo apre comunque in maniera appropriata. Segue Fire Walk with Me, brano meno frenetico  e più quadrato, che inizialmente alterna strofe cupe e dirette, denotate dall’ottima fusione tra il riffage di Giangabriele Lo Pilato e il basso sferragliante di Ignazio Nicastro, e chorus leggermente più lenti e aperti, ma in cui Ferrante grida a pieni polmoni, rendendo il tutto più drammatico. Questa falsariga, pur con qualche variazione, si mantiene costante per oltre metà della durata, facendo pensare a una classica forma-canzone; sulla tre quarti però la musica si velocizza di colpo, assumendo un’urgenza incredibile, grazie anche al duetto tra Ferrante e un ospite di lusso come James Rivera degli Helstar. E’ un finale potente e “on speed”, travolgente, che chiude in maniera adeguata uno degli episodi che più spicca in Trinity: the Annihilation. Un breve avvio piuttosto orientato al thrash tecnico, poi Chaosborn entra nel vivo più lineare, con una norma denotata dall’alternanza tra momenti più aperti e altri martellanti e aggressivi. Il pezzo tende però a variare abbastanza: si aprono spesso momenti più rapidi e macinanti, potenti, spesso accostati in un contrasto forte coi ritornelli. Questi sono infatti più lenti e minacciosi, ancora con qualche retaggio doomy, un momento per rifiatare prima di una nuova ripartenza. Nonostante la complessità apparente, la struttura è in fondo piuttosto semplice, e gli sbalzi d’intensità nell’atmosfera oscura che ammanta tutto funzionano bene; degna di nota anche le parti solistiche che costellano questo ottimo brano, di cui risultano un ulteriore arricchimento.

In We Will Prevail, un primo arpeggio lieve è solo un’illusione, perché la canzone presto comincia un crescendo che la conduce a una falsariga dal riff spezzettato e battente, che devia solo a tratti per momenti più espansi. Tra questi ultimi spiccano i chorus, che sembrano a tratti aprirsi per poi riprendere la norma principale, ancor più energica. Per oltre metà la musica si muove su queste coordinate, piacevoli ma forse un po’ anonime; solo al centro si svolta fortemente verso una falsariga precipitosa e potente, che comincia a variare trascinata dalla velocità del batterista Danilo Ficicchia, per un effetto quasi stordente. E’ questo il momento migliore di una canzone più che discreta, ma che probabilmente rappresenta il punto più basso della tracklist. Un preludio vagamente lugubre ma con molta melodia si spezza all’entrata in scena della Crown of Nails vera e propria, un pezzo molto orientato verso il thrash moderno, rapido e che travolge tutto, con le sue ritmiche spaccaossa e l’alternanza tra la voce urlata e qualche sparuto growl che accentua l’aggressività generale. Se le strofe si muovono tutte su questa impostazione, i bridge e i ritornelli sono più lenti e aperti, ma senza disturbare il mood impenetrabile e opprimente che avvolge tutto: i primi sono infatti obliqui e davvero apocalittici, con il loro riff a motosega, mentre i secondi sono quasi tranquilli, con il ritmo che cala e melodie che spuntano, ma con un’aurea plumbea e sinistra che aleggia forse anche più intensa che altrove. L’alternanza tra queste parti è inoltre elementare, l’unica variazione (oltre al finale che riprende l’intro) è al centro, dove al posto dell’assolo c’è una lunga cavalcata speed metal, un tratto diverso dal resto ma che non stona, arricchendo anzi ancor di più il brano in assoluto migliore del disco. Il lungo intro della seguente Beneath an Atomic Sun è molto dissonante e malsano, apocalittico, ma poi la song prende a correre con un’impostazione di nuovo orientata verso il lato thrash del gruppo, cambiando rapidamente faccia da lunghi momenti macinanti ad altri più trattenuti, che puntano sull’impatto puro, con a tratti anche il ritorno del preludio. Le molte variazioni di questa norma la rendono sempre in movimento, e con tante variazioni; gli unici a ripetersi praticamente sono i ritornelli, molto cadenzati e potenti, anche se forse interferiscono troppo col dinamismo del pezzo. L’incastro tra le varie parti funziona abbastanza bene, anche se sono presenti alcuni passaggi meno efficaci: è per questo che il risultato finale non è tra i più riusciti di Trinity: the Annihilation, anche se ha il pregio di essere almeno coinvolgente.

E’ ora il momento di Litanies of War, episodio dalle inedite venature speed thrash, che dopo un intro molto groovy e graffiante comincia una progressione non troppo rapida ma lo stesso  incalzante, che da strofe dirette, con giusto qualche apertura più rallentata, conduce la musica verso ritornelli più pestati e ossessivi, che liberano in maniera distruttiva tutta la tensione quasi angosciosa accumulata nei passaggi precedenti. C’è poco altro nel pezzo, a parte un bell’assolo al centro e una frazione cadenzata e massiccia alla ripresa del cantato di Ferrante, tutti particolari che aiutano ancor di più questa canzone a risultare appena al di sotto delle migliori del lavoro. Siamo ormai alla fine: in chiusura giunge Trinity, brano minaccioso sin dalle prime battute, con un riffage cupo ed estraniante che lascia spazio quindi a un momento più leggero ma egualmente lugubre. Siamo solo all’introduzione, però, perché il vivo del brano è più rapido, e si divide tra strofe ancora una volta di estrema potenza, tritaossa e in cui Ferrante urla a raffica, seguendo le ritmiche urgentissime, bridge leggermente più calmi ma ugualmente apocalittici e ritornelli esasperati, con un mood nero come la notte e tratti in cui Ficicchia passa addirittura al blast beat, sottolineandone il feeling lancinante, di rara forza. Più il tempo va avanti e più l’oscurità aumenta, fino a giungere a un apice al centro. Passato questo punto, il pezzo perde un po’ di spinta: dopo un tratto cadenzato giunge quindi un assolo cupo ma molto buono di Lo Pilato, prima che la traccia torni a spezzare le ossa, con un Ferrante spaventoso e un’intensità fortissima, e dia un finale molto esasperato a un episodio molto particolare, ma di qualità altissima, il migliore del lavoro di cui è la semi-title-track insieme a Crown of Nails. La parola fine vera e propria dell’album omonimo è però una traccia nascosta (ma non troppo) dopo appena una ventina di secondi di silenzio: abbiamo un breve brano con del parlato, effetti sintetici e sirene antiaeree, un breve frammento roboante funzionale soltanto a chiudere il cerchio del concept.

Se qualche pezzo funziona meno, nel complesso Trinity: the Annihilation è un album più che buono, che sa il fatto suo in quanto a potenza e a oscurità. Certo, vista l’evoluzione che c’è stata magari i fan più vecchi degli Eversin potranno storcere il naso. Se però voi siete soprattutto fan del thrash e del groove metal più cattivi, o semplicemente di sonorità potenti e oscure, allora questa è una delle uscite di quest’anno che potrebbe piacervi di più. Dategli almeno un ascolto!

Voto: 84/100

Mattia

Tracklist:

  1. Flagellum Dei – 03:21
  2. Fire Walk with Me – 05:07
  3. Chaosborn – 05:23
  4. We Will Prevail – 03:58
  5. Crown of Nails – 05:43
  6. Beneath an Atomic Sun – 04:20
  7. Litanies of War – 04:13
  8. Trinity – 06:39
Durata totale: 38:44

Lineup:
  • Angelo Ferrante – voce
  • Giangabriele Lo Pilato – chitarra
  • Ignazio Nicastro – basso e voce harsh
  • Danilo Ficicchia – batteria
Genere: thrash/groove metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook degli Eversin

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