At the Gates – Slaughter of the Soul (1995)

1993: per una giovane band svedese di nome At the Gates si prospetta un futuro roseo. I due grandiosi album già usciti, The Red in the Sky is Ours (1992) e With Fear I Kiss the Burning Darkness (1993), insieme alle prime mosse discografiche di altri gruppi di Gothenburg, stanno sdoganando un nuovo modo di intendere il death metal: sta nascendo la prima incarnazione melodica del genere, quella conosciuta appunto come il nome di Gothenburg sound. Nonostante il successo cominci ad arrivare, però, qualcosa si rompe: Alf Svensson, uno dei principali compositori nonché il membro più anziano del gruppo, decide proprio quell’anno di lasciare la formazione. Sicuramente qualche critico si sarà chiesto a quel punto se la formazione sarebbe riuscita a ripetere la magia dei suoi precedenti: era difficile, ma la risposta del gruppo è andata oltre ogni previsione. L’anno successivo viene inciso infatti Terminal Spirit Disease, poco più di un EP, vista la presenza di tracce dal vivo e la scarsa durata, ma che mostrava una band ancora in grado di coinvolgere. Il meglio però deve ancora arrivare: un altro anno passa, e nel novembre del 1995 gli At the Gates pubblicano il loro quarto album, un disco destinato a entrare nella storia del metal ancor più dei suoi predecessori: era uscito Slaughter of the Soul. Vent’anni dopo, abbiamo non solo un lavoro che non è invecchiato di un giorno, ma anche un album estremamente influente, come si può sentire non solo in ogni disco melodic death metal moderno, ma anche in buona parte della scena metalcore odierna. La cosa in fondo non stupisce: parliamo di un disco  praticamente senza pecche, che bilancia alla perfezione il lato emozionale, spesso straziante, e quello dell’aggressività, con ritmiche di chitarra di una potenza stratosferica, supportate peraltro da una delle produzioni più efficaci e da brividi che abbia mai sentito. Aggiungiamoci poi una tracklist senza il minimo cedimento e un’omogeneità che fa essere il disco un unicum ma lascia anche che ogni traccia abbia la sua personalità, e i giochi per raggiungere la perfezione sono conclusi.

Un breve intro di musica industrial martellante, poi Blinded by Fear fugge illustrando perfettamente le caratteristiche del suono dell’album: la batteria di Adrian Erlandsson, rapida e piena di groove, il riffage del duo Anders Björler/Martin Larsson, veramente devastante per potenza, il growl alto ed estremo di Tomas “Tompa” Lindberg e le strutture semplici, spesso giusto un arricchimento della forma-canzone. In questo caso, strofe dalle ritmiche di chitarra intense, potentemente infelici, confluiscono in bridge e ritornelli più lenti ma meno melodici, con in compenso un impatto assoluto, il tutto alternato rapidamente e senza un momento per fiatare, se non al centro. Qui infatti c’è una frazione molto più melodica del resto, con una prima metà in cui fanno capolino chitarre pulite ma molto cupe; si lascia poi spazio a un bell’assolo, molto melodico e malinconico, un altro dei punti di forza di un pezzo comunque meraviglioso, che apre l’album come meglio non si poteva. Giunge quindi Slaughter of the Soul, un brano meno frenetico ma che riesce lo stesso a essere pesante come uno schiacciasassi, merito principalmente di un riffage magnifico, di efficacia assoluta, che avanza dalle rocciose strofe fino a passaggi più melodici, ma ugualmente pesanti dal punto di vista dell’atmosfera. La struttura inoltre, pur presentando la ripetizione di queste due parti, è più animata che nella media del disco, progredendo per momenti di pura melodia (quasi considerabili i ritornelli, se non fossero totalmente strumentali) e per passaggi granitici, che già preannunciano il groove metal che verrà coi The Haunted. L’incastro funziona però a meraviglia: abbiamo un altro brano perfetto in ogni suo più minimo dettaglio. L’uno-due iniziale è stato da K.O., ma Cold, che arriva ora, non è da meno: dopo un breve intro cadenzato, parte con una progressione che alterna momenti strumentali incalzanti e graffianti, strofe frenetiche e macinanti e refrain che si aprono molto, lenti e in cui il feeling disperato che avvolge tutto il pezzo esplode con ancor più forza. Completa il quadro una sezione centrale piuttosto complessa, con un tratto soffuso e caratterizzato dalla chitarra pulita, a cui segue una parte solistica molto classica, affidata in quest’occasione da un’ospite di lusso come Andy LaRoque, e quindi una breve ripresa dell’intro; è nel complesso un altro arricchimento di una canzone forse meno brillante rispetto alle precedenti, ma comunque memorabile.

In principio Under a Serpent Sun sembra più fredda e aggressiva di ciò che l’ha preceduta, con le sue ritmiche tempestose e cupe, ossessive, ma poi il lato melodeath del gruppo torna fuori, in un alternanza tra strofe piuttosto furiose, in cui il riffing iniziale fa capolino qua e là, e chorus con un gran carico di melodia e di pathos, ma anche catchy in maniera inaspettata. Il brano sembra destinato a proseguire nello stesso modo per tutta la sua durata quando invece tutto si calma: spunta allora un sinistro arpeggio di chitarra pulita, che sostiene un passaggio parlato prima che questo eccezionale pezzo torni a crescere, fino a tornare alla cattiveria del principio, con cui poi va a concludersi.  E’ ora il turno di Into the Dead Sky, interludio che comincia con degli arpeggi di chitarra acustica, a cui poi si accoppiano anche il basso, la chitarra elettrica pulita e percussioni sintetiche. La linea melodica tende a progredire leggermente, e da una norma più dolce e morbida iniziale assume verso la fine toni meno rassicuranti, seppur la calma domini sempre: abbiamo nel complesso un brano diverso dal resto, ma che sicuramente non dà fastidio, anzi. La potenza torna padrona sin dal possente attacco di Suicide Nation, traccia che poi presenta strofe travolgenti, al tempo stesso melodiche e tese, rabbiose e tristi, in alternanza con momenti strumentali di pura poesia, bridge lenti e di un pathos lancinante, in cui Lindberg urla tantissimo, e ritornelli martellanti e ossessivi, che riprendono il riff iniziale e lo rendono se possibile ancor più spaventoso ed energico, per un effetto davvero apocalittico. C’è poco altro da riferire, a parte un rapido assolo al centro; nel complesso abbiamo però un pezzo di impatto stellare, che spicca molto anche in un album di questa fattura! Segue World of Lies, brano che inizia più lento del precedente, con un riffage death influenzato vagamente dal doom, per poi accelerare con prepotenza per le strofe, senza però perdere granché della cupezza precedente, che anzi si fa pure più forte. Le melodie più gothenburg-oriented tornano solo nell’accoppiata bridge/ritornelli, coi primi ancora serrati e i secondi più lenti e disperati, con il frontman sugli scudi. C’è spazio anche per intermezzi in cui al posto del classico assolo (che peraltro a un certo punto arriva comunque) hanno posto quadrati momenti ritmici che riecheggiano di nuovo di groove metal, oltre che del doom già sentito all’inizio. Nel complesso, abbiamo un pezzo piuttosto diverso da quelli che ha attorno, ma ciò non significa che sia meno riuscito, al contrario.

Unto Others è da subito molto pestata e malvagia, sia nei momenti più estremi e frenetici, come le strofe, sia in quelli più melodici e aperti, comunque fortemente oscuri e d’impatto. Degni di nota sono anche i ritornelli, con nel riffage un’inedita anima black metal, che aumenta il carico di cupezza dell’intero complesso. Di feeling nero come la notte è anche la sezione centrale, sia nei momenti più metallici che nel frammento centrale, in cui il contrasto tra una dolce chitarra classica e lo scream di Lindberg creano un effetto estremamente sinistro. A questo punto, quasi mi sono stancato di scrivere lodi, ma con Slaughter of the Soul è così: abbiamo un altro pezzo che definire eccezionale è dire poco! Giunge quindi Nausea, canzone meno atmosferica e più puramente d’impatto rispetto al precedente, con una rapida alternanza  di strofe movimentate ai massimi termini, con un senso d’urgenza palpabile, e chorus che nonostante il ritmo rapido a livello di chitarre sono comunque lenti e quasi espansi, per una sensazione strana, di malessere. Ancora una volta, è buona anche la parte centrale, anche se forse in questo l’incastro tra le varie parti è meno efficace che in passato: abbiamo per questo la traccia meno valida dell’album, anche se ciò vuol dire un capolavoro minore, non certo un riempitivo! Anche Need si avvia subito con un altro riffage tritaossa, efficace in maniera estrema, che sostiene le potentissime strofe a dovere, rese anche movimentate da Erlandsson. Al contrario, i ritornelli sono più orientati al melodeath classico, con la loro fortissima intensità sentimentale e le loro armonie chitarristiche ricercate, ma anche di forza notevole. Bella anche la seconda metà, più riflessiva ed emotivamente carica della precedente, la parte forse migliore dell’ennesimo grandissimo episodio, che poi sfuma in un outro soffuso ed elettronico, quasi ambient, pieno di echi e di sussurri. Quest’ultimo si collega con il vero pezzo conclusivo di Slaughter of the Soul, The Flames of the End, lunga coda tutta strumentale con un semplice ritmo di batteria che sostiene un giro di tastiera simil-sinfonica dall’appeal disperato e intenso, diviso tra momenti più soffusi e altri più rumorosi. In quest’ultimi fa ogni tanto capolino anche la chitarra distorta di Björler, sia per scandire un riff che, verso la fine, in maniera rumoristica. La conclusione è quindi molto strana, come del resto in tanti dischi storici, ma ciò in fondo non è fastidioso, anzi: abbiamo un bel finale, adatto al contesto.

Come sempre quando recensisco un album da voto pieno, arrivato alla conclusione mi capita di smarrirmi. Cosa posso aggiungere su qualcosa di così splendido che non sia uno stereotipo? Infatti, a parte scrivere che Slaughter of the Soul è uno dei più grandi album melodeath della storia, e sicuramente quello più imitato di sempre, c’è poco altro che non sia un cliché (e io ho già dei dubbi che quanto già detto non lo sia). Buy or Die? Non vi può mancare? Non siete veri amanti del death melodico se non amate gli At the Gates alla follia? Ognuna di queste frasi come conclusione lascerebbero il tempo che trovano. L’unica cosa che posso dirvi è di ascoltarlo, di muovere la testa ma anche di sentirlo nel cuore: per quanto mi riguarda, credo sia davvero raro trovare infatti qualcosa che riesca a colpire entrambi con la stessa incredibile forza.

Voto: 100/100

Vent’anni (e due giorni) fa, il 14 novembre 1995, usciva nei negozi Slaughter of the Soul, apoteosi e insieme canto del cigno degli At the Gates, almeno fino a tempi molto recenti. Questa recensione vuole essere un piccolo tributo alla bellezza di quel disco, e perché no anche dell’influenza che ha avuto sui posteri. 

Mattia
Tracklist:

  1. Blinded by Fear – 03:12
  2. Slaughter of the Soul – 03:02
  3. Cold – 03:28
  4. Under a Serpent Sun – 03:59
  5. Into the Dead Sky – 02:13
  6. Suicide Nation – 03:36
  7. World of Lies – 03:35
  8. Unto Others – 03:11
  9. Nausea – 02:24
  10. Need – 02:36
  11. The Flames of the End – 02:57
Durata totale: 34:13
Lineup:
  • Tomas Lindberg – voce
  • Anders Björler – chitarra
  • Martin Larsson – chitarra
  • Jonas Björler – basso
  • Adrian Elandsson – batteria
Genere: death metal
Sottogenere: melodic death metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale degli At the Gates

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