Iron Maiden – The Book of Souls (2015)

Premessa: L’introduzione di questa recensione è stata scritta a settembre, ma per diversi motivi è stata conclusa solamente adesso. Mi piaceva particolarmente ed ho deciso di lasciarla immutata.

00:14. Il vento all’esterno fa frusciare le foglie su ogni singolo ramo del vicinato, ma nonostante ciò continua a fare caldo. Anche a settembre, nella soleggiata terra della Trinacria, la calura estiva si mostra restìa a lasciare spazio al freddo e alle piogge autunnali. Il 4 Settembre 2015 è una data che tutti i metalheads aspettavano da un bel po’. In tutto il mondo è uscito il nuovo lavoro della band metallica che probabilmente meno di tutte necessita di presentazioni. Signore e signori, gli Iron Maiden tornano alla ribalta con un album in studio dopo 5 anni.  Alzi la mano chi, alle prime avvisaglie di un nuovo lavoro, non ha provato anche un microscopico brivido sulla pelle. Perché, che siate detrattori o amanti della celeberrima formazione britannica, i signori in questione hanno per forza di cose lasciato un segno indelebile nella vostra crescita musicale. E alzi la mano chi, non appena letta la notizia che il disco (anzi, i due dischi, per quanto è lungo il lavoro) sarebbe(ro) durato(i) la bellezza di 92 minuti complessivi, abbia provato un forte senso di dubbio e di paura che il lavoro in questione sarebbe potuto risultare alla lunga noioso? In primis, io stesso non pensavo che in un tale minutaggio si potessero snodare dei pezzi degni di nota e ottimamente pensati. Ma gli Iron restano sempre gli Iron e non riesco a definirmi deluso dall’opera in sé. Ma andiamo con ordine.

Il preambolo di carattere meteorologico all’inizio di questa recensione era solo un modo per offrire una cornice del momento in cui, un’altra volta ancora, mi accingo ad indossare le cuffie per entrare in un’opera che non mi sento di definire un capolavoro, ma che riesce ad avere il suo perché.
Vista la distanza che mi separa dal primo negozio di dischi disponibile, decido di trasferire le mie pecunie all’interno di un bellissimo sistema comunemente chiamato internet che dopo qualche giorno mi fa recapitare la mia copia di The Book Of Souls.

Passiamo alla parte strettamente musicale, il succo di questo articolo.

La opener porta il nome di If Eternity Should Fail. La sua intro, tastiere e voce del buon Bruce Dickinson, ci porta all’interno della nuova era della Vergine di Ferro. Il pezzo è firmato dal cantante stesso, incuriosisce fin dall’inizio per la sua atmosfera che fa il suo effetto. Dopo un minuto e mezzo parte una cavalcata moderata che ci introduce alla parte più tipicamente maideniana della canzone. Il pezzo si snoda in otto minuti e qualche secondo e, anche se detta così può sembrare pesante, riesce invece a non pesare pur nella sua scarsa varietà. Poco dopo la sua metà, cambia completamente in ritmo e tono. Aumenta la velocità e la trama si fa leggermente più complessa, anche se per poco. La prima traccia dell’opera si chiude con un discorso interpretata da Bruce, che impersona la Morte e ne sottolinea la sua atemporalità. La song di apertura, tuttavia, ci lascia un po’ straniti. Bisogna ancora abituarsi alla nuova tendenza maideniana, che subito dopo veniamo investiti dall’aggressività del secondo pezzo in scaletta, la potente Speed of Light. Sebbene presenti delle tracce tipiche dei Maiden, la canzone si presenta anche orecchiabile e di facile comprensione. Parentesi, correte a vedere il videoclip di questo pezzo perché merita davvero tantissimo. La prima volta che ho avuto modo di sentirlo, non ho potuto fare a meno di notare la cowbell utilizzata da Nicko McBrain nella intro, cosa che a mia memoria mai aveva fatto in precedenza. Cinque minuti per un pezzo che con ogni probabilità ci ritroveremo in scaletta al prossimo spettacolare e grandissimo tour mondiale. Ha un buon ritmo e non si presenta affatto male, ma la svolta non la troviamo sicuramente in questa parte del disco. Normale amministrazione alle sei corde per il trio Smith/Murray/Gers, anche nella parte solista. Un’apertura di basso e chitarra ci introduce con leggerezza alla terza canzone del nuovo lavoro dei Nostri, The Great Unknown. Dopo poco il brano si tramuta in un mid-tempo che ricalca le atmosfere iniziali dello stesso. Il ritornello è in stile Maiden del nuovo millennio, ma poi torna al ritmo della strofa ed è una scelta che ho apprezzato parecchio, perché dimostra che la solita “cavalcata” maideniana può benissimo essere mitigata ad altri ritmi che non la rendono pesante e tediosa. Nota di merito per la composizione della parte solista. Si torna un po’ sui toni di Speed Of Light ma con una trama diversa, che si sposa perfettamente con una ritmica ottimamente studiata. Anche qui cambi di ritmo che rendono il brano più che gradevole nella sua interezza. L’assolo viene interrotto improvvisamente dal charleston di McBrain e la canzone si spegne esattamente per come era iniziata. La lunga The Red and the Black comincia a far sorgere le prime “problematiche” riguardanti la prolissità di questo lavoro. Un’intro al basso acustico fa da apertura per una cavalcata a ritmi blandi, che accompagna il cantato di Dickinson. La parte centrale, per la quale è stato scelto un coro simile a quelli di Brave New World, ricorda fin troppo la bellissima The Wicker Man e questa è una pecca innegabile. Nella parte solista, che sa di fusione tra il sound di Dance Of Death e The Final Frontier, bel lavoro a livello melodico di tutto il comparto strumentale e del signor Harris, che si è cimentato nella scrittura di un pezzo sicuramente poco assimilabile al primo ascolto. Però lo dico con franchezza, non tutte le parti sono fondamentali e la cosa poteva benissimo durare qualche minuto in meno. Dalla metà in poi diventa uno dei pezzi più camaleontici dell’album e poi gli strumentisti portano da soli la canzone al termine, salvo per quel coro finale che non mi dispiace, ma fa storcere il naso per come è stato affrontato, ovvero prendendo a piene mani dal lavoro del 2000. E poi, la svolta. When the River Runs Deep. La quinta song dell’album è ottima nel ritmo e nell’incisività, e potendo scegliere sarebbe una delle candidate a opener dei concerti del nuovo tour. Veloce e scattante, salvo per il ritornello che rallenta un po’ la frenesia precedente. La parte solista è molto buona ma non riesco ancora a mandare giù gli assoli di Janick Gers, e credo sia un parere ampiamente condiviso. Questo pezzo è promosso a pieni voti per frizzantezza e per quel qualcosa che nei pezzi precedenti ci era decisamente mancato. La title-track, che si pone a chiusura di questo primo disco, ci viene presentata da una chitarra acustica in solitaria. La piega “etnica” che prende la traccia quando si accende giustifica i richiami tribali della copertina e di tutto il disco nelle sue rappresentazioni grafiche. Molto bene per la linea di basso di tutto il pezzo, con un ritornello che lascia qualcosa ma non molto. Dieci minuti in tutto che non riescono ad incidere come ci si sarebbe aspettati, e che per quanto riguarda il primo disco ci lasciano un po’ con l’amaro in bocca in realtà.

Tiro fuori il primo disco e faccio partire il secondo.

Devo ammettere che ho preso un colpo la prima volta, perché Death Or Glory, probabilmente la mia preferita dell’intero lavoro, colpisce all’improvviso e senza preavviso, lasciandomi in un primo momento spaesato. Originalità, ottimo ritmo, il pre ritornello e il ritornello stesso sono ottimi e sembrano nati per essere portati ai concerti sui palchi di tutto il mondo. Smith e Dickinson si mettono in società per la stesura del pezzo e specialmente il primo, nella parte solista distrugge quanto fatto in precedenza prendendosi la scena e sfornando una canzone davvero spettacolare. Minutaggio ottimo che davvero ci fa gustare il lavoro nel modo migliore. Sono ancora esaltato per l’arrivo di Death Or Glory, che vengo spiazzato dal secondo, palesissimo “auto-plagio” targato Gers/Harris, che prendono l’intro di Wasted Years e con qualche nota in meno la incollano all’inizio di Shadows of the Valley. Scorre in maniera a mio parere anonima e non riesce a prendermi per nulla, e credo che, se non un riempitivo, si possa almeno considerare qualcosa di riuscito male. Apprezzo solamente la parte finale per la sua componente melodica ma per il resto risulta essere un pezzo davvero poco incisivo. La traccia successiva, è stata scritta in memoria di Robin Williams, attore morto suicida nel settembre del 2014. Letta sotto questa chiave, riesce ad entrare dentro e diventa un pezzo davvero bellissimo e pieno di emozioni. Sin dalla strofa, prima della quale troviamo sempre una bella variazione strumentale, leggiamo un testo davvero bellissimo che entra nella testa di una persona così celebre e al contempo così sola e che manca di serenità e affetto. Assolo decisamente più melodico che tecnico, farcito di un wah-wah che rischia di fallire, ma che alla fine risulta saggiamente utilizzato. Va via così Tears of a Clown, in memoria dell’indimenticato Robin. Andando avanti nella scaletta, ci accingiamo ad ascoltare la decima e penultima traccia, un mid-tempo che sembra preso dalla carriera solista di Dickinson, seppure non ci sia la sua firma sulla traccia stessa. Nella parte centrale gli Iron peccano un po’ di monotonia, e il pezzo in questione, The Man of Sorrows, si attesta su un livello medio. Scivola via senza rimanere impresso nella memoria, ma musicalmente non è da scartare. E giungiamo così all’ultima, lunghissima canzone che va a chiudere questo album senza infamia e senza lode: Empire of the Clouds. La formazione britannica ci racconta la storia del dirigibile R101, schiantatosi a Beauvais in Francia 5 ottobre 1930. Seconda storia ambientata nei cieli per questo album e ancora una volta firmata da Bruce Dickinson, pilota professionista. Ma se in Death Or Glory, che narrava la storia del Barone Rosso, il caro Bruce si è avvalso dell’aiuto della penna sapiente di Smith, in questa lunga scrittura si cimenta da solo, e non ci resta che analizzare il suo operato. Parte il pezzo, e tutti quanti si guardano in giro spaesati: Il pianoforte in un disco dei Maiden è una novità assoluta. La melodia iniziale funziona e sarà il bellissimo tema sul quale si modellerà l’intero pezzo, seppur con qualche variazione. Il piano viene subito affiancato dal basso e da una chitarra che dolcemente eseguono lo stesso tema. Dopo qualche secondo, lo strumento sopracitato fa una carrellata di quelli che saranno i principali temi musicali di questa canzone, per poi tornare al primo e dare spazio al cantato di Dickinson. La composizione resta molto compatta seppur camaleontica e dopo qualche minuto aumenta un po’ i ritmi senza entrare in meccanismi scontati. Il testo è a mio parere uno dei migliori in assoluto della discografia dei Maiden per profondità e poetica. Sui 7 minuti circa cambia tutto e anche la struttura precedentemente costruita viene stravolta, nei ritmi e nelle melodie. Spazio agli strumenti che ci accompagnano in questo viaggio da fare insieme al dirigibile, fino al momento del suo schianto, reso in musica con un’atmosfera cupa che ci regala il solito pianoforte, protagonista assoluto delle parti chiave di questo brano. Il pezzo si conclude com’era iniziato, ma a questo punto, dopo aver affrontato assieme al velivolo il suo ultimo viaggio, l’atmosfera che quel tema va a creare lascia un sentimento molto più malinconico, rispetto a quello provato nella parte iniziale dove ci veniva solamente presentata la situazione in generale. Finale che mi ha messo i brividi, ad essere sincero.

In conclusione, è un capolavoro questo The Book Of Souls? No, anzi ha parecchi punti negativi che potevano essere evitati, pecca in diverse situazioni e, seppure non ci siano tracce prettamente riempitive, alcune si digeriscono quasi a fatica e questo appesantisce un po’ il lavoro fatto dai sei. Merita un ascolto, questo The Book Of Souls  Di ascolti ne merita parecchi, soprattutto se siete affezionati alla band o se semplicemente vi piacciono da morire. I Maiden sono sempre i Maiden, e questo disco non l’avrebbe potuto scrivere nessun altro. Se ci sono delle pecche qua e là, sono adeguatamente compensate da spunti interessanti e meritevoli di plauso, che rendono assolutamente godibile l’opera nonostante la sua prolissità.

Ci vediamo sotto al palco, figli della Vergine di Ferro.

Voto: 72/100


Francesco
Tracklist:
CD 1:
  1. If Eternity Should Fail – 08:28
  2. Speed of Light – 05:01
  3. The Great Unknown – 06:37
  4. The Red and the Black – 13:33
  5. When the River Runs Deep – 05:52
  6. The Book of Souls – 10:27
Durata totale: 49:58

CD 2:
  1. Death or Glory – 05:13
  2. Shadows of the Valley – 07:32
  3. Tears of a Clown – 04:59
  4. The Man of Sorrows – 06:28
  5. Empire of the Clouds – 18:05
Durata totale: 42:17
Lineup:
  • Bruce Dickinson – voce
  • Janick Gers – chitarra
  • Dave Murray – chitarra
  • Adrian Smith – chitarra
  • Steve Harris – basso
  • Nicko McBrain – batteria
Genere: heavy metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale degli Iron Maiden

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