H.A.R.E.M. – Enjoy the Show (2015)

Per chi ha fretta:
Nonostante Freddy Delirio sia più famoso come tastierista dei Death SS, anche il suo progetto H.A.R.E.M. ha qualcosa da dire, come dimostra il quarto album Enjoy the Show. Si tratta di un lavoro interessante sin dallo stile, un hair metal che però risente meno della media degli anni ottanta e presenta tante influenze eterogenee, ben mischiate in un suono originale. Purtroppo, dall’altra parte l’album pecca per quanto riguarda il suono grezzo, sporco e sottile, che non esalta a dovere l’energia della band; in più, anche la voce del mastermind stenta un po’. Il problema maggiore è però il songwriting ondivago: accanto a ottimi brani come The Wizard, Made of Stars, Look Back at Me e Thanks trovano posto alcuni pezzi molto meno appetibili. In fondo però Enjoy the Show si rivela un album godibile e discreto, adatto in special modo a quei fan stanchi del solito revival che copia in maniera trita i gruppi degli anni ottanta.

La recensione completa:
Per chi segue almeno discretamente la scena heavy metal tricolore, quello di Freddy Delirio non è un nome ignoto: molti infatti lo conoscono come il tastierista dei Death SS, presente in formazione a più riprese sin dagli anni novanta. Tuttavia, sono meno quelli che sanno della band principale dello stesso Delirio, gli H.A.R.E.M. (acronimo che sta per Hard and Rough Easy Men): un po’ strano, visto che anche questa band ha una certa carriera alle spalle, cominciata nel 1994 e con all’attivo quattro album in studio, oltre a una manciata di live e di partecipazioni a compilation tributo. Colpa di questo minor successo è probabilmente lo stile del gruppo, che non è metal nel senso stretto, anche se non si allontana troppo: come dimostrato da Enjoy the Show, ultimo album dell’ensemble uscito lo scorso 24 luglio, parliamo di un hard rock dalle molte influenze glam rock, considerabile quindi hair metal, anche se più moderno rispetto all’incarnazione anni ottanta del genere. A questa sensazione contribuisce soprattutto l’ampio spettro delle influenze del gruppo, che va dal rock più classico all’alternative, dal punk all’heavy metal, il tutto inserito abbastanza bene in uno stile che suona per questo originale, il miglior punto di forza che gli H.A.R.E.M. abbiano da offrire. Purtroppo però Enjoy the Show ha anche due debolezze piuttosto forti: il primo è un songwriting un po’ ondivago in qualità, con pezzi buonissimi ma altri non troppo riusciti. L’altro problema è la produzione, un po’ grezza e sporca, nonché abbastanza sottile, non riuscendo a esaltare a dovere l’energia della band: ci si può aspettare di più, specie da uno come Delirio, che ha dimostrato tutto il suo valore dietro alla console per esempio mixando Rising to the Call degli Strana Officina. Aggiungerei a questo anche un difettuccio veniale: la voce del mastermind è adatta al contesto ma in certi momenti sembra un po’ priva di grinta. È anche questo il motivo per cui Enjoy the Show, come vedremo, non sia proprio un album imprescindibile, e poteva essere realizzato meglio, per quanto c’è da dire che non sia nemmeno scadente, anzi.

I giochi cominciano da Revelation, lungo intro tutto strumentale, che dopo un esordio pieno di cori diviene più misterioso e strano, con suoni ambientali e quindi una lunga parte dominata dalle melodie malinconiche della tastiera e del piano di Delirio. Tutto ciò si allunga su poco più di due minuti, prima che la calma si strappi ed entri nel vivo la opener vera e propria, In Your Hands. Si parte allora con un riff graffiante, quasi alternative/punk, anche se un certo feeling hard rock resta sempre, sia nelle strofe, dritte e oscure, sia nei più animati e aperti ritornelli, discretamente efficaci, anche se forse non esplodono quanto dovrebbero. La struttura è quella della tipica forma-canzone, giusto la parte centrale è leggermente più sfaccettata del classico assolo; è questo un altro buon passaggio per un pezzo non trascendentale, ma comunque carino. Giunge quindi Rolling Thoughts, canzone più incalzante della precedente, specie nelle strofe: queste sono molto efficaci grazie al riffage quadrato di Matt Stevens, quasi heavy metal per potenza, a cui si unisce una bella prestazione di Giuseppe Favia alle pelli; anche il mastermind fa il suo, con vocals convincenti e qualche bella incursione di suoni elettronici che rendono il tutto più incalzante. I refrain non sono da meno: leggermente più calmi a livello ritmico, stavolta riescono a essere catturanti al punto giusto. Completa il quadro il bell’assolo centrale di Stevens, molto anni ottanta, l’appropriata quadratura di un cerchio nel complesso di qualità elevata. Segue The Wizard, un brano dall’avvio strano, quasi inquietante (effetto che tornerà poi anche nel finale), una sensazione che però comincia presto ad aprirsi, con l’arrivo in scena di tastiere simil-sinfoniche, che diventano sempre più pervasive, fino a giungere
 ai potenti ritornelli, misteriosi ma più preoccupati che cupi. È questo strano mood che avvolge l’intera canzone, a volte anche in maniera morbida: gran parte delle strofe è infatti ripieno di melodia, e si fa quasi fatica a definire il pezzo hard. Buono di nuovo l’assolo centrale, per una traccia molto strana, ma che comunque lascia una buonissima impressione. Al contrario, Enjoy the Show è più classicamente rock, una traccia solare e quasi festaiola, specie nei ritornelli, che richiamano i tempi d’oro dell’hair metal con il loro incedere ancheggiante e la facilità di ascolto. Svolgono il proprio lavoro anche le strofe, seppur forse in loro ci sia una vaga nota insipida, che non me le fa apprezzare in pieno; funziona meglio invece la solita parte solistica al centro, lenta e che rappresenta l’unico momento di pathos per una title-track che coinvolge piuttosto bene con la sua allegria.

Made of Stars, primo lento del lotto, comincia subito con un florilegio di tastiere e un arpeggio delicato di chitarra, molto espressivi; questa norma è inizialmente lenta, ma progredendo si fa leggermente più carica e veloce, fino ad arrivare all’intenso ritornello, non solo catchy ma anche molto emozionante, malinconico. Oltre a un breve assolo al centro e a un ossessivo finale non c’è altro, ma questa song, per quanto semplice e breve, riesce a emozionare davvero, risultando per questo tra i pezzi di spicco di Enjoy the Show. Un intro sornione fa pensare alla seconda ballata del lotto, ma poi Angel entra nel vivo più potente e maschia, con un riffage dagli accenni metallici che sostiene tutte le strofe, come sempre dritte e sotto-traccia, incalzanti al punto giusto. Il meglio del pezzo sono però i chorus, dotati di melodie semplici ma che si stampano bene in mente, e di un’ atmosfera quasi AOR. Molto buono è anche l’assolo al centro dell’ospite d’onore Reb Beach (al lavoro tra con gente del calibro di Dokken, Alice Cooper, Whitesnake, Winger, Twisted Sister e tanti altri) rapido ma ben fatto, ciliegina sulla torta di un pezzo che non si pone forse al livello dei migliori dell’album ma di sicuro appena sotto! La successiva The Dawn è un brano in cui la tastiera di Delirio è protagonista per lunghi tratti, con sfoghi che ricordano più una versione più leggera del doom italiano che l’hard rock tipico degli H.A.R.E.M., anche se il tutto è ben fatto. Tra di essi trovano posto pezzi più morbidi, con la sola voce del frontman e la sezione ritmica; le coordinate cambiano anche per i ritornelli, in cui le tastiere diventano un sottofondo ed emerge di più la chitarra di Stevens. In essi però la melodia vocale scelta da Delirio non convince fino in fondo: un peccato, visto che per il resto il pezzo è un bell’esempio di eclettismo, e che anche con questa grossa pecca risulta comunque discreto. Entra quindi in scena Green Diamonds, seconda semi-ballad che comincia davvero soffice, con la voce e il suono del pianoforte, per poi esplodere però con un ritornello di discreta potenza e pieno di pathos, sicuramente coinvolgente. Da questo momento le chitarre distorte restano sempre in scena, accoppiandosi spesso con quelle pulite, e il mood che ne deriva è intenso e per nulla aggressivo: è questo il punto di forza di un’ottima ballata che a dispetto della durata (sono quattro minuti e mezzo, ma è lo stesso il pezzo più lungo dell’album) vola letteralmente, fino a confluire in un misterioso outro, soffuso e di sonorità quasi ambient.  Ancora toni vagamente elettronici fanno bella presenza nel preludio di Another Choice, con suoni spaziali e il basso espanso di Nik Giannelli in bella mostra. Il pezzo tuttavia svolta presto su una norma puramente hard rock, veloce e potente, che alterna senza troppi fronzoli strofe piuttosto rocciose, vagamente heavy, e refrain più melodici, semplici ma catchy a dovere. Al posto del classico assolo, al centro tornano però sonorità più dilatate, quasi psichedeliche, uno spunto piuttosto originale e che arricchisce questo pezzo magari non eccezionale ma gustosissimo.

Brano sin dall’inizio anche più movimentato e graffiante del precedente, Spark presenta vaghe venature punk che escono sia nelle strofe, rapide e anche piuttosto oscure, sia nei chorus, martellanti e ossessivi. Fanno eccezione invece i bridge, più distesi, anche se una nota cupa rimane in certe dissonanze musicali. C’è spazio per qualche influenza metal nella parte strumentale centrale, anch’essa relativamente lugubre: abbiamo per questo un pezzo dai toni negativi, specie rispetto al resto, ma che non da fastidio, seppur i brani che ha intorno siano probabilmente meglio. Con la seguente Look Back at Me tornano gli influssi più metallici degli H.A.R.E.M., specie nelle ritmiche delle strofe, piuttosto pesanti e che per sensazioni ricordano vagamente Kashmir dei Led Zeppelin. Il tutto si fa più aperto e dinamico coi brevi ma potenti bridge e quindi coi ritornelli, più rock-oriented e che di nuovo hanno il potere di stamparsi bene in mente. Non c’è altro in un pezzo che a dispetto della semplicità è però ottimo, risultando appena al di sotto dei migliori del disco. Fire on Stage è invece una canzone più leggera e anni ottanta, ma che in questo caso non riesce a compensare sul lato delle melodie, tutte poco incisive e senza mordente: esempio migliore di ciò sono i refrain, che cercano di essere catchy senza riuscirci, e risultano solo banalotti. D’altra parte, il pezzo non è poi così terribile, alla fine non dà troppo fastidio: è però senza dubbio il punto più basso dell’intero disco, e passa senza quasi lasciar traccia. Enjoy the Show per fortuna si riprende presto con Break on Through, cover dei The Doors estremamente più energica dell’originale. Degno di nota anche il duetto tra Delirio e il suo compagno di band Steve Sylvester, che rende il tutto movimentato: il risultato è una rilettura piuttosto distante dall’originale, ma comunque molto ben riuscita. E’ ora la volta di Flower ballata soffusa e melodica, con un tipico (forse troppo) tappeto di piano e di tastiere che regge la voce di Delirio, il quale declama un testo triste dedicato a suo nonno, con una prestazione teatrale che cresce lentamente. Il risultato è poco più di un interludio, peraltro spigoloso, telefonato e che non impressiona molto, nonostante le buone intenzioni del mastermind. Va molto meglio invece con la conclusiva Thanks, molto rockeggiante e divertente sin dall’inizio, essendo dotata di un ritmo saltellante e veloci lead rock’n’roll di Matt Stevens che dividono le varie parti tra loro. Rapidamente, strofe animate e brillanti confluiscono in ritornelli totalmente anthemici e che si stampano in mente con una facilità assurda. E’ più o meno qui in una canzone che fa della semplicità la sua bandiera, il che però paga: abbiamo infatti addirittura il brano migliore del disco insieme a Made of Stars, una vera e propria chiusura bomba!

A questo punto, giusti alla fine di questi quasi cinquantacinque minuti racchiusi in sedici canzoni (forse leggermente abbondanti per un disco hard rock), si può trarre il bilancio definitivo: Enjoy the Show è un album non solo originale ma molto piacevole, nonostante i suoi difetti e qualche pezzo meno riuscito. Per questo, se siete fan del genere gli H.A.R.E.M. fanno comunque per voi, specie se vi piace l’hair metal ma cercate qualcosa di più originale rispetto agli scarsi clone dei Mötley Crüe o dei Poison che ogni tanto salgono alla ribalta.

Voto: 71/100

Mattia

Tracklist:

  1. Revelation – 02:05
  2. In Your Hands – 03:00
  3. Rolling Thoughts – 02:53
  4. The Wizard – 04:01
  5. Enjoy the Show – 03:41
  6. Made of Stars – 03:46
  7. Angel – 04:04
  8. The Dawn – 03:13
  9. Green Diamonds – 04:29
  10. Another Choice – 04:06
  11. Spark – 03:11
  12. Look Back at Me – 03:26
  13. Fire on Stage – 03:50
  14. Break on Through – 02:23
  15. Flower – 02:48
  16. Thanks – 03:32
Durata totale:54:26

Lineup:
  • Freddy Delirio – voce e tastiere
  • Matt Stevens – chitarra
  • Nik Giannelli – basso
  • Giuseppe Favia – batteria
Genere: hard rock
Sottogenere: hair metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale degli H.A.R.E.M.

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