Lake of Tears – A Crimson Cosmos (1997)

Ci sono album che sanno conquistarti al primo ascolto, e altri che invece riescono a farsi apprezzare solo dopo un bel po’ di tempo, a volte anni. È stato questo il mio rapporto con A Crimson Cosmos, album dei Lake of Tears comprato quasi per caso in un negozio, un paio di anni fa: inizialmente proprio non mi piaceva, ho cominciato ad apprezzarlo giusto negli ultimi tempi, con gli ascolti per preparare questa recensione. La causa di questa situazione è anche del genere in esso contenuto: all’acquisto mi aspettavo infatti un gothic/doom metal maschio, genere in cui gli svedesi peraltro hanno eccelso, sia prima che dopo quest’album, che infatti è di passaggio. Mi sono  ritrovato invece un lavoro contenente un doom leggero e lisergico, con molto meno ascendente gothic che in passato (seppur a tratti le sue influenze tornino fuori) e soprattutto fortissimi influssi dal rock psichedelico anni settanta, con qualche puntata anche nel prog rock più classico. Oltre a questo, c’è una certa mancanza di mordente, una leggerezza che in principio mi ha fatto storcere il naso: è anche questo uno dei motivi per cui all’inizio l’album mi ha spiazzato, ma che poi, come vedremo tra poco, infine è riuscito a conquistarmi.

Dopo un intro con un lievissimo arpeggio di chitarra, molto intenso e ricercato, parte Boogie Bubble, traccia dura ma animata e dal feeling malinconico, intenso, sicuramente senza granché di aggressivo, a eccezione della graffiante voce di Daniel Brennare. Già da subito, la band svedese mostra inoltre il suo rispetto per la più classica forma-canzone: strofe dirette e vagamente gothic-oriented si alternano con brevi e simpatici bridge e ritornelli emozionanti e in cui dominano le tastiere, per un effetto quasi psicotropo. C’è inoltre spazio al centro per un bell’assolo dell’ospite Magnus Sahlgren, e per una coda finale lenta e di pura atmosfera, molto più classicamente doom; entrambi confermano bene il mood espressivo che è vero punto di forza di questa canzone, breve ma immediatamente tra i pezzi migliori dell’intero A Crimson Cosmos. La successiva Cosmic Weed più o meno si muove sulle stesse coordinate della precedente, seppur con maggior oscurità, specie nelle lunghe strofe, con il profondo riffage doomy che le regge; i ritornelli sono invece più aperti e liberatori, anche se una vaga nota inquietante non sparisca mai. Questi peraltro sono un momento degno di nota: la melodia è strana, obliqua, per niente catchy, e tende a disorientare l’ascoltatore, anche se col tempo diventano molto piacevoli, e sono adatti al contesto. Chiude il cerchio una frazione centrale soffice e psichedelica ai massimi livelli, e i giochi sono fatti per un altro ottimo episodio. E’ ora il turno di When My Sun Comes Down, brano considerabile una ballata nonostante le chitarre distorte sempre presenti: merito del ritmo del batterista Johan Oudhuis, sempre lento e con parecchie suggestioni blues, e per la grande quantità di melodia. Questa è presente in scena, sia nelle strofe, espanse e nostalgiche, sia nei ritornelli, in cui il tratto blues si fa anche più marcato che in precedenza e la voce di Brennare si accoppia alle tastiere per creare un mood strano, insieme sereno e preoccupato, difficile da descrivere. Dall’altro lato, il pezzo soffre un po’ di staticità a tratti: abbiamo per questo una ballad non imprescindibile, anche se in ogni caso piacevole. Si torna a velocità più sostenute con Devil’s Diner, traccia rockeggiante, retta da un ritmo di pianoforte, oltre che dagli strumenti più propriamente metal, che a parte qualche scoppio rimane in sottofondo sia nelle strofe, ripetitive e un po’ noiose, sia per i ritornelli, più densi e carini nelle melodie, sia nei momenti più sghembi che ci sono tra le varie parti. Il songwriting stavolta funziona poco, la traccia nel complesso è veramente insipida: nonostante il gruppo l’abbia scelta per rappresentare l’album, girandone il videoclip, abbiamo facilmente il punto più basso di A Crimson Cosmos. Per fortuna,  il platter si tira quindi su con The Four Strings of Mourning, traccia più lenta e riflessiva, in cui si incolonnano strofe sottotraccia, in cui il riffage si unisce perfettamente alle tastiere, e ritornelli dall’appeal molto gothic metal, decadenti e vorticosi al punto giusto. La semplicità regna, e il brano procede lineare sulle stesse coordinate, con giusto il classico assolo al centro, molto espressivo e diviso in questo caso tra l’organo e la chitarra di Sahlgren; è il giusto arricchimento di un pezzo non tra i migliori del disco, ma appena sotto.

To Die Is to Wake è un brano del tutto strumentale che si avvia in maniera estremamente delicata e soffice, con un accoppiata chitarra distorta/pulita, il tutto all’insegna di un’infelicità molto tranquilla. Questa linea però non resta costante: seppur la melodia di base non vari molto, la canzone intraprende pian piano un crescendo, che la porta a velocizzarsi, a farsi più potente e densa, con chitarre rocciose, lead tristi e incursioni di tastiera che rendono il mood sempre più intenso. L’unico difetto del pezzo forse è che duri troppo poco, prima di spegnersi: per il resto abbiamo una piccola gemma, tra i brani più emozionanti di A Crimson Cosmos! E’ quindi la volta di Lady Rosenred, song senza traccia di metal, che dopo un intro soffice con la voce di Brennare, parte piuttosto rapida ma con echi post-rock e un ritmo costante di Oudhuis, su cui da padrone la fa la voce di Jennie Tebler (famosa per essere la sorella di Quorthon dei Bathory e la figlia di Börje “Boss” Forsberg della Black Mark Production, che tra l’altro produce l’album), per un effetto sognante e disimpegnato, docile. La traccia è inoltre molto lineare, a parte l’incursione di Brennare in accoppiata alla voce femminile nei chorus e un breve assolo al centro non ci sono variazioni sensibili; non è però un problema, perché abbiamo un episodio breve e soprattutto immaginifico, che riesce davvero a fare la differenza. Torniamo al metal con Raistlin and the Rose, canzone che presenta ancora una volta dagli accenni gothic, stavolta ben più che vaghi, per colpa principalmente dei giri di tastiera: questi  arricchiscono molto la norma principale, incalzante e potente, che coinvolge a meraviglia nel suo senso di tranquilla disperazione. I ritornelli invece sono più strani, piuttosto morbidi e dominati dalle tastiere, con in più una chitarra pulita solo accennata, per un effetto complessivo dimesso e particolare. Ciò però non è affatto un problema, anzi: abbiamo un pezzo che funziona molto bene in ogni sua parte, il migliore dell’album insieme a To Die Is To Wake e a Boogie Bubble.Un lungo interludio molto soffice ma inquietante, con una chitarra lontana e vari effetti, poi finalmente a chiudere l’album giunge A Crimson Cosmos, title-track che dopo un misterioso momento sintetico parte come un brano ricercato e dolcissimo, con un ritmo lento e basso che regge la voce docile di Brennare e piccoli echi di chitarra per gran parte della canzone. Fanno eccezione solo i refrain, più animati e da ballata rock, seppur la tenerezza imperante resti sempre una costante assoluta. Il tratto migliore del pezzo è però quello centrale, con il suo assolo dal vago ascendente blues, molto emozionante e bello, ciliegina sulla torta di una ballata che dopo qualche minuto si quieta. Il finale vero e proprio tuttavia riprende dopo un attimo di secondo il riff dei ritornelli e lo accelera brevemente in maniera digitale: un finale davvero strano ma tutto sommato azzeccato.

Alla fine dei giochi, A Crimson Cosmos è un album molto particolare: tutte le canzoni sono semplici, a volte elementari, ma servono comunque tantissimi ascolti per assorbirlo, in particolare per entrare nel piccolo mondo delicato che sono le sue atmosfere. Per questo, è un album molto consigliato ai palati fini; astenetevi invece se dal doom metal cercate inflessioni più pesanti e cattive, che si possono trovare in molti altri album, anche dei Lake of Tears, ma qui non sono presenti.

Voto: 81/100

Mattia

Tracklist:

  1. Boogie Bubble – 04:51
  2. Cosmic Weed – 03:51
  3. When My Sun Comes Down – 04:59
  4. Devil’s Diner – 03:43
  5. The Four Strings of Mourning – 05:40
  6. To Die Is to Wake – 03:48
  7. Lady Rosenred – 02:34
  8. Raistlin and the Rose – 05:23
  9. A Crimson Cosmos – 04:54
Durata totale: 39:43

Lineup:

  • Daniel Brennare – voce e chitarra
  • Mikael Larsson – basso
  • Johan Oudhuis – batteria
  • Magnus Sahlgren – chitarra (guest)
  • Ronny Lahti – chitarra e tastiere (guest)
  • Pelle Hogbring – tastiere (guest)
Genere: doom metal
Sottogenere: melodic/psychedelic doom metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale dei Lake of Tears

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