Animus Mortis – Testimonia (2014)

Per chi ha fretta:
Gli Animus Mortis sono un gruppo cileno che mescola atmospheric e post-black metal, in un genere non troppo originale ma aggressivo ed efficace il giusto; tuttavia, una forte ripetitività e un songwriting che attraversa sia punte d’eccellenza che di scarsità minano la buona riuscita del loro secondo album Testimonia (2014). I pezzi migliori sono Hyperbole of Senses, Testimonia e, leggermente più in basso, Seven Decrees; tuttavia, brani come Manuscripts (Emanation & Ascent) e LVX sono abbastanza negativi. Nel complesso un vero peccato: i sudamericani hanno grandi potenzialità, ma Testimonia è soltanto sufficiente.

La recensione completa:
Ultimamente, quando si parla di post-black metal si pensa a un genere più lento del black classico, con molte melodia e poca aggressività. In realtà però il genere può inglobare influenze post-rock e al tempo stesso mantenersi feroce: lo dimostrano per esempio band come i Deafheaven o gli Altar of Plagues. È relativamente vicino alla linea di questi gruppi che si muovono gli Animus Mortis, act cileno nato nell’ormai lontano nel 2004, e che dopo una certa gavetta e l’esordio Atrabilis (Residues from Verb & Flesh), ha pubblicato un anno fa, nel novembre 2014, il suo secondo album Testimonia. Il genere contenuto in questo lavoro è, come già accennato, un black metal dalle fortissime influenze post-rock ma che non rinuncia alla malvagità che questo stile ha da offrire. Essa è infatti mitigata soltanto da una forte vocazione verso l’incarnazione più atmosferica del genere, declinata in una forma particolarmente onirica in questo caso, anche grazie a una produzione piena di echi e molto lo-fi, ma di cui viene fatto un uso decisamente intelligente. In fondo, seppur non originalissimo, il genere dei sudamericani è comunque piuttosto personale: purtroppo però Testimonia ha anche diversi difetti, che ne limitano di molto la possibile resa. Il problema principale è che le idee, per quanto presenti, vengono piuttosto annacquate: colpa di una ripetitività piuttosto spiccata, sia all’interno delle canzoni che tra i vari pezzi, che alla fine viene un po’ a noia. Mettiamoci anche una scrittura molto ondivaga, che passa da momenti davvero emozionanti ad altri poco meno che scadenti, e i giochi sono fatti. È un vero peccato, devo dire: in fondo gli Animus Mortis hanno qualità notabili, sia a livello di songwriting che dal punto di vista tecnico, ma non riescono a sfruttarle appieno, segno che c’è ancora molto da lavorare per mettere bene a fuoco le idee.

Un intro con il suono di una campanella tibetana, poi REM Manifesto si avvia lentamente e con molte melodie, black metal ma piuttosto intenso e per nulla oscuro. Questa norma però pian piano cresce, sia in densità che in velocità: la parte principale è infatti retta dal blast beat di Tempenor, e seppur le melodie iniziali siano ancora presenti, si intrecciano con il riffage black melodico al di sotto e con la voce profonda e pulita di N. Onfray, resa lontana ed echeggiata. La traccia varia poco, ci sono giusto alcune aperture meno pestate e con più pathos, per il resto si prosegue a lungo sulle stesse coordinate, che dopo un po’ divengono leggermente noiose; nonostante questo però, abbiamo un pezzo discreto, che non dà troppo fastidio. La seguente Seven Decrees presenta inizialmente più melodie post-rock che in precedenza, ma presto si irrobustisce molto, con un ritmo rapido e martellante di Tempenor su cui si posa il riffage della coppia Grimness/Jorge Letelier, frenetico e ansioso ma anche molto espressivo e immaginifico, infelice, il tutto reso più aggressivo dallo stesso frontman che spesso sfodera lo scream. Rispetto ai brani che ha intorno, inoltre, questo tipo di linea melodica tende a variare di più, specie dal punto di vista ritmico, con stacchi dissonanti e strani che però non interrompono il dinamismo del complesso: abbiamo perciò  un episodio molto particolare, ma che si pone appena sotto ai migliori di Testimonia. Dopo un paio di brani accettabili giunge quindi Manuscripts (Emanation & Ascent), un esempio perfetto di quello che non va nel disco: dopo un breve intro d’atmosfera, piuttosto oscuro, parte un pezzo rapido e martellante, che rispetto ai precedenti cerca di essere aggressivo ma non ci riesce, vista la leggerezza delle chitarre e le trame post-rock che sembrano poco adatte allo scopo, smorzando anzi l’impatto generale. Non aiutano gli stacchi più lenti e che cercano l’impatto, sparsi qua e là: gli unici passaggi che funzionano un minimo sono quelli in cui la melodia torna a fluire libera (tutti brevi, tranne la lunga frazione centrale), ma sono davvero troppi pochi per tirare su un brano davvero insipido e fastidioso, tra i punti più bassi della tracklist. Va decisamente meglio con Hyperbole of Senses, traccia inizialmente lenta che presenta un riffage principale molto melodico e ispirato dal post-rock, ricordando a tratti quasi gli Agalloch più evoluti e altre volte addirittura le ballate degli Opeth. Presto il tutto si fa più animato dal punto di vista della sezione ritmica, ma senza disturbare il grande quantitativo di armonia, e nemmeno l’atmosfera ricercata e fortemente malinconica che il pezzo offre: anche le lunghe fughe in blast beat, a tratti leggermente più tempestose e minacciose, si integrano bene nella costruzione della traccia. Le tantissime variazioni della musica hanno quasi un effetto stordente, ma stavolta questo non è un problema:  abbiamo infatti un episodio emozionante e valido in quasi ogni momento dei suoi sei minuti e mezzo, il migliore di quest’album.

La title-track Testimonia è un altro brano movimentato ma che stavolta riesce a fare la differenza, creando da subito un manto oscuro, sinistro, grazie alle dissonanze che stavolta funzionano alla perfezione. Merito è anche di una struttura frenetica e con un forte senso di urgenza, che varia con velocità estrema e crea un senso quasi di angoscia, coinvolgente a meraviglia. L’unico momento in cui le acque si calmano un pochino è la parte centrale, più rallentata e con un bel lavoro della coppia di chitarristi, avvolgente grazie alle melodie, prima che si riparta per un altro passaggio più animato. Nel complesso abbiamo una piccola gemma, breve ma intensa, che insieme alla precedente è quanto di meglio che l’omonimo lavoro abbia da offrire. Dopo un uno/due di ottima qualità, sin dall’inizio LVX fa storcere il naso: il suo riff principale ricorda infatti parecchio quello della canzone precedente come impostazione, anche se le variazioni presto lo portano su lidi leggermente diversi. La caratteristica peggiore del brano però è la sua monotonia: nonostante una certa variabilità nelle trame di base, sono sempre ben presenti le stesse armonizzazioni oblique, ripetute fin quasi alla nausea. È anche per questo che nonostante un potenziale espressivo importante il brano fila abbastanza liscio, senza dar troppo fastidio ma anche senza quasi mai impressionare. Ciò succede praticamente solo nella sfaccettata e obliqua sezione al centro e nella emozionante coda finale, non eccezionale ma comunque interessante; è però troppo poco per risollevare le sorti di un pezzo che nel complesso non è un granché. C’è almeno di buono che siamo ormai alla fine: Testimonia si chiude con la lunga Vibrations from the Immaterial, traccia inizialmente preoccupata e in cui tornano le melodie intense già sentite a tratti in precedenza. L’inizio è abbastanza convincente, ma poi la canzone tende a perdersi per strada, per colpa di un songwriting stavolta poco attento alla musica in sé, e che sembra variare quasi a caso. Così, alcuni momenti piuttosto incisivi sia musicalmente che dal punto di vista del feeling, di solito quelli più lenti e armoniosi, lasciano il posto a tratti inutili e fastidiosi, di norma quelli più pestati, e viceversa. Tra questi ultimi, notabili in negativo i tratti in blast beat in cui Onfray esagera in teatralità con la sua voce pulita, per un effetto che davvero stona. In ogni caso, dopo quattro minuti e mezzo sembra tutto finito, ma poi la musica riparte, in una maniera un po’ differente dal resto: seppur molto pesante per la sezione ritmica, le melodie delle chitarre si fanno sempre più pervasive e post-rock oriented, riuscendo ad avvolgere bene, prima che il disco si chiuda con la campana tibetana con cui si era aperto. E’ un finale più che decente di un pezzo che però è riuscito soltanto a metà, come del resto il disco che porta a termine.

Volendo riassumere in tre parole Testimonia, queste sarebbero “un vero peccato”. Gli Animus Mortis infatti sembrano avere potenzialità molto elevate: solo, non riescono a sfruttarle molto bene. Così, quello che poteva essere un ottimo prodotto raggiunge invece solo una sufficienza, non troppo risicata ma che comunque lascia dietro di sé molti rimpianti. In ogni caso, se siete fanatici del black metal atmosferico o della sua incarnazione “post”, in quest’album qualcosa di interessante la potrete sicuramente trovare; non aspettatevi però un capolavoro, quelli sono altrove.

Voto: 65/100

Mattia

Tracklist:

  1. REM Manifesto  – 05:20
  2. Seven Decrees – 05:18
  3. Manuscripts (Emanation & Ascent) – 05:02
  4. Hyperbole of Senses – 06:36
  5. Testimonia – 03:41
  6. LVX – 06:26
  7. Vibrations from the Immaterial – 07:23
Durata totale:39:46
Lineup:

  • N. Onfray – voce
  • Grimness – chitarra
  • Jorge Letelier – chitarra
  • Nhiver – basso
  • Tempenor – batteria
    Genere: black metal
    Sottogenere: atmospheric/post-black metal

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