Guillotine – Blood Money (2008)

Per chi ha fretta:
Nonostante sia più famoso per la sua copertina, Blood Money, secondo album degli svedesi Guillotine (side project dei power metaller Nocturnal Rites) è un album buono anche dal punto di vista musicale. Il suo è un thrash metal per niente originale ma ispirato e potente, molto più della media attuale del genere, che affascina nonostante un cantato un po’ monotono e una certa mancanza di hit clamorose. I migliori pezzi sono Die/Live?, Skeleton City e Welcome to Dying (Death, Destruction and Pain), anche se brani come Liar e Our Darkest Day abbassano un po’ il livello. In definitiva, Blood Money non è un album memorabile ma un buon disco.

La recensione completa:
Ci sono album metal che sono famosi per la bellezza della loro musica; altri, tuttavia, sono celebri più per dettagli di contorno che per il loro contenuto. È sicuramente questo il caso di Blood Money, secondo album degli svedesi Guillotine: la sua fama, molto alta tra il pubblico metal internettiano, non si deve tanto alla sua musica quanto alla copertina del grande Ed Repka, in cui tra i vari potenti e corruttori figura anche Silvio Berlusconi (presidente del consiglio italiano all’uscita dell’album, nel 2008). Molti sono stati quelli che hanno commentato il fatto sotto una luce politica, cosa del resto legittima: sono però di meno quelli che hanno effettivamente ascoltato l’album. Purtroppo, aggiungerei: come vedremo tra poco infatti questo è un buon lavoro, magari non memorabile ma molto piacevole. Nonostante il genere dei Guillotine sia un thrash metal molto classico, siamo comunque lontani dalla media attuale del revival: la musica degli svedesi è infatti ispirata ed energica al punto giusto. Sicuramente, buona parte di questa efficacia è da ricercarsi nel fatto che il gruppo non mira solo all’aggressività, come troppi oggi, ma punta molto anche sulla varietà di soluzioni e soprattutto sulla melodia: se ciò è forse scontato, essendo di fatto il gruppo niente più che un side-project della power metal band Nocturnal Rites, è comunque la marcia in più del suo sound. Certo, non è tutto rose e fiori: seppur ci siano tante buone canzoni, in Blood Money manca quella manciata di hit che poteva portarlo più lontano; meno importante,ma citabile, è anche la voce di Fredrik Mannberg, graffiante al punto giusto ma che ogni tanto sembra essere un tantino troppo monotona. Si potrebbe citare anche il fatto che nella musica dei Guillotine non c’è nulla di originale: vista l’abilità del gruppo nel gestire il proprio genere, però, questo in fondo non pesa molto nella riuscita dell’album.

Un urlaccio di Mannberg apre il disco, prima che Insane Oppression entri in scena velocissima e violenta, alternando con urgenza strofe estremamente frenetiche, bridge vorticosi e refrain martellanti, aggressivi ma quasi calmi rispetto al resto. La velocità si mantiene infatti alta quasi ovunque, per un effetto stordente; fa eccezione solo la frazione centrale, più contenuta e in cui si può rifiatare. Per il resto però abbiamo una bella apertura, spaccaossa al punto giusto. Giunge quindi Rebellion, pezzo meno estremo ma comunque abbastanza veloce, che conta di un ottimo riffage della coppia Mannberg/Daniel Sundbom, potente ma non troppo esasperato, accompagnando invece in maniera melodica sia le strofe, quasi crepuscolare, sia l’accoppiata bridge/ritornello, assumendo in questo caso un aspetto più dissonante che fa spiccare in special modo i secondi, molto coinvolgenti per carica apocalittica. In realtà l’intero pezzo è piuttosto cupo, il che è il suo punto di forza, e lo aiuta a essere buono, per quanto non trascendentale. Un intro pieno di campionamenti e di voci, nervoso, poi parte Insanity, che ricorda il sound della east coast degli Stati Uniti, con il suo ascendente punk più marcato che in precedenza, specie nelle cadenzate strofe. I ritornelli invece sono più di marca Guillotine, sinistri ma anche piuttosto melodici, in un equilibrio che li rende decisamente catchy. In ogni caso, la struttura è di nuovo elementare, con poche variazioni dal nucleo centrale: abbiamo insomma un altro pezzo semplice ma che sa incidere a dovere. È ora la volta di Liar, pezzo più rapido e pestato dei precedenti, con strofe incalzanti che si alternano rapidamente a chorus più spezzettati, che tendono a fermarsi e a ripartire. Proprio questi però sono il punto debole del pezzo, rompendo il dinamismo generale e castrando un po’ la resa possibile del pezzo: perciò, nonostante una buona potenza e anche un assolo molto buono al centro, abbiamo un pezzo solo piacevole, ma che risulta tra i meno belli di Blood Money.

Per fortuna, l’album si ritira su molto bene con Die/Live?, traccia serrata al massimo, con chitarre ritmiche devastanti e sempre in movimento, che sostengono al meglio sia le strofe, energiche ad altissimi livelli, che i più esplosivi chorus, ben cantabili nonostante la violenza sprigionata. L’agitazione si tranquillizza solo nella lunga cavalcata centrale, la quale comunque non perde molto in potenza, e riesce a compensare molto bene con una bel mood minaccioso: è l’arricchimento perfetto di uno degli episodi che brilla di più all’interno del lavoro. Nella successiva Skeleton City, l’esordio in cui il batterista Efraim Juntunen (proveniente dai Persuader come Sundbom) regge con potenza un riffage leggermente dimesso può sembrare un falso avvio, visto che presto parte un thrash metal molto più incalzante e potente, con strofe rapide e senza fronzoli. Tuttavia, la progressione è più varia stavolta: i bridge presto rallentano molto ed esprimono anche un pathos inedito, confluendo presto nei ritornelli, che recuperano la cattiveria principale ma su un ritmo più lento e cadenzato, contando di più sull’impatto puro. Il feeling intenso torna anche nel tratto centrale, oscuro e dimesso, uno dei momenti più di valore di un pezzo diverso dagli altri ma comunque ottimo. Con Madness abbiamo quindi un breve frammento strumentale e morbido, in cui arpeggi puliti e lead lenti e tristi si intrecciano brevemente in un atmosfera triste; nel complesso è poco più di un intro per Dying World, che arriva a ruota e torna a graffiare. Si parte infatti già subito con potenza, anche se l’anima melodica dei Guillotine qui viene fuori più spesso che in passato, tra un momento più pestato e l’altro. La prova migliore di ciò sono i refrain, in cui il connubio tra la voce graffiante di Mannberg si unisce a venature quasi power, per un effetto strano ma che non stona troppo. Dall’altro lato, abbiamo forse un pezzo che resta meno in mente degli altri: il suo effetto però tutto sommato non è così male, anzi si rivela piacevole al punto giusto.

Welcome to Dying (Death, Destruction and Pain) si fa subito notare per le melodie espressive presenti nell’intro, che poi tornano in maniera più estesa nei ritornelli, sofferti e aiutati da Mannberg, che in questo caso riesce a sfoderare una prestazione intensa il giusto. C’è però anche spazio per l’aggressività più tipica del thrash, che ha grande spazio sia nelle dritte strofe che nei bridge con cori che danno loro una bella carica anthemica. Splendida anche la parte centrale, più classicamente thrashy ma non per questo poco adatta a un pezzo in cui ogni elemento è al posto giusto, e che risulta per questo la migliore di Blood Money insieme a Die/Live?. La seguente War si avvia cadenzata e quasi riflessiva, ma presto parte macinante e rabbiosa, per fughe preoccupate e pesanti che procedono per lunghi momenti, con giusto qualche stacco. Anche i ritornelli sono molto rapidi, ma rispetto alla norma sono leggermente più animati a livello ritmico, oltre che più oscure come atmosfere. C’è poco altro in una canzone che corre rapida e distruttiva per gran parte della sua durata e in cui pochi sono i momenti più rallentati in cui tirare il fiato (letteralmente, visto che in un certo momento resta solo Mannberg col fiatone!): l’impressione generale che rimane alla fine di questi quattro minuti scarsi è però ancora una volta molto buona. Giunge quindi Our Darkest Day, una canzone più variegata che in passato, con passaggi schiacciasassi e tratti più contenuti e riflessivi, in cui il gruppo cerca di evocare un mood plumbeo, come ad esempio i chorus. Proprio questi momenti sono però il problema della canzone: non posseggono né impatto né melodie efficaci, né tantomeno incidono dal punto di vista atmosferico. È proprio questo il principale motivo per il quale abbiamo un inutile riempitivo, sicuramente il punto più basso del lavoro. Siamo agli sgoccioli: la chiusura è affidata alla title-track, una traccia che recupera lo smalto precedente e fugge precipitosamente per strofe tempestose e serrate, tradizionali bridge preoccupati e ritornelli più lenti ma che in compenso riescono a catturare nella maniera migliore. Va citato anche il momento centrale, più lento e che forse graffiano in misura leggermente inferiore rispetto al resto delle soluzioni; a parte questo però abbiamo lo stesso pezzo buono, che da un finale appropriato all’album a cui dà il nome.

Blood Money forse non sarà un album memorabile, né quello che cambierà il destino del thrash metal a livello mondiale; tuttavia, è comunque un bel dischetto, degno di essere ascoltato e posseduto. Se non altro, i Guillotine con quest’album dimostrano di poter spazzar via metà dell’attuale e sterile revival thrash metal attuale: un vero peccato, che siano solo un side-project e non una band vera e propria!

Voto: 78/100

Mattia

Tracklist:

  1. Insane Oppression – 03:39
  2. Rebellion – 02:34
  3. Insanity – 03:56
  4. Liar – 03:20
  5. Die/Live – 03:25
  6. Skeleton City – 03:55
  7. Madness – 00:44
  8. Dying World – 03:31
  9. Welcome to Dying (Death, Destruction & Pain) – 04:00
  10. War – 03:49
  11. Our Darkest Day – 04:45
  12. Blood Money – 03:41
Durata totale: 41:09
Lineup:
  • Fredrik Mannberg – voce e chitarra
  • Daniel Sundbom – chitarra
  • Nils Eriksson – basso
  • Efraim Juntunen – batteria
Genere: thrash metal
Per scoprire il gruppo: il profilo (non ufficiale) dei Guillotine su Musik-Sammler

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