Dalkhu – Descend… into Nothingness (2015)

Per chi ha fretta:
I Dalkhu sono un gruppo sloveno che con Descend…into Nothingness firma un eccellente secondo album. Merito in parte del loro black metal sporcato di death, molto sfaccettato e che ricorda Dissection e ultimi Immortal; il merito maggiore del gruppo è però la cura per le atmosfere, che variano parecchio all’interno del disco. Anche il songwriting è di alto livello, come dimostrano pezzi come The Fireborn, In the Woods, Accepting the Buried Sign e Soulkeeper; più in generale, ogni traccia è una gemma, tranne forse la pur bella Distant Cry. Perciò, Descend… Into Nothingness è un piccolo capolavoro, che i fan del metal estremo ameranno.

La recensione completa:
Nella frangia di black metal più intransigente ed estrema, la tendenza che va per la maggiore è quella di riprendere con ortodossia assoluta gli stessi stilemi che hanno fatto grande il genere negli anni novanta. Se in alcuni casi questo non è un problema, in altri lo diventa: troppi album black metal, al giorno d’oggi, non sono altro che semi-plagi senz’anima e senza ispirazione dei grandi gruppi scandinavi del passato. Per fortuna, c’è anche chi, come i Dalkhu, ci tiene a non fossilizzarsi. Duo nato a Slovenj Gradec, in Slovenia, nel 2003, dopo una lunga gavetta esordisce nel 2010 con Imperator, mentre è di qualche mese fa il secondo Descend… into Nothingness, l’album preso qui in esame. Il genere che il gruppo del paese ex-yugoslavo affronta in esso è di base un black metal non troppo inaccessibile, pieno anzi di melodie maschie, che si unisce però a una forte componente death. Ciò è evidente soprattutto nel cantato di P.Ž., un growl molto gutturale e vicino a certi vocalist brutal, ma anche in molte strutture e in diversi passaggi chitarristici. Il punto di forza maggiore dei Dalkhu è però la cura verso le atmosfere, che sono molto variegate: seppur spesso abbastanza oscure, non sono feroci e fredde come da norma black, ma tendono a variare, passando dalla malvagità a suggestioni epiche, dall’apatia a una forte infelicità, e così via. Il risultato finale è un suono che ricorda una versione più tranquilla dei Dissection incrociata con gli ultimi Immortal, ma senza copiare, anzi con molta personalità: è anche per il fascino di questo stile che Descend… into Nothingness è un album pieno di passaggi memorabili, labirintico ma fascinoso, come vedremo nel corso della recensione.

Il suono di un cuore che batte inquieto introduce l’iniziale Pitch Black Cave, che poi parte rabbiosissima, potente e nera come la notte, spostata com’è molto più sul lato death del gruppo che su quello black. Quest’ultimo riaffiora soltanto negli stacchi più lenti e d’atmosfera che punteggiano la traccia, e che col passare del tempo tendono a prendere il sopravvento: verso metà infatti la musica si apre maggiormente, e seppur il growl di P.Ž. permanga, il resto delle trame è nervosa e ronzante. Anche l’atmosfera è molto black metal-oriented, seppur non sia troppo cupa: ricorda più certe incarnazioni più tranquille e moderne del genere e si fa opprimente solo negli stacchi più frenetici, oltre che nei suddetti momenti a tinte death. In ogni caso, la struttura è intricata ma non troppo, e beneficia di un songwriting subito eccellente: è per questo che l’album si apre sin da subito con un gran pezzo! Un breve preludio piuttosto inquietante, poi The Fireborn comincia a incolonnare momenti lenti e dissonanti, molto oscuri ma con una certo respiro, e tratti che su tempo medio presentano un riffage di J.G. di effetto assoluto, corredato anche da sinistri lead echeggiati. Questa falsariga si mantiene fino a poco prima di metà, quando il brano comincia a evolversi: sul ritmo caratterizzato dalla velocissima e martellante doppia cassa dell’ospite Spawn of the void, la musica attraversa vari momenti sinistri ma pieni di armonie, rafforzandosi poi pian piano fino a giungere a toni vagamente epici, prima che l’alternanza precedente torni brevemente e chiuda la traccia. Il risultato è una seconda metà eccellente, che rende il pezzo appena al di sotto dei migliori del disco! La successiva In the Woods comincia subito con il suo tema principale, lento e oscillante, che a dispetto della sua essenza molto black metal è tutt’altro che freddo e oscuro: si presenta invece malinconico e fortemente infelice. Questa linea melodica prosegue molto a lungo, condotta dal ritmo di Spawn of the void attraverso piccole variazioni che comunque non ne scalfiscono affatto l’anima profonda. Il mood principale lascia la scena soltanto negli stacchi estremi che compaiono di tanto in tanto, con blast beat, ritmiche al limite col death e un mood veramente cupo. Anche questi sono però piazzati a dovere: non solo non stonano, seppur accostati a una norma così diversa, ma aiutano anche a esaltarne meglio le caratteristiche. Degna di nota anche il passaggio conclusivo, che spezza il dualismo precedente e si rivela una breve cavalcata evocativa: anch’essa è però un ulteriore arricchimento per un piccolo capolavoro, nonché l’episodio più valido in assoluto di Descend…into Nothingness!

Distant Cry inizialmente ricorda quasi i primi Satyricon, visto il ritmo vagamente folk/medioevale che supporta un riffage dal vago ascendente folk. È in ogni caso poco più di un preludio per una canzone che dopo un breve stacco obliquo si avvia con un piglio più diretto e con le trame di base che si fanno ancor più orientaleggianti nel mood. Questa impostazione procede a lungo, resa però varia dal punto di vista del ritmo e soprattutto interrotto da frequenti stacchi: alcuni di essi sono molto estremi e macinanti, mentre altri si presentano al contrario espansi e melodici, seppur una certa aurea sinistra li accomuni a quelli più feroci. Se queste aperture sono di norma adeguate alla situazione, alcune di esse mancano un po’ di efficacia, per una volta il songwriting non sembra essere focalizzato appieno. È proprio questo il punto debole di un episodiocomunque abbastanza buono, ma che in un disco di questo livello risulta comunque il meno bello. Giunge quindi Accepting the Buried Sign, un brano più oscuro dei precedenti sin dal potente attacco, che ci conduce a una norma nervosa, e non solo per i frequenti calmi di tempo e di melodia: anche il feeling è irrequieto e teso, seppur la norma non sia molto aggressiva, se non in certi passaggi. In questa parte si mette in mostra il riffage di J.G., che attraversa tanti cambiamenti riuscendo a non perdere mai di smalto, ma ponendosi sempre in risalto per incisività. Il meglio però deve  ancora arrivare: poco dopo metà traccia, la falsariga vira verso qualcosa di più lineare e oscuro, strisciante e misterioso: è il preludio alla lunga frazione finale, in cui tutta la tensione si scioglie. Abbiamo difatti una lunga fuga melodica e piena di armonia, ma al tempo stesso potentissima e travolgente, grazie a un feeling triste e potentissimo, che coinvolge a meraviglia. È difatti questa la parte migliore di un episodio splendido in toto, che ha davvero poco da invidiare ai migliori del lotto!

Soulkeepers entra nel vivo più lentamente delle tracce precedenti, con un intro pieno di effetti sonori su cui subentra a un tratto un sinistro lead di chitarra. L’aurea cupa però si spezza presto con l’arrivo della traccia vera e propria, una rapida cavalcata dai toni spesso battaglieri, seppur anche oscura, interrotta solo da momenti più lenti e classicamente black metal, con la loro espansa oscurità. In tutto questo c’è spazio anche per variazioni maggiori: ogni tanto infatti si aprono lunghe parentesi particolari, divise a metà tra momenti pesanti come un macigno, con il blast e il growl di P.Ž., e tratti estremamente melodici e infelici, in cui i lead di J.G. la fanno da padrone. Inoltre, man mano che avanza la traccia tende a farsi meno aggressiva, fino ad arrivare alla sezione di tre quarti, dove il metal sparisce e in scena restano solo delle darkeggianti chitarre pulite. È solo un attimo, presto il pezzo torna alla sua massima potenza, anche più tenebroso e ansiogeno che in precedenza. Così, con frazioni che riprendono la parte principale e arrangiamenti sinistri, si conclude una traccia dalla strana magia, che gli fa raggiungere addirittura lo status di più validadi Descend… into Nothingness insieme a In the Woods. Siamo ormai al finale dell’album, eper l’occasione i Dalkhu schierano il pezzo più lungo del disco (siamo oltre i dieci minuti), intitolato E.N.N.F..  È una traccia molto movimentata sin dall’inizio, pieno di cambi di tempo e di tono, che passa da lente melodie oscure a tempeste di note, il che ha un effetto quasi stordente, oltre che nero come la notte. Questo feeling rimane ben presente anche quando il brano comincia a evolvere, attraversando tratti più elaborati a livello ritmico, momenti lenti e cadenzati, stacchi quasi a tinte soft, passaggi potenti ed epici ai massimi livelli e altri puramente death metal, oltre che di oscurità veramente imponente. Anche in questa progressione i mutamenti sono veramente repentini, si fa fatica quasi a seguire il filo del pezzo, ma questo non è assolutamente un problema: quasi ogni singolo passaggio è ben posto, non ci sono dettagliche stonano, e l’effetto generale è di un songwriting impostato a meraviglia. Va citato anche il finale, ancor più tempestoso del resto e di potenza spaventosa, uno dei particolari che più spiccano nel bellissimo pezzo che chiude. Il disco sarebbe finito, ma al termine di E.N.N.F.c’è posto anche per una breve traccia nascosta: è giusto un minuto abbondante di suoni di pioggia e di chitarra acustica su cui si erge un assolo di J.G., quasi blues. È un finale strano, ma non disprezzabile, di un gran bel disco!

Descend… into Nothingness è insomma un lavoro complesso, ben più del classico album black metal, e di sicuro non è nemmeno troppo ortodosso da quel punto di vista, con la sua forte anima death. Forse però è proprio per questo che abbiamo un piccolo gioiello, pieno di grandi canzoni e con pochissimi difetti. Certo, probabilmente i Dalkhu non raccoglieranno quanto meritano, saranno pochi quelli che si accorgeranno del loro valore. Se siete fan del metal estremo, tuttavia, il consiglio è di recuperarli a ogni costo: per voi questa potrebbe essere infatti una delle uscite più interessanti del 2015!

Voto: 91/100

Mattia

Tracklist:

  1. Pitch Black Cave – 05:45
  2. The Fireborn – 05:21
  3. In the Woods – 06:04
  4. Distant Cry – 05:11
  5. Accepting the Buried Sign – 05:46
  6. Soulkeepers – 07:11
  7. E.N.N.F. – 10:23
Durata totale: 45:42
Lineup:
  • P.Ž. – voce
  • J.G. – chitarra e basso
  • Spawn of the void – batteria (guest)
Genere: black/death metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook dei Dalkhu

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