Manes – Under ein Blodraud Maane (1999)

Per chi ha fretta:
I Manes sono un gruppo norvegese pressoché sconosciuto, ma che ha poco da invidiare ai nomi storici del black conterraneo: lo dimostra bene il loro esordio Under ein Blodraud Maane (1999). Il suo black metal, atmosferico e con in evidenza il lavoro di tastiera del leader Cernunnus, che lo avvicina a volte a un certo avant-garde, è originale e disseminato di momenti memorabili. I pezzi migliori sono Maanens Natt, Uten Liv Ligger Landet Øde e Under ein Blodraud Maane, ma in realtà non c’è nemmeno un momento meno che interessante. Per questo, abbiamo uno dei dischi che, per quanto sottovalutato, è addirittura uno dei più belli della storia del black, il cui unico problema è di essere un episodio unico, visto che il gruppo virerà dall’album successivo su sonorità d’avanguardia.

La recensione completa:
Quando si parla di black metal norvegese la mente corre subito a gruppi come Mayhem, Burzum, Immortal, Darkthrone, Emperor, Satyricon o Ulver; la scena del paese scandinavo è stata però ben più ampia di così. Accanto a questi precursori nel corso degli anni novanta si formò infatti una schiera piuttosto nutrita, che spesso viveva nell’underground, ma in cui a volte nascevano delle vere e proprie gemme, con poco da invidiare a queste celebrità. Uno dei casi più esemplari è Under Ein Blodraud Maane, esordio sulla lunga distanza dei Manes, duo formatosi nel 1993 a Trondheim e con qualche demo alle spalle: seppur sconosciuto ai più, è come vedremo tra poco un album validissimo, praticamente al livello dei migliori classici nel suo genere. Il merito soprattutto va alla grande capacità di songwriting del gruppo: il lavoro è infatti strapieno di grandi momenti, con quasi ogni pezzo che può vantare almeno una manciata di passaggi memorabili. C’è però anche una dose fortissima di personalità: il black metal del gruppo è infatti piuttosto originale, con alcune caratteristiche vicine addirittura al primo avant-garde e una forte attenzione per l’atmosfera, che si esplica in un suono distorto ed espanso ma fascinoso. Il particolare che più differenzia il gruppo è però la tastiera del leader Cernunnus, usata in un modo a tratti sinfonico, per avvicinarsi altre volte alle suggestioni di certi gruppi funeral (alcuni passaggi ricordano infatti addirittura gli Skepticism), e che da una marcia in più al disco, rendendolo davvero qualcosa di unico, nel panorama black metal.

Under ein Blodraud Maane si avvia con un lungo intro inquietante, con lo scream di Sargatans iper-distorto e sempre effettato che va avanti un minuto abbondante, prima che Min Trone Står Til Evig Tid, con uno strappo, entri nel vivo rapida e veloce. È da qui che si possono notare già tutti i crismi del suono dei Manes: la base black metal, in questo caso veloce e vorticosa, che si presenta quasi caotica ma molto incisiva, su cui si posa una tastiera cangiante, che imita spesso il suono di un organo, ma a tratti cambia registro. L’effetto generale è molto oscuro e potente, oltre che avvolgente ai massimi termini, e occupa l’intera traccia. La struttura inoltre non è molto complicata ma tende a variare: da una norma macinante la traccia vive anche momenti molto lenti, che compensano bene con un’aura estremamente oscura. Questi ultimi sono splendidi, ma forse il momento migliore è quello posto sulla tre quarti, dove entra in scena una tastiera sinfonica, che poco dopo resta da sola, per un effetto spaziale potentissimo. E giusto una piccola apertura prima che il pezzo ricominci a correre e giunga rapidamente al termine: nel complesso abbiamo cinque minuti e mezzo eccezionali, che aprono il disco nel migliore dei modi. La successiva Maanens Natt è molto meno frenetica e rapida, muovendosi quasi tutta sul ritmo catacombale di Cernunnus, su cui si posa un riffage al limite col doom, ma anche sinistro e dissonante come da buona norma black. Nella prima frazione praticamente non ci sono quasi variazioni, giusto a tratti compare la doppia cassa, senza modificare molto in una falsariga che prosegue ossessiva ma efficace all’estremo. Solo poco prima di metà la traccia svolta, e dopo uno stacco oscuro ma soffuso, con il pianoforte e la chitarra su effetti sinfonici, la musica accelera e si fa più feroce e rapida, oltre che molto particolare, quasi esasperata a livello ritmico, deflagrando brevemente prima che torni la norma principale. È un momento strano ma memorabile, che arricchisce la traccia; lo stesso, e forse anche di più, si può dire per l’assolo di tastiera che arriva poco dopo, alienante ma splendido, uno dei momenti topici di Under ein Blodravd Maane, di cui questa è sicuramente tra le tracce migliori! Un outro piuttosto espanso, dove torna il pianoforte, poi è il turno di Uten Liv Ligger Landet Øde,  traccia che dopo un preludio inquietante di percussioni e di un effetto sintetico monotono, parte lenta e sinistra. Siamo però ancora al preludio: il pezzo vero e proprio si avvia subito dopo, con ritmiche sempre black metal ma un ritmo strano, da giostra e quasi impacciato, per un feeling bizzarro ma tutt’altro che ridicolo, ricordando piuttosto certi gruppi avant-garde metal. Questa norma si alterna inoltre con aperture più tranquille, e che nonostante lo scream di Sargatanas posseggono un’atmosfera liberatoria, quasi allegra. C’è spazio anche per uno stacco più strano al centro, cadenzato e pieno di rumori, dove fa bella mostra di se un assolo di chitarra (o forse di tastiera – non si capisce, visto quanto è distorto) struggente, splendido. È questo il passaggio migliore di un brano comunque perfetto al cento percento, e che con la precedente forma un duo di rarissima bellezza.

Ancora un’introduzione abbastanza lenta, stavolta caratterizzata da dei cori lugubri, poi De Mørke Makters Dyp esordisce con una fuga non troppo veloce ma che con il riffage distorto e dannatamente malvagio che regge si presenta comunque blasfema e malvagia ai massimi termini. Questa impostazione va avanti per buona parte della canzone, a tratti anche accelerando, per poi arrestarsi davanti a quelli che sono considerabili come i ritornelli: essi, dopo pause in cui la tastiera sinfonica di Cernunnus resta da sola, sono più lenti ma egualmente arcigni, con in particolare Sargatanas che graffia anche più del solito. Ottimo inoltre lo stacco centrale, etereo e quasi celestiale, in cui l’oscurità si spezza del tutto e tastiere intense sostengono un parlato cavernoso e pulito. Nel complesso abbiamo un pezzo che forse non impressiona quanto quelli che ha intorno: molti passaggi sono però grandiosi, e il risultato finale è quindi lo stesso una piccola gemma! Va però anche meglio con Under a Blodraud Maane, traccia che si avvia subito con il suo eccezionale connubio tra synth vagamente sinfonici/corali, un mid tempo non troppo veloce ma incalzante e base metal incisiva e fantasmagorica, con le sue dissonanze e i momenti più vorticosi. Si pone quindi una cavalcata oscura e insistente che avanza per un po’, per poi tranquillizarsi al centro, in cui il ritmo si calma e di nuovo appare una traccia parlata, prima che Sargatanas torni al comando. È un lungo momento lento e lugubre, che non spezza affatto le sensazioni torve dell’inizio; le due parti anzi si attaccano bene quando il brano riprende velocità. Degna di nota anche la coda finale che parte più tardi, in cui le tastiere, protagoniste assolute fin’ora, quasi spariscono, limitandosi ora a un sottofondo oscuro: è una coda più classicamente black metal del resto della canzone ma che non stona, anzi la aiuta a essere uno dei brani migliori dell’album a cui da il nome insieme al duo Maanens Natt/Uten Liv Ligger Landet Øde. A questo punto, siamo in dirittura d’arrivo: la conclusiva Til Kongens Grav de Døde Vandrer è un brano vagamente burzumiano, viste le sue sue ritmiche ossessive, la batteria monotona e le tastiere lontane, che rendono la musica avvolgente e ossessiva, oscura ma quasi malinconica. Questa falsariga si alterna inoltre con momenti pieni di dissonanze e ancor più lugubri, che si dividono tra tratti lenti e placidi, quasi calmi se non fosse per la loro cupezza, e brevi accelerazioni, contraddistinte dalla voce di Sargatanas e da strane tastiere, ancora pseudo-sinfoniche. C’è spazio anche, passato il centro, per una frazione in cui il suono dell’organo torna fuori; è una parte strana, vagamente infelice e intensa, che però non fa altro che arricchire l’ennesimo pezzo da novanta di un album senza nemmeno un anello debole,  che dopo questi trentasette intensi minuti si chiude con un oscuro outro di pianoforte e tastiere, facendo quasi rimpiangere che i giochi siano finiti!

Insomma, Under Ein Blodraud Maane è senza dubbio uno degli album black metal più belli di sempre, con niente da invidiare a dischi ben più famosi e riveriti. Purtroppo dopo la sua uscita i Manes andarono in pezzi: Sargatanas abbandonò il gruppo, e Cernunnus, assunti altri musicisti, virò sin dal successivo Vilosophe (2003) su musica d’avanguardia che man mano aveva sempre meno in comune col metal, sulla scia di quanto già fatto dagli Ulver (anche se nel 2011 i due tornarono insieme nel progetto Manii, che in parte riprese il suono originale del gruppo). Per questo, oltre a essere bello, Under Ein Blodravd Maane resta unico e inimitabile: è anche per questo che se siete fan del black metal atmosferico, dovreste riscoprirlo a tutti i costi. Vedrete, non ve ne pentirete!

Voto: 100/100


Mattia
Tracklist:
  1. Min Trone Står Til Evig Tid – 05:34
  2. Maanens Natt – 06:18
  3. Uten Liv Ligger Landet Øde – 05:14
  4.  De Mørke Makters Dyp – 07:37
  5. Under Ein Blodraud Maane – 05:33
  6. Til Kongens Grav de Døde Vandrer – 06:28
Durata totale: 37:11

Lineup:
  • Sargatanas – voce
  • Cernunnus – tutti gli strumenti
Genere: black metal
Sottogenere: atmospheric black metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale dei Manes

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