With All the Rage – Chained (2014)

Per chi ha fretta: 
Chained (2014), secondo full-lenght dei siciliani With All the Rage, è un album impegnativo, e non solo perché il suo thrash/groove metal è molto tecnico e pieno di influenze. Sono tante le sfumature anche a livello di atmosfere: a volte il genere del gruppo sfiora addirittura il progressive, ma soprattutto cerca l’espressività, unendo a parti aggressive momenti intimisti e ricercati. In ogni caso, i pezzi migliori sono Run e Dehumanized, due piccole gemme; anche White Pig e Seven Carats sanno il fatto loro. Certo, ci sono anche pezzi come Psycho o come l’outro Dedicated to Nothing che non brillano particolarmente, ma alla fine cambia poco: Chained in generale è un album con personalità e di buona qualità, consigliato agli amanti del metal al tempo stesso estremo e tecnico.

La recensione completa:
Impegnativo. È così che definirei, volendo usare una parola sola, Chained, secondo full-lenght risalente a circa un anno fa dei With All the Rage, band di Lascari (Palermo). Quello che mi sono ritrovato tra le mani è infatti un lavoro che nei suoi quaranta minuti si rivela pieno di sfumature, a livello strumentale ma anche di atmosfere. La base del suono dei siciliani è un groove metal violento e pieno di rimandi al thrash, specie quello più estremo, declinato in questo caso in senso “technical”: ci sono inoltre influenze piuttosto variegate, che vanno dal metalcore al death (specie nel cantato di Luca Cirrito, a metà tra i due mondi col suo growl-urlato), ma anche djent in alcuni casi, in un mix non inedito ma comunque ben impostato per apparire personale. Non c’è solo tecnica, però, c’è molto di più: i With All the Rage compiono qui una ricerca musicale notevole, con tanti cambi di tono e un accostamento tra parti intimiste e delicate accanto a quelle più aggressive: il risultato è un album che a volte sfiora il progressive,  ma che soprattutto cerca l’espressività più che la tecnica, la quale in effetti non è mai esagerata e tende a non prendere il sopravvento, come in altri album del genere. Prima di cominciare con la solita disamina, qualche parola anche per il suono di Chained: è forse un po’ secco ma pulito e potente al punto giusto per esaltare al meglio l’energia dei siciliani; in futuro forse si potrà migliorare ma giusto di poco.

Come dice il nome stesso, Intro è un preludio lungo due minuti e mezzo, retto tutto da un intreccio tra arpeggi puliti e lead di chitarra distorta, quasi post-rock per suggestioni, un affresco malinconico e intimista in cui l’unico elemento vagamente metal è l’iniziale scream echeggiato di Cirrito. Il tutto inoltre si evolve, facendosi leggermente più intenso, con la chitarra solista che disegna un breve assolo, prima che il tutto si spenga nel vuoto per un attimo, prima che Psycho esploda, quasi letteralmente. Dopo una breve rullata di Francesco Schittino, parte infatti un pezzo dai toni vorticosi e thrashy, che alterna momenti più tecnici e obliqui a fughe più dirette, il tutto all’insegna di una gran potenza, con in più alcuni stacchi aperti e dal mood oscuro. Tra questi ultimi spiccano i ritornelli, che spezzano la vaga malinconia dei bridge precedenti e sono dissonanti e sinistri, sia per le chitarre per il semi-growl di Cirrito. Essi sembrano essere peraltro i momenti meno ispirati del pezzo; tutto il contrario è invece per la sezione centrale, molto più sfaccettata e orientata al groove metal, che presenta anche un bell’assolo di chitarra; nel complesso abbiamo il passaggio migliore di un pezzo piacevole, ma che non brilla certo tra i migliori dell’album. Il vero spettacolo di Chained parte infatti con la successiva Run, pezzo che dopo un avvio teso, in cui il ritmo è contenuto e l’atmosfera è d’attesa, si avvia con il riffage potentissimo della coppia Vincenzo Ciolino/Alex Capizzi, groove metal caratterizzato da vaghe tinte metalcore e da potenza straordinaria. Il meglio è però che questa frazione si intreccia con lead espansi, dagli influssi melodeath, che prendono il sopravvento man mano che la traccia si evolve: il connubio funziona alla perfezione per tutta la progressione, che giunge fino ai ritornelli. Questi sono più melodici del resto e presentano anche un forte e inatteso pathos, che esce fuori sia nella dolce prima metà che nella seconda, più aggressiva e graffiante: le due parti però si fondono alla perfezione e senza alcuna spigolosità. La struttura è inoltre piuttosto lineare, e lascia spazio solo per qualche variazione qua e là: non è comunque un problema, visto che anche questo contribuisce alla riuscita di uno dei migliori pezzi dell’album!

White Pig si avvia sin da subito come un vortice di note dalle tinte thrash, rapido e potente, che torna diverse volte lungo il pezzo, per lasciar spazio però a tratti a qualche passaggio più tecnico e sopratutto a una norma più rivolta al metal moderno, con riff grassi e dagli influssi vagamente djent che avanzano a lungo, ossessivi ma incalzanti. Il meglio del pezzo è però la parte centrale, che dopo un notevole accenno solistico si fa molto melodica e intensa, disperata, avvolgente. Successivamente, dopo un rapido stacco etereo, la song torna a riproporre la sua evoluzione precedente, anche se più varia, prima di giungere a termine, lasciando comunque un’ottima impressione: abbiamo infatti un bel pezzo, vario ma ben impostato. La successiva Corrosive si muove in genere su un tempo non troppo veloce, ma caratterizzato dalle ritmiche di chitarra tempestose e potenti, che in certi spunti diventano anche più nervose e rapide. Questa norma inoltre non è statica, ma è inframmezzata di continuo da molte variazioni: alcuni momenti sono infatti rapidi e aggressivi, ricordando quasi gli Slayer, altri invece sono lenti e puntano più su un mood oscuro e potente, generato da un riff al limite addirittura col doom (!). C’è spazio anche per una sezione centrale più melodica, in cui la grande protagonista è la chitarra solista, che attraversa tratti distesi e momenti più tesi e col growl di Cirrito, prima che tutto si spenga. Dopo un momento acustico, però, l’assolo riprende, duettando con il basso di Anthony Cosentino, qui in evidenza, prima che la song si spenga definitivamente. Abbiamo un pezzo molto variegato, che non è una bestemmia definire progressive, ma che comunque non stona in un album del genere, seppur non brilli nemmeno tra i migliori. Ancora toni soffici nell’espanso e minimale intro di Involution, traccia che però deflagra presto con ritmiche d’impatto ma non troppo dure. Le strofe infatti, per quanto thrash-oriented e macinanti, grazie alla doppia cassa di Schittino e al cantato di Cirrito, sono piuttosto pregne di melodia; più intensi sono invece i chorus, che virano su toni groove e sono maggiormente stridenti (inteso in senso buono, ovviamente). Questa struttura si mantiene invariata per buona parte della traccia, lasciando spazio solo a un breve finale, quasi schizofrenico, e soprattutto a una parte centrale lunga e più variegata, divisa tra momenti solistici al fulmicotone, molto tecnici, e tratti cantati meno frenetici;  questi ultimi forse incidono meno rispetto agli altri, ma comunque è troppo poco per rovinare una traccia che è buona in toto.

Il ritmo martellante di Schittino da il via a Seven Carats, prima che faccia la sua entrata in scena un riffage potentissimo e quasi stordente, visto il suo continuo mutare. Si può dire più o meno lo stesso del pezzo, che procede veloce e cambia molto spesso coordinate, con un’urgenza spaventosa che non lascia un attimo di fiato; alle spalle però c’è anche un songwriting assolutamente competente, che rende ogni passaggio bene al suo posto. Tutto questo dura fino a metà, quando finalmente la musica si calma e diviene più lineare: compaiono allora ritmiche di chitarra groove molto coinvolgenti, che nonostante qualche nuova incursione tecnica si evolvono in maniera lineare, arricchite anche da una bellissima serie di assoli. Il meglio del brano è però la sua aurea sinistra e aggressiva, che ammanta tutto e la rende appena al di sotto degli episodi migliori di Chained! Un attacco stordente e vorticosissimo, djent puro al cento percento, poi Dehumanized si calma relativamente, pur restando piuttosto nervosa e aggressiva. C’è una strana tensione che ammanta il pezzo, presente sia nei ritorni del riffage iniziale sia nelle strofe, dissonanti e che puntano più sulla cupezza che sulla potenza. Questa falsariga non dura molto: presto i la traccia svolta su una falsariga tecnica estremamente variabile, che passa da momenti espansi quasi psichedelici ad altri veramente intensi, passando per frazioni anche più bizzarre e oblique. Il tutto è in ogni caso incastrato alla perfezione; la tensione precedente inoltre si allenta leggermente, ma resta ben presente, in accoppiata con un notevole mood di attesa notevole. Entrambi si sciolgono solo col gran finale, che presenta un riff di assoluta potenza, semplice ma geniale e soprattutto liberatorio, tra i passaggi più memorabili di tutto l’album; si chiude così al meglio un brano in ogni caso splendido in toto, il migliore del lotto insieme a Run. Siamo ora alle ultime battute: c’è posto solo per Dedicated to Nothing, lungo outro retto in gran parte dagli arpeggi delle chitarre pulite, che ci conducono attraverso un panorama che cambia spesso temi musicali ma senza che l’effetto generale, malinconico e intenso, si sposti di una virgola. Purtroppo però il pezzo si rivela un po’ troppo lungo (quasi cinque minuti e mezzo sembrano davvero troppi), e anche troppo poco vario, specie considerato quel che ha alle spalle: il risultato è un finale con qualche melodia azzeccata ma un po’ noioso, forse addirittura il punto più basso del disco che chiude, anche se quest’ultimo non ne è per nulla inficiato.

Insomma, Chained è un album che presenta qualche passaggio a vuoto, ma può vantare anche un paio di perle memorabili e una qualità media piuttosto elevata: il risultato è coinvolgente e lascia anche sperare per qualcosa di meglio in futuro. Se perciò siete amanti del thrash, del groove o semplicemente del technical metal estremo, e cercate qualcosa di ottimo e magari con una certa personalità, i With All the Rage fanno decisamente al caso vostro: ascoltateli senza pregiudizi, di sicuro potrete apprezzarli!

Voto: 80/100

Mattia

Tracklist:

  1. Intro – 02:32
  2. Psycho – 04:42
  3. Run – 04:44
  4. White Pig – 04:02
  5. Corrosive – 04:54
  6. Involution – 04:48
  7. Seven Carats – 04:01
  8. Dehumanized – 05:38
  9. Dedicated to Nothing (outro) – 05:22
Durata totale: 40:41

Lineup:

  • Luca Cirrito – voce
  • Alex Capizzi – chitarra
  • Vincenzo Ciolino – chitarra
  • Anthony Cosentino – basso
  • Francesco Schittino – batteria
Genere: thrash/groove metal
Sottogenere: technical thrash metal

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