Stormwolf – Swordwind (2015)

Per chi ha fretta:
Gli Stormwolf sono un gruppo genovese dedito a un heavy metal classico, giusto leggermente sporcato di power, ma con tanti limiti. Il loro esordio autoprodotto Swordwind (2015) mette infatti in mostra una suono generale ondeggiante, un po’ di prolissità e una mancanza di idee, come mostrano le tre cover presenti; c’è però soprattutto una forte mancanza di originalità, mitigata un po’ dalla voce particolare della cantante Elena Ventura, che va però sfruttata meglio. Così, alcuni pezzi buoni come Marathon, Winter of the Wolves e Soulblighter, e una certa cura per i particolari bastano a Swordwind per raggiungere la sufficienza, ma non di più, segno che gli Stormwolf dovranno far di meglio per uscire dall’anonimato. 

La recensione completa:
Come ho già scritto in tante recensioni negli scorsi anni, non sono un estimatore del revival moderno dell’heavy metal classico. Trovo difficile infatti amare un movimento con giusto una manciata di gruppi che hanno davvero qualcosa da dire, mentre la maggior parte non riesce a incidere granché. È purtroppo a quest’ultima categoria che appartiene l’ensemble di oggi, gli Stormwolf:  nati nel 2014 a Rapallo (Genova), hanno esordito l’anno successivo con Swordwind, un album con alcuni punti d’interesse ma anche diversi limiti. Il più evidente è che il gruppo manca di originalità: il loro è un heavy metal del tutto canonico, ispirato a nomi come Iron Maiden, Riot, Accept, Saxon, giusto sporcato leggermente da influenze più moderne, in particolare power. In realtà un punto di personalità i liguri lo hanno: parlo della cantante Elena Ventura, che proviene da ambienti jazz/funk e qui è alla sua prima prestazione metal, fatto che del resto è ben avvertibile. Tuttavia, quello che in futuro potrebbe diventire il punto di forza del gruppo per ora non dimostra appieno le sue potenzialità: per quanto dotata, la frontwoman sembra a volte fuori luogo, quasi fosse in imbarazzo, e in futuro gli Stormwolf dovranno lavorare di più, per amalgamare voce e musica. Altri difetti sono il suono generale, che nonostante sia curato nientemeno che da Pier Gonella (Necrodeath, Vanexa, Mastercastle e tanti altri) ondeggia da momenti buoni ad altre troppo lo-fi per esplodere e troppo moderni per avere fascino vintage, un po’ di prolissità in alcune canzoni, e la presenza di tre cover nella tracklist, ben fatte ma che danno l’idea di una certa mancanza di idee (in fondo l’album dura appena mezz’ora, senza di esse). Intendiamoci, in Swordwind c’è anche del buono: per esempio, l’energia della band in fondo è apprezzabile, come è anche la cura che è ben visibile sia in molti dei dettagli musicali che nel packaging del disco. In effetti, non siamo davanti a un brutto album: come vedremo, però, purtroppo il risultato complessivo non è nemmeno molto positivo, anzi.

Si comincia subito con un attacco rapido e potente, praticamente power metal, prima che la Swordwind vera e propria entri nel vivo con un riffage più heavy. Gli elementi power restano però ben in vista, rappresentati dalle rapide sventagliate di doppia cassa del giovane batterista Jack Stiaccini e da alcune melodie di chitarra: così, le strofe si presentano abbastanza a metà tra i due mondi e l’effetto generale è incalzante e potente, nonostante il già citato problema di connessione voce-musica. I ritornelli sono invece più lenti e pieni di pathos, e qui la Ventura riesce invece a svolgere bene il suo compito, con toni intensi e vagamente sensuali che rendono il tutto abbastanza efficace. Più che discrete sono anche la lenta e morbida parte centrale, dalle coordinate balladesche e delicate, e la lenta sezione successiva, quasi evocativa e con lunghi ma apprezzabile assoli del chitarrista Francesco Natale, due arricchimenti per una canzone un po’ troppo lunga per i suoi contenuti (oltre sette minuti e mezzo) e non grandiosa, ma tutto sommato piacevole. Giunge quindi Marathon, traccia molto più classicamente heavy metal rispetto alla precedente: lo si sente sin dall’inizio con un riff portante melodioso, che ricorda il metal più radioso degli eighties. Anche l’alternanza è delle più canoniche: le strofe, solari e dritte, si scambiano rapidamente con bridge leggermente più pieni e con ritornelli esuberanti e anch’essi piuttosto disimpegnati. In generale è una certa allegria rilassata che regna; fa eccezione qualche breve stacco più teso e rapido ma che non infastidisce per nulla il mood dominante. D’altra parte, forse la sezione solistica al centro è un po’ troppo lunga, ma è giusto un particolare: nel complesso abbiamo una canzone godibile, che si pone tra i migliori dell’album! Segue Rock and Roll Gypsy, prima cover della tracklist che omaggia l’omonimo pezzo di Innocence Is No Excuse dei Saxon, riproposta praticamente invariata a parte la voce della Ventura, ovviamente distante da Biff Byford. Proprio la cantante è autrice di un’ottima interpretazione, come anche la band, che da al pezzo una buona dose d’energia, anche più che nella patinata versione primigenia. Il risultato, seppur osi poco (a me piacciono le cover più distanti dall’originale, ma è una preferenza del tutto personale)è in ogni caso apprezzabile.Winter of the Wolf esordisce, quindi, con un assalto infuocato e rapido, con la chitarra in bella mostra. Presto però il tutto si calma: le strofe sono infatti più contenute e d’attesa, con il ritmo lento di Stiaccini e gli incroci tra Natale e il bassista Mark Castellaro armoniosi e potenti. Il risultato è una parte evocativa di qualità; meno validi sono invece i ritornelli, più animati ma in qualche modo più evanescenti e banali, nonostante un coro finale piuttosto catchy. Sono questi l’anello debole di un pezzo che per il resto è comunque piacevole, e anche nell’unione risulta appena sotto ai migliori dell’album.

Crazy Nights è un altra cover, stavolta dei Loudness di Thunder in the East, e viene riproposta quasi identica all’originale; valgono per questo esattamente le considerazioni precedenti. Cambia solo il livello di potenza, che qui è ancora maggiore rispetto alla precedente, un fatto ovvio vista l’energia originaria del pezzo dei giapponesi: è per questo che delle tre questa è probabilmente la rilettura migliore! Un lungo intro soffice e pieno di effetti ambientali, poi Thasaidon entra in scena energica e di nuovo con forti influssi power in bella vista. Protagonista assoluta di questo brano, del tutto strumentale, è la chitarra di Natale, che si propone in una lunga serie di ritmiche e di circolari assoli, rapidissimi e a tratti anche dal vago sentore neoclassico. Se questa norma è ben suonata, alla lunga un po’ viene a noia: non è un caso, infatti, che i momenti migliori del pezzo siano quelli più rallentati, in cui le sei corde del mastermind esprimano qualcosa a livello emotivo, cosa che i vortici di note iperveloci non riescono a fare.Nel complesso abbiamo un pezzo di oltre sette minuti molto fine a se stesso, che per i miei gusti rappresenta il punto più basso dell’intero Swordwind. Per fortuna, l’album si ritira su presto con Soulblighter, traccia che attacca subito in velocità, con strofe aggressive e incalzanti, in cui la voce della Ventura si alterna varie volte con dei minacciosi vocalizzi al limite col growl. I chorus sono invece più calmi ma riescono a fare il proprio, con una linea melodica catturante al punto giusto. Se questa è la struttura di base, ci sono diversi stacchi che rendono il tutto più vario: alcuni sono più oscuri e potenti, mentre altri passaggi si mostrano più dilatati e puramente heavy metal classico, come per esempio l’assolo centrale, stavolta abbastanza buono, nonostante la lunghezza sia come sempre un pelo esagerata.  A parte quest’ultimo particolare, abbiamo comunque un buon pezzo, probabilmente il più valido della tracklist insieme a Marathon. Siamo ormai agli sgoccioli: per chiudere il disco, gli Stormwolf piazzano All We Are, cover stavolta anche più vicina all’originale, vista che parliamo degli Warlock di Doro Pesch. Proprio questo è però il punto debole della traccia: la voce della Ventura infatti, per quanto probabilmente migliore dal punto di vista tecnico, perde comunque un po’ rispetto a quella della singer tedesca, più graffiante e adeguata a queste sonorità. Per questo, tra le tre la cover è purtroppo la meno riuscita, seppur presa a se stante non sia negativa, ma anzi un ascolto se non altro piacevole.

Ricapitolando, a parte Thasaidon nessuna canzone di Swordwind è davvero brutta; dall’altra parte però non c’è un solo brano che riesca davvero a  fare la differenza, e visti i tanti difetti l’album si attesta solo su una sufficienza risicata. La mia impressione finale, insomma, è che gli Swordwind qualcosa da dire ce l’abbiano, ma credo che, se ci riusciranno, si esprimeranno al meglio nel lungo periodo. Forse gli manca la giusta gavetta, forse hanno bisogno semplicemente di più focalizzazione: quel che è sicuro è che dovranno lavorare molto, se vorranno spiccare all’interno del revival metal odierno, così saturo di band tutte sulle stesse coordinate e più o meno al loro stesso livello.

Voto: 60/100


Mattia
Tracklist:

  1. Swordwind – 07:36
  2. Marathon – 05:54
  3. Rock and Roll Gypsy – 04:29
  4. Winter of the Wolf – 05:22
  5. Crazy Nights – 03:44
  6. Thasaidon – 07;18
  7. Soulblighter – 04:39
  8. All We Are – 03:12
Durata totale: 42:14

Lineup:

  • Elena Ventura – voce
  • Francesco Natale – chitarra
  • Mark Castellaro – basso
  • Jack Stiaccini – batteria
Genere: heavy metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook degli Stormwolf

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