Molllust – In Deep Waters (2015)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEIn Deep Waters (2015) è il secondo album dei tedeschi Molllust 
GENEREUn’originale fusione tra metal e musica da camera.
PUNTI DI FORZAUno stile non solo molto personale, ma anche ben riuscito, che cura molto bene sia gli archi che il lato metal. Una competenza eccezionale, la bravura della cantante lirica Janika, degli ottimi testi impegnati, una qualità media ottima. 
PUNTI DEBOLIUna lunghezza eccessiva, un po’ di prolissità, una lieve flessione nel finale.
CANZONI MIGLIORIVoices of the Dead (ascolta), Spring (ascolta), Lampedusa (ascolta)
CONCLUSIONIIn Deep Waters riesce quasi a sfiorare il capolavoro: si tratta di un disco sia promettente per il futuro che ottimo in chiave presente!
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
88
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A mio modo di vedere, gran parte del metal sinfonico ha un grosso difetto: la parte sinfonica! Ci sono infatti dischi in cui archi e ottoni sono sostituiti da tastiere spesso piuttosto monocolori, e altri invece in cui una vera orchestra toglie importanza alla parte metal, lasciata un po’ a se stessa. Sia nella prima che nella seconda categoria sono usciti album così ben suonati da minimizzare il problema; tuttavia, tra i tanti pregi di questi album non c’è certo un vero studio per armonizzare componente sinfonica e metal. Non vuol dire però che non esistano album con un attenzione verso questo particolare: ce lo dimostra per esempio In Deep Waters, secondo lavoro dei tedeschi Molllust. Il loro stile, indefinibile se non come “symphonic metal” e con giusto qualche influenza da generi come il doom e il gothic, armonizza le due componenti al meglio, e risulta così molto più convincente e originale di quello di tanti colleghi. Uno dei motivi è sicuramente che la loro musica è meno esagerata e pomposa della media del genere, con pochi strumenti d’orchestra: in effetti, più che di “symphonic” si potrebbe parlare di un’unione tra musica da camera e metal. Probabilmente il loro punto di forza assoluto è però una grande competenza in entrambi i generi musicali: tutti i musicisti sono preparatissimi nei rispettivi campi di competenza. Lo è sicuramente la cantante Janika (che non per caso fa parte anche degli Haggard), bravissima soprano che è una delle caratteristiche più evidenti nella musica dei Molllust; curioso e personale è anche l’argomento dei testi da lei cantati in molte lingue diverse (inglese, tedesco, francese, a tratti anche italiano), che al contrario del solito metal sinfonico sono spesso piuttosto politicizzati e rivolti all’attualità. Con tutte queste caratteristiche, era lecito aspettarsi un capolavoro: purtroppo In Deep Waters soffre però di un po’ di prolissità, dato anche dalla durata di quasi un’ora e un quarto, suddivisa nella bellezza di quindici canzoni. È l’unico difetto evidente di un album che in ogni caso il livello di masterpiece riesce comunque a sfiorarlo, come vedremo tra un attimo.

I giochi si aprono con Ouvertuere II, un brano strumentale che mette in mostra già l’unione tra metal e musica sinfonica dei Molllust, in questo caso in maniera pomposa e ricercata, con l’orchestra, il pianoforte e a un certo punto eterei cori in bella vista. Nei fatti è un lungo intro piuttosto tortuoso ma molto piacevole, che anticipa al meglio i temi della opener vera e propria, Unschuld. Questa, dopo un ulteriore intro guidato dal piano, parte come lenta e costante, con strofe distese, anche se hanno una vaga sensazione drammatica alle spalle, data principalmente dal cantato lirico di Janika. I ritornelli al contrario sono leggermente più sinistri, per colpa di toni un po’ più duri e della voce maschile del chitarrista Frank; c’è spazio anche per diversi stacchi più soffusi e teneri, grazie anche alla voce della cantante che si adatta a questi toni morbidi. Il tutto si allunga in appena quattro minuti, semplice e con solo una lieve evoluzione verso una norma più drammatica: il risultato finale è un pezzo sin da subito buono, seppur il meglio debba ancor arrivare. Lo si vede già con Evenfall, traccia che dopo un preludio morbido ma stavolta più crepuscolare parte movimentata e potente, con il riffage di Frank e gli strumenti classici che si intrecciano più volte, per un effetto insieme ricercato e darkeggiante. Di fatto, le sezioni più espessive sono quelle più lente e melodiche che si aprono di tanto in tanto, ma per il resto il brano resta piuttosto cupo, diventando man mano anche più vorticoso, seppur non sia troppo aggressivo. Abbiamo un episodio diretto al punto e piuttosto efficace, nonostante i suoi tanti svolazzi, che sono d’altronde tutt’altro che inutili: il songwriting, labirintico ma mai troppo cervellotico, è infatti molto ben riuscito, e ci consegna un pezzo con poco da invidiare ai migliori del platter! La seguente Paradis Perdu si avvia con toni piuttosto obliqui e oscuri, per poi rivelarsi una tranquilla ballata. Per lunghi tratti avanza sorniona, con un ritmo lento e gli archi e il pianoforte che animano un pattern piuttosto dritto e senza grandi scossoni, nonostante un gran numero di piccole variazioni. Ci sono anche dei passaggi più tesi e rapidi, considerabili i chorus, peraltro i più emozionanti del disco, grazie alla grande dose di pathos che il riffage e Janika riescono a creare, veramente coinvolgente. Anche gli altri momenti però riescono a fare il loro: nel complesso abbiamo un brano lungo sei minuti e mezzo che nonostante una struttura semplice risulta di livello piuttosto elevato. È ora il turno di Voices of the Dead, singolo di In Deep Waters di cui è stato girato il video, che si avvia con un lungo intro parlato, che su uno sfondo di lenti archi e di pianoforte introduce il tema delle liriche, molto critico nei confronti dell’attuale sistema politico-economico. Quando, dopo un minuto e mezzo, la song vera e propria entra nel vivo, più metallica, riprende le stesse coordinate, ma non dura molto a lungo: presto infatti deflagrano i refrain. Questi sono la parte in assoluto più appariscente del brano, con la perfetta fusione tra il piano di Janika, gli strumenti sinfonici, i cori e le ritmiche di chitarra che all’unisono scandiscono un tema classicistico potente e anthemico ai massimi livelli, rappresentando uno dei momenti migliori dell’intero album. La canzone si muove tutta sull’alternanza tra chorus di questo tipo e strofe sotto-traccia e spesso con poco di metal, quasi una sorta di calma prima della tempesta. Fa eccezione a questa impostazione la frazione posta sulla tre quarti, più esuberante e che rende il tutto ancor più ricco di pathos; il risultato finale non solo è una scelta splendida come singolo, ma un piccolo capolavoro, sicuramente tra i pezzi che spiccano di più nell’album!

Paradise on Earth è altra semi-ballata che avvicenda tratti delicati a momenti più metallici, ma anch’essi lenti e contenuti, in un alternanza con alcune variazioni di spicco ma che si propone più lineare che in passato. Il tutto è all’insegna, più che dell’impatto, di una forte atmosfera malinconica, che avvolge ogni singolo passaggio e aiuta la buona riuscita del tutto: sono esemplari di ciò da questo punto di vista i tristi cori dei ritornelli, molto espressivi. L’unica parte che si svincola da questa norma è la progressione centrale, più vorticosa e intensa, e che rende tale anche il chorus finale; è un tratto che non stona, ma che anzi conclude un altro brano di qualità assoluta! Dopo qualche attimo parte subito Spring, traccia molto energica ma al tempo stesso melodica, con una linea musicale travolgente per la sua eccezionale drammaticità. Questa norma si ripresenta solo a tratti, dividendo la scena con frazioni più morbide, dominati da sonorità orchestrali tranquille ma vagamente oscura, e altri stacchi meno cupi e più solari, che ricordano il miglior Mozart coi loro giri di archi neoclassici e distesi, seguiti a ruota dalle ritmiche di chitarra. C’è poco altro da dire in un pezzo semplice e che passa velocissimo, ma risulta un vero capolavoro, tra i momenti più alti di In Deep Waters. Giunge quindi Lampedusa, song anche più movimentata e teatrale della precedente, con strofe pestate, in cui il batterista Clemens si mette bene in mostra sotto a un vortice di note, e ritornelli leggermente più leggeri, ma ugualmente dissonanti e minacciosi. È in effetti un senso quasi di oppressione quello della canzone, ben legato del resto al testo, che parla di un tema tristemente d’attualità come l’immigrazione, e lo fa da un punto di vista molto critico, specie verso la xenofobia(cantando peraltro anche qualche linea in italiano). Fa eccezione alla norma il tratto centrale, lento e melodioso, giusto un momento per rifiatare prima che una nuova fuga imperiosa giunga a concludere un gran brano, che col precedente e Voices of the Dead risulta il top assoluto dell’album. Dopo due canzoni così frenetiche, König der Welt si propone più calma, ma gli elementi metallici sono sempre presenti in scena, qui dai connotati quasi doom, e creano un’aura strisciante, di oscurità accennata ma presente. Contribuiscono all’effetto anche le dissonanze sottili della sezione d’archi, che si fonde a meraviglia col resto della song, come ormai ci hanno abituato i Molllust. Così, la musica avanza lenta e costante, senza scossoni (se non qualche breve pausa qua e là) e con una norma piuttosto ossessiva, specie dal punto di vista ritmico: in effetti tra strofe e ritornelli non c’è una gran differenza, se non che i secondi sono leggermente più pieni e potenti, contando inoltre sulla voce profondo di Frank. Nonostante questa semplicità, abbiamo comunque un pezzo molto avvolgente e potente, che forse non raggiunge i migliori di In Deep Waters, ma poco gli manca.

Number in the Cage alterna con urgenza brevi tratti con solo il pianoforte brillante e la voce di Janika, divertenti e allegre, e lunghe frazioni di potenza puramente metallica. Questi ultimi si dividono tra brevi sfoghi rapidi e di gran pesantezza e tratti espansi e ossessivi, oltre che eterei e quasi psichedelici. C’è spazio per qualche momento più ritmato e strano, con una strana atmosfera, insieme oscura e disimpegnata: anch’essi rientrano pienamente all’interno di una canzone veramente particolare, piuttosto lontana per toni dal resto dell’album, ma per nulla disprezzabile, anzi! Dall’intro, potente e oscuro, la successiva Papa parrebbe un’altra traccia sulla falsariga delle più potenti del disco, ma presto tutto si fa più leggero e nostalgico: la song vera e propria infatti è una lieve ballata dominata da una infelicità pacata. Essa si propaga sia nei lunghi tratti di pura musica da camera, sia nei ritornelli, in cui il metal torna a far capolino, lento e senza impatto, puntando più a fondersi con la voce lirica di Janika e le orchestrazioni. Il risultato finale è un pezzo dolce ed espressivo il giusto, che non sarà tra i migliori di In Deep Waters ma sa comunque a meraviglia il fatto suo! Dopo Passage Nostalgique, un interludio del tutto sinfonico che come dice il nome stesso è malinconico e tranquillo, giunge a ruota Sabrina, che e ne riprende i toni. Inizialmente la musica è anche più soffusa: il pianoforte di Janika e il violoncello di Lisa sono infatti soli in scena inizialmente, anche se pian piano anche i violini di Sandrine e Luisa tornano in scena, e la questione si fa più leggermente più cupa. Il feeling, per quanto piuttosto infelice e mai aggressivo, diviene infatti sempre più oscuro, quasi oppressivo, specie quando il metal fa di nuovo la sua comparsa: solo coi chorus, di basso profilo ma comunque catturanti e assolutamente liberatori, la tensione creata fin’ora si allenta un pochino. La traccia procede alternando momenti più heavy ed altri più soffici ma altrettanto crepuscolari con un incedere placido e parecchie variazioni, che tengono alta l’attenzione nei quasi otto minuti di questa canzone. C’è da sottolineare che non sempre ci riescono, qualche passaggio a vuoto è presente: è proprio la lunghezza il difetto di un episodio comunque molto buono, che non stona certo in un lavoro del genere. Un lungo intro di piano e archi molto oscuro, poi parte Erlkönigs Töchter, brano meno opprimente e più aperto, che ricorda da lontano il folk, specie nelle melodie vocali. Ciò avviene principalmente nelle strofe, oscillanti e dirette, nonostante la loro delicatezza; i ritornelli sono invece più lenti e teneri, nonostante le chitarre metal facciano la loro bella presenza. In tutto ciò c’è spazio anche per brevi stacchi vuoti, che danno maggior ariosità a un pezzo piuttosto sornione ma che con la sua calma risulta avvincente. Siamo ormai alla fine dei giochi: In Deep Waters si conclude con Traumwelt, lunga song (quasi sei minuti) senza alcun elemento metal se non al centro, dove resta comunque in sottofondo. Per il resto abbiamo un episodio molto lento, con la voce lirica di Janika sostenuta dagli onnipresenti archi e dal pianoforte, che disegna a tratti lenti accordi, mentre in altri si propone in un fraseggio ricercato e docile. L’atmosfera che si crea è nostalgica al punto giusto, ma anche un po’ sottile: la traccia passa infatti senza lasciar molto dietro di se. Abbiamo alla fine dei giochi una closer-track piacevole ma che risulta l’unico episodio meno che bello del disco a cui mette fine: un po’ un peccato, anche se certo quanto di grande sentito non ne viene certo rovinato!

Insomma, la piccola flessione nel finale e un po’ di prolissità sono un peccato, ma in fondo veniale: In Deep Water è un lavoro lungo ma non particolarmente pesante, che rasenta il capolavoro e merita di essere conosciuto anche solo per quella manciata di hit grandiose che contiene. C’è anche da dire, forse, che essendo un po’ lontani dal tipico metal sinfonico, i Molllust siano un gruppo un po’ arduo da assorbire; tuttavia, il mio consiglio è se non altro di provare, perché è probabile che il futuro del metal sinfonico incroci proprio la strada di questi tedeschi!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Ouvertuere II03:09
2Unschuld04:01
3Evenfall04:48
4Paradis Perdu06:26
5Voices of the Dead05:05
6Paradise on Earth05:28
7Spring 04:37
8Lampedusa03:37
9König der Welt05:55
10Number in a Cage04:49
11Papa05:04
12Passage Nostalgique01:27
13Sabrina07:49
14Erlkönigs Töchter05:27
15Traumwelt05:43
Durata totale: 01:14:26
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Frankvoce e chitarra
Janikavoce e pianoforte
Luisaviolino
Sandrineviolino
Lisavioloncello
Carstencontrabbasso
Simonbasso elettrico
Clemensbatteria
ETICHETTA/E:autoprodotto
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:Metalmessage

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