Pantera – Vulgar Display of Power (1992)

Per chi ha fretta:
Due anni dopo Cowboys from Hell (1990), i Pantera pubblicarono Vulgar Display of Power (1992), un album non al livello del precedente ma che ha lo stesso molto da dare. Il suo punto di forza maggiore è un’attitudine volgare, che parte dalla copertina e passa per liriche violente e un suono grezzo ma graffiante al punto giusto. C’è però anche una tracklist che contiene una manciata di classici memorabili, come Mouth for War, Walk, Fucking Hostile e Hollow, oltre ad altri brani meno famosi ma grandiosi. In effetti, la qualità media è molto elevato, e solo Rise e Live in a Hole sembrano non essere all’altezza; anche per questo, pur perdendo il confronto col predecessore, Vulgar Display of Power si conferma un album assolutamente da possedere e da conoscere!

La recensione complete:
Se per tutti gli anni ottanta, col loro hard ‘n’ heavy classico, i Pantera erano rimasti nell’underground americano, la svolta groove metal di Cowboys from Hell del 1990 aveva dato loro grande popolarità, anche grazie a una qualità eccezionale e senza alcun calo lungo la tracklist. Non poteva essere altrimenti, del resto: a parte gli Exhorder, che comunque suonavano abbastanza diversi, il loro era un sound radicalmente nuovo e moderno, che subito affascinò i fan, specie i più giovani. Come tutte le pietre miliari che si rispettino, però, anche il “nuovo esordio” creò un problema: per i quattro texani sarebbe stata infatti un’impresa difficilissima ripetersi sugli stessi livelli. In effetti, con l’uscita due anni dopo di Vulgar Display of Power non ci riuscirono, visto che l’album manca di quella magia che rende Cowboys from Hell unico e inimitabile. Poco male, in ogni caso: anch’esso è un classico assoluto oltre che un capolavoro, che non sfigura troppo nei confronti dell’illustre predecessore. Il merito di ciò va da ricercarsi principalmente in una tracklist che seppur con qualche calo di tono contiene anche una bella manciata di canzoni memorabili; forse il punto di forza maggiore è però l’attitudine volgare e violenta che traspira in ogni angolo del lavoro. Si comincia dalla copertina, che secondo il mito raffigura un fan preso sul serio a pugni dalla band alla ricerca dello scatto giusto (anche se in tempi recenti questa si è rivelata una leggenda metropolitana). Contribuiscono all’effetto anche un comparto lirico violento verbalmente almeno quanto la musica, che procurò al gruppo diverse critiche, e un sound grezzo e graffiante, non perfetto ma efficace al punto giusto: anche questi sono elementi che contribuiscono a rendere grande il disco.

Si comincia alla grande con Mouth for War, una delle canzoni più iconiche non solo del disco ma dell’intera carriera dei Pantera. Non è difficile capire perché: dopo un breve intro cadenzato, parte una traccia dal riffage memorabile, liquido e graffiante al massimo, che sostiene sia le parti strumentali che i ritornelli, resi rabbiosi da Philip Anselmo ma anche facilissimi da memorizzare. Le strofe sono invece più lente e sinistre, ma lo stesso molto incisive, il grande Dimebag (che qui, ancor per poco, usava ancora il nick “Diamond“) Darrell riesce a creare anche qui qualcosa di interessante. Completa il quadro una parte finale tutta on-speed e scatenante, coi suoi richiami thrash, e i giochi sono fatti: il primo capolavoro della serie è firmato! Segue A New Level, traccia che comincia lenta e dai vaghi influssi doom, seppur si respiri un’aria aggressiva puramente groove. È questa che prende il sopravvento quando le rapide e ritmate strofe entrano in scena, aumentando il nervosismo generale; forse è proprio quest’ultimo che ne smorza un po’ l’energia. Va invece meglio coi ritornelli, che riprendono l’intro e lo rendono anche più potente. Le due parti si alternano seguendo la classica forma canzone, con anche il tradizionale assolo, inizialmente psichedelico e avvolgente, poi rapido e shred-oriented. È questa probabilmente la parte migliore di un ottimo pezzo, anche se in parte sfigura, essendo posta tra le due canzoni che più spiccano nel disco. Subito dopo infatti arriva Walk, nientemeno che il brano in assoluto più famoso dei texani! Anche in questo caso, è facile capirne il motivo: il suo celeberrimo riff, ossessivo e circolare, è così mastodontico ed efficace da dare i brividi, e la prestazione solida di Vinnie Paul e Rex Brown a sostenerlo, come anche il ringhio feroce di Anselmo, non fanno che aumentare il suo fascino. Contribuisce alla buona riuscita del tutto una struttura molto semplice e dei ritornelli facilissimi, e non c’è altro da dire: episodio che definire memorabile è poco! Dopo un monolite del genere, Vulgar Display of Power cambia drasticamente direzione con Fucking Hostile, traccia rapidissima, con forti influenze punk/thrash e una frenesia devastante come il pugno dell’artwork. Si alternano  senza sosta strofe frenetiche e distruttive come uno schiacciasassi impazzito a ritornelli leggermente più aperti, che fanno rifiatare leggermente ma sono anche anthemici al massimo. C’è giusto spazio per un breve assolo al centro, e per una breve coda in cui Anselmo devasta il microfono a forza di urlare; e così abbiamo la seconda canzone di un uno-due assolutamente da K.O..

Un altro cambio di coordinate giunge con This Love, semi-ballad che sin da subito alterna lunghi tratti tranquilli, con le chitarre pulite ben in vista e un feeling di cupo malessere, vagamente alternative, a brevi sfuriate metalliche molto rabbiose, che aumentano ancor di più il nichilismo del complesso. Quest’ultima anima prende poi il sopravvento: la parte centrale è infatti tutta a tinte metalliche, e dopo un breve raccordo più rapido si fa lenta e cadenzata, ma molto pesante. Questa progressione tende inoltre a ripetersi: è sempre sulle stesse sonorità che la canzone termina, anche se il finale vero e proprio è di nuovo molto soffice e sofferente. Nel complesso abbiamo un “lento” lungo ma mai scontato o prevedibile, che pur non essendo tra i migliori pezzi del disco brilla comunque di luce propria. Le tristi melodie del brano precedente non hanno fatto ancora in tempo a spegnersi quando, con uno strappo imperioso, Rise torna a spezzar ossa: abbiamo infatti un preludio molto thrash-oriented, che impressiona  per potenza. Anche quando la song vera e propria entra nel vivo, abbiamo comunque una falsariga movimentata, con strofe maleducate e bridge che riprendono la frenesia iniziale. Se tutto è questo è ottimo, purtroppo non si può dire lo stesso dei ritornelli: molto scarni e semplici, oltre che statici, risultano per questo insignificanti, e non riescono a sfogare la tensione accumulata dal resto della canzone. È invece buona la solita sezione solistica centrale, un arricchimento per un episodio carino, anche se per il suo problema risulta il peggiore in assoluto di Vulgar Display of Power, quasi un riempitivo. È quindi il turno di No Good (Attack the Radical), traccia dal riffage ancora una volta intricato e mutevole, oltre che potentissimo, che avvolge sia le strofe, più contenute, che gli agitati bridge e i refrain, più melodici ma anche pesanti come macigni. C’è posto anche per qualche apertura meno aggressiva, come quella centrale, con la solita frazione chitarristica di qualità; per il resto non è presente altro, l’episodio è semplice ma eccezionale, tanto da essere quasi alla pari coi più blasonati del’intero album!

Live in a Hole è una traccia più espansa e meno aggressiva di quelle che ha intorno, con un esordio dalle vaghe inflessioni alternative ed heavy classico, per poi spostarsi su qualcosa di più tranquillo, vagamente oscuro ma anche senza traccia dell’aggressività precedente, se non in alcuni vocalizzi di Anselmo. In effetti, nemmeno gli stacchi più rapidi sono feroci, ma semplicemente diretti ed energici; è però proprio questa rilassatezza, forse eccessiva, il vero problema della traccia, che appare un po’ moscia. Alla fine dei giochi abbiamo infatti un pezzo più che decente, grazie a buoni passaggi sparsi qua e là, ma ben al di sotto degli standard di Vulgar Display of Power. Per fortuna poi è il turno di Regular People (Conceit), un brano di nuovo nervoso e maleducato, come si può vedere bene nei ritornelli, quasi rappati e non troppo lontani da certo nu metal (anche se nel ’92 non esisteva nemmeno questo termine), seppur l’effetto sia lo stesso coinvolgente al massimo. Anche le strofe, però, con le loro repentine variazioni di ritmo, contribuiscono a creare lo stesso mood; ottima anche la solita parte solistica di Dimebag Darrell, una vera garanzia, quadratura di un cerchio quasi al livello dei migliori del disco! Segue quindi By Demons Be Driven, episodio che si divide tra strofe più disimpegnate ed espanse, quasi psichedeliche, e chorus che dopo brevi sfoghi molto pestati si allungano retti dal martellante e marziale di Vinnie Paul, su cui Anselmo ripete ossessivo “beckon the call”, un passaggio imponente dal punto di vista del feeling ma anche trascinante. La canzone si muove obliqua intorno a questa norma, semplice ed essenziale, e alla fine coinvolge a dovere: non sarà tra i pezzi migliori qui dentro, ma è certo che sappia molto bene il fatto suo! Siamo ormai agli sgoccioli: in coda all’album è posta Hollow, lieve ballata in cui la chitarra pulita accompagna un Anselmo insolitamente dolce, mentre quella distorta, sempre molto melodica, giunge solo a tratti, per intrecciarsi con l’arpeggio di base, esprimendosi in assoli molto intensi ed espressivi. Sembra che la traccia debba muoversi tutta su questa falsariga, quando la chitarra pulita si fa invece più cupa: è il preludio a un nuovo scoppio groove metal, potente ed efficace ai massimi termini, anche se l’atmosfera precedente non sparisce: la musica è sempre disperata, anche se con un’accezione ben più rabbiosa. È questa norma, che va avanti a lungo, spesso in maniera strumentale, a chiudere una canzone eccezionale: è un finale bomba per l’album, dunque!

Come ho già detto all’inizio, è vero che Cowboys from Hell, non avendo cali come Vulgar Display of Power, vince questa ipotetica sfida. Non è tuttavia un motivo valido per sottovalutare il secondo: è comunque un grandissimo album, con alcune delle hit più clamorose mai incise dai Pantera che da sole valgono il possesso, e in fondo ben pochi pezzi sottotono. Se siete amanti di quel bistrattato genere che è il groove metal, insomma, questa è una di quelle poche colonne portanti che non potete assolutamente ignorare!

Voto: 94/100

 
Mattia
Tracklist:
  1. Mouth for War – 03:56
  2. A New Level – 03:57
  3. Walk – 05:15
  4. Fucking Hostile – 02:49
  5. This Love – 06:32
  6. Rise 04:36
  7. No Good (Attack the Radical – 04:50
  8. Live in a Hole – 04:59
  9. Regular People (Conceit) – 05:27
  10. By Demons Be Driven – 04:39
  11. Hollow – 05:45
Durata totale: 52:45
 
Lineup:
  • Philip Anselmo – voce
  • Diamond Darrell – chitarra
  • Rex Brown – basso
  • Vinnie Paul – batteria
Genere: groove metal 
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale dei Pantera

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