Arcana Opera – De Noir (2015)

Per chi ha fretta:
De Noir (2015), secondo lavoro dei vicentini Arcana Opera, è un album spettacolare. Il merito è in primis del genere: il gruppo accoppia un folk metal per nulla banale e dalle sonorità sinfoniche a un power altrettanto lontano dai canoni. Non c’è solo originalità, però, ma anche un gran songwriting e bei testi, scritti peraltro tutti in italiano. Il risultato è una tracklist piena di pezzi validissimi, tra cui spiccano Ambasciata Noir, Quetzalcoatl e Sul Pasubio prima dell’Alba, mentre la sola Caffè Marco Polo sembra essere meno ispirata. Perciò, in conclusione De Noir è un album che sfiora la perfezione e si pone tra le migliore uscite dell’intero 2015: a chi ama questi suoni, perciò, è consigliato di recuperarlo a tutti i costi! 

La recensione completa:

Anche se il pubblico metal nostrano, cronicamente malato di esterofilia, tende a non riconoscerlo, nell’ambito del folk metal l’Italia ha prodotto molti brillanti talenti, a partire dai precursori Elvenking fino ad arrivare a Folkstone e Furor Gallico, oltre a un folto sottobosco di band meno famose ma ugualmente valide. Una splendida dimostrazione di questo fatto viene da De Noir, secondo album degli Arcana Opera, band nata a Vicenza tra 2009 e 2010. Il suo pregio più grande è una fortissima originalità: quello dei veneti è un folk metal molto personale, dalle sonorità medievali e spesso sinfoniche, una base a cui il gruppo unisce molte influenze. La più importante è quella power, inteso anch’esso in un senso tutt’altro che tradizionale: esso si esplicita infatti in partiture speed e ritmiche rocciose, più che nelle melodie inseguite da gran parte dell’incarnazione moderna del genere. Il risultato finale ha una gran personalità, come già detto: molto lontani sono infatti gli altri gruppi che uniscono folk e power, come gli Alestorm o i già citati Elvenking, mentre il loro sound è descrivibile meglio come una versione metal della musica di Angelo Branduardi, con in più Blind Guardian, Haggard e Folkstone che fanno capolino di tanto in tanto. Non c’è però solo l’originalità, anche il songwriting di De Noir è grandioso: ogni pezzo che ha una sua personalità e presenta spesso melodie vincenti. Lodevole è anche il fatto che l’album sia del tutto cantato in italiano (a parte qualche inserto latino), e che i testi siano ermetici e difficili ma anche musicali e fascinosi, altri due punti di forza di quello che come vedremo tra poco è un vero e proprio masterpiece. D’altra parte, volendo trovare il pelo nell’uovo, il suono del disco in fondo è un po’ sporco e poco preciso, forse poteva essere più pulito e incidere meglio; questo è però poco più che un dettaglio storto in un quadro per il resto splendido. Criticabile è anche la copertina: è originale ma anche un po’ scarna e bruttina, e non rappresenta al meglio la bellezza dell’album, anche se questo ovviamente non incide sulla musica in sé.

Un intro a metà tra musica orchestrale e medioevale, a cui presto si affianca una componente metal, è il ricercato avvio della lenta opener Cave Canem. La traccia poi svolta su un’impostazione molto classica, che alterna strofe in cui brilla il contrasto accattivante tra ritmiche moderne e oscure e il lontano e malinconico violino di Martina Facco (che poi sarà protagonista anche del lungo e struggente outro), e ritornelli invece più aperti e corali, retti da una bellissima melodia lenta e catturante. Entrambi sono accomunate da un mood di vago mistero e dalla bella prestazione teatrale del mastermind Alexander Wyrd, che sin da subito mette in mostra il suo timbro basso, suadente e la sua versatilità. Il risultato è un pezzo lineare ma molto affascinante, anche se il meglio deve ancora arrivare! Lo si vede già dalla successiva Il Letto Rosso, che si avvia con un esteso intro dalle sonorità orientaleggianti, date sia dal violino che dal cantato, prima di confluire in una sezione di elegante ma crepuscolare musica sinfonica. Quest’ultima rimane come base insieme all’esotismo iniziale quando il pezzo si avvia definitivamente, con il riffage della coppia Mirko Fabris/Stefano Masin cupo e penetrante, che ben si sposa con il testo, poetico ma che è pur sempre una denuncia sulla violenza contro le donne. Questo tipo di struttura tende inoltre a evolversi, e dopo brevi bridge ancora sinfonici si aprono refrain aperti e liberatori, in cui la tensione precedente viene meno: sono questi i momenti migliori in assoluto della traccia. Anche il songwriting è del resto attento, e incastra molto bene le varie parti, dosando con coscienza le piccole variazioni qui presenti. Il risultato è una traccia lunga quasi sette minuti ma senza un attimo di noia, che si pone al di sotto delle migliori dell’album giusto per un soffio! Giunge quindi Ambasciata Noir, pezzo che entra nel vivo subito diretto e potente, con quadrate ritmiche di chitarre che a tratti si sposano con un giro melodioso di violino, mentre sotto al cantato accattivante di Wyrd nelle strofe si presentano in solitaria e ancor più energiche. Questa norma è già di per sé efficace, grazie anche a un testo armonioso e criptico che incide a meraviglia; forse però i chorus sono anche meglio. Sia la prima parte, lenta e anthemica, sia la seconda, martellante e pieno di cori e growl, lasciano molto bene il segno, oltre a essere catchy il giusto. Degna di nota anche la sezione di centro, con uno splendido assolo di chitarra, molto espressivo e carico emotivamente; è la ciliegina sulla torta di un pezzo perfetto, il migliore in assoluto di De Noir oltre che l’ideale singolo, vista la sua semplicità.

Anche Caffè Marco Polo presenta un lungo preludio, prima espanso e folk-oriented, poi gestito dal pianoforte. La song vera e propria esplode quindi lenta e costante, con un mood quasi epico, che si allunga per buona parte della sua durata. Questa falsariga è molto avvolgente, e fa quasi immaginare la leggenda su cui si basano le liriche che riguarda il famoso esploratore veneziano. La struttura però si evolve, e presenta anche stacchi più rapidi ed estremi, a volte anche retti da un martellante blast beat del drummer Marco Sanguanini; c’è però spazio pure per tratti più morbidi e teneri, sussurrati. Il tutto è incastrato bene, anche se qualcuno dei passaggi più esasperati tende a sembrare non troppo in linea col resto. Ogni tanto inoltre la musica tende a dilungarsi troppo: sono questi gli unici problemi di un pezzo per il resto di alto livello, ma che in un disco del genere non può che rivelarsi il meno valido. Dopo un intro a tinte power, dominato da melodie delle chitarre seguite dagli strumenti tradizionali, Quetzalcoatl si avvia invece su coordinate folk, le cui strofe si dividono tra momenti più melodici con alle spalle docili orchestrazioni e altri più esplosivi, con il flauto di Stefano Da Re (ospite proveniente dai Kanseil) che fa bella mostra di sé, il tutto su un ritmo folk estremamente ballabile. Più calmi, ma altrettanto validi, sono i chorus, che presentano una melodia facilissima e incidono in maniera grandiosa. Chiudono il cerchio una buona quantità di variazioni e una lunga coda corale trascinante e ossessiva, giusto l’ennesimo punto di forza per un altro dei brani topici di De Noir. Coerentemente alla particolarità di quest’ultimo, anche la ballad di rito, intitolato La Tesi di Empedocle, non poteva che essere originale, e non solo per il soggetto filosofico del testo. Lo è anche la musica, che alterna brevi sfoghi metallici, piuttosto oscuri e pesanti, con una norma piuttosto dolce e tenera. Ciò vale sia per i ritornelli, con la voce di Wyrd accompagnata dal piano e dagli strumenti folk, oltre alla rilassata sezione ritmica, sia per i chorus, più heavy ma lo stesso pieni di melodia. Il tutto è inoltre ammantato di un pathos intenso ed emozionante, quasi romantico, che è anche il dettaglio più riuscito di un brano comunque splendido in toto, che sfiora quasi il livello dei migliori del disco!

Il Lamento di Marsia è l’episodio più bizzarro e avanguardistico di De Noir, con il suo misterioso intro sinfonico che sfocia in una traccia lenta e costante, ammantata di una forte inquietudine di fondo, ben sottolineata dalle orchestrazioni dell’ospite Elena “Niflheim”. Al contrario, i ritornelli sono molto più strani, con il loro incedere sinistramente allegro, in cui una voce femminile e Wyrd duettano su una musica quasi da giostra, animata e brillante. Degna di nota anche la lugubre parte centrale, in cui il mastermind cita passaggi particolarmente truculenti di Dante e Ovidio; è un ulteriore tassello di stranezza per un pezzo che però risulta lo stesso molto coinvolgente, e non sfigura affatto in un album del genere! Al contrario del precedente, La Danza della Forca è molto tradizionale: abbiamo infatti un brano che dopo un intro diviso tra sonorità folk e sinfoniche, parte con strofe dirette, non veloci ma rese incalzanti dalla doppia cassa di Sangunanini e dalle ritmiche di chitarra che lo seguono a stretto giro. Questi si alternano con refrain corali con una melodia elementare, banale si potrebbe dire, ma coinvolgente al punto giusto. Il tutto è inoltre ammantato di una malinconia palpabile e poddente, che fa il paio coi pensieri di un condannato a morte cantati da Wyrd, un tema già battuto nel metal ma che gli Arcana Opera rileggono con il solito piglio personale. C’è giusto spazio per un tratto centrale piuttosto oscuro e dalle sonorità moderne, anch’esso emozionante. Per il resto abbiamo un episodio molto lineare ma eccezionale: forse non brillerà tra le migliori di De Noir, ma son sicuro che in un disco di livello medio sarebbe la hit assoluta! Cambiano totalmente i toni con la conclusiva Sul Pasubio prima dell’Alba, che sin dall’inizio presenta un filo conduttore allegro e solare, rappresentato dalla melodia folk scandita all’unisono sia dal violino che dalle chitarre e dalla voce. Il tema delle liriche è però tutt’altro che gioioso, visto che narra una leggenda sul ritorno delle anime dalle tombe, incrociato con quella tragedia che è stata la Grande Guerra: Il Pasubio del titolo è infatti un monte su cui c’è un sacrario dedicato ai caduti di quel conflitto. È proprio l’atmosfera di tristezza che avvolge questi luoghi che riecheggia anche nei ritornelli, che al contrario del resto sono più lenti e cupi, di assoluta potenza malinconica dietro a una vaga patina disimpegnata, oltre che vagamente marziali nel loro incedere. Molto espressivo e infelice è anche l’assolo centrale di chitarra, lento e vagamente bluesy: è un ulteriore arricchimento per una traccia meravigliosamente emozionante, la migliore del disco che chiude insieme ad Ambasciata Noir e Quetzalcoatl.

C’è poco da dire, a questo punto: De Noir è uno degli album più belli usciti in Italia lo scorso anno, e rasenta quasi la perfezione. Se siete fan del folk o del power metal e desiderate qualcosa di nuovo e di inaspettato, gli Arcana Opera sono decisamente il gruppo che fa per voi. Perciò, lasciate perdere per una volta l’esterofilia e correte a comprare questo disco: vi saprà catturare, promesso!

Voto: 98/100

 
Mattia
Tracklist:
  1. Cave Canem – 05:32
  2. Il Letto Rosso – 06:56
  3. Ambasciata Noir – 04:19
  4. Caffè Marco Polo – 07:50
  5. Quetzalcoatl – 05:13
  6. La Tesi di Empedocle – 05:01
  7. Il Lamento di Marsia – 05:44
  8. La Danza della Forca – 05:39
  9. Sul Pasubio prima dell’Alba – 04:58
Durata totale: 51:12
Lineup:
  • Alexander Wyrd – voce
  • Mirko Fabris – chitarra
  • Stefano Masin – chitarra
  • Paolo Nox – tastiere
  • Martina Facco – violino
  • Björn Hodestål – basso
  • Marco Sanguanini – batteria
  • Alan Bedin – voce e ghironda (guest)
  • Stefano da Re – flauto, rauschpfeife (guest)
  • Elena “Nifelheim” – orchestrazioni (guest)
Genere: symphonic folk/power metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale degli Arcana Opera

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