Praetoria – Mirror of Modernity (2015)

Per chi ha fretta:
I Praetoria sono una band di Parigi che con il primo full-lenght Mirror of Modernity (2015) mette in mostra una buona fusione tra death metal e deathcore. Il punto di forza dei francesi è sicuramente il grande impatto che riescono a sprigionare, aiutato da ottime doti tecniche e da un suono perfetto; l’album soffre tuttavia di un’eccessiva omogeneità, coi pezzi che finiscono per assomigliarsi troppo tra loro. È il motivo per cui a pezzi ottimi come Inhumanity Is Complete, L’Insouciant e We Reject Justice (of the Oppressor) fanno da contraltare altri anonimi come The Oath e Deliver Us from Their Chains. Alla fine dei giochi, Mirror of Modernity è un buon album, interessante per gli amanti delle sue sonorità; i Praetoria dovranno però lavorare di più in futuro per rendere le composizioni più varie, se vorranno sfruttare al meglio le proprie capacità. 

La recensione completa: 
Impatto puro. È questa, volendo essere stringati, la descrizione perfetta per il sound dei Praetoria, band parigina nata nel 2009 e arrivata nell’ottobre 2015, dopo un EP e un singolo, al traguardo del full-lengh d’esordio, intitolato in maniera molto appropriata Mirror of Modernity. Il loro genere si pone a metà esatta tra death metal moderno e deathcore, con in più qualche influenza da thrash e metalcore meno estremo; il tutto è mescolato cercando di raggiungere il livello più elevato di aggressività e potenza. Peraltro, questo compito riesce abbastanza bene ai francesi: i quaranta minuti dell’album suonano infatti compatti e quasi stordenti, tanta è l’energia che quasi ogni istante riesce a esprimere. Tutto questo è ovviamente un punto di forza, tuttavia Mirror of Modernity soffre anche di un’omogeneità eccessiva, con i pezzi che alla lunga finiscono per assomigliarsi tra loro, nonostante qualcuno riesca lo stesso a spiccare per qualità. È un difetto che non abbatte del tutto la qualità dell’album, che come vedremo tra poco si rivela elevata. Credo tuttavia che una tracklist leggermente più variegata avrebbe potuto valorizzare meglio le capacità che i Praetoria dimostrano qui. Prima di cominciare, una parola anche per il suono del disco, incisivo e professionale al livello delle migliori produzioni internazionali; c’è da segnalare inoltre un’esecuzione tecnica perfetta e impressionante, un altro particolare che aiuta la buona resa di Mirror of Modernity.

L’attacco dell’iniziale The Passenger è già frontale, con un muro di suono dall’aspetto vagamente thrash che però presto si fa più malvagio e death-oriented. Già da qui si può inoltre apprezzare in pieno il suono dei Praetoria: lungo la struttura del pezzo si alternano infatti momenti macinanti e cupi all’inverosimile, puro death metal di vaga ascendenza addirittura brutal, e tratti più cadenzati, in cui Alexandre Lopes passa dal growl al cantato hardcore, accompagnato a tratti da melodie sinistre. Avanzando, inoltre, le due anime tendono a mescolarsi sempre più; gli incastri sono tutti gestiti con competenza, e il risultato è una opener di qualità. Un intro vorticoso e frastornante dà quindi il via alla martellante The Oath. La norma assume spesso connotati quasi punk, anche se non mancano fughe con blast beat e riff a motosega; nel tutto c’è posto anche per stacchi puramente ‘core, come i breakdown strascicati che si aprono più volte. Purtroppo, questi ultimi spesso non funzionano molto bene: sono infatti il punto debole di una traccia piacevole, ma che proprio a causa loro non lascia molto il segno. Si avvia quindi Lionheart, cadenzata per qualche momento prima di partire non troppo rapida rapido ma d’impatto, più spostata com’è sul lato deathcore del gruppo. Ciò è ben avvertibile sia nelle strofe, con un riff staccato tipico del genere, sia nei lunghi tratti più serrati, che pur avendo più influenze death metal sono di forte ascendente hardcore, dato sia dalla voce di Lopes che da alcune melodie presenti. La traccia si evolve inoltre in maniera piuttosto imprevedibile ma ben fatta: ogni soluzione infatti ha la giusta potenza, e nessun particolare è lasciato a se stesso. Abbiamo perciò un gran pezzo, di poco inferiore ai migliori del disco! Va ancora meglio però con Inhumanity Is Complete, brano che dopo un breve intro dominato dal basso di Morgan “Tama” Stacpoole si lancia in una fuga potente rapida e potente come un treno in corsa. È una norma che incide molto bene nonostante le influenze melodeath, che in ogni caso potenziano ulteriormente il tutto. Anche quando la traccia cambia coordinate, l’aria rimane sempre piuttosto tesa, con momenti graffianti e di influenza deathcore; la frenesia abbandona la scena solo in alcuni breakdown stoppati, che però contribuiscono all’aurea malata che domina l’intero pezzo e non infastidiscono troppo il dinamismo generale. Il tutto è inoltre unito all’insegna di una grande urgenza: è un altro punto di forza per uno dei pezzi più validi dell’intero Mirror of Modernity.

L’Insouciant è il brano che spicca di più nell’album, e non solo per il testo cantato in francese: lo si capisce sin dal lungo preludio, dominato da chitarre cupe ma pulite, su cui Lopes sussurra. Anche quando la song entra nel vivo, però, abbiamo un pezzo particolare, che fa di un’atmosfera preoccupata e nervosa la sua bandiera: essa è infatti presente sia nelle velocissime strofe, death-oriented e piene di interessanti variazioni ritmiche, sia nei ritornelli, con ritmiche dal retrogusto quasi djent. Si mette in mostra anche la struttura molto classica: varia dal normale solo la parte al centro, più lunga di quella tradizionale e che nella prima metà riprende l’intro, per poi prodursi in una vorticosa e bella parte solistica. Tutti questi ingredienti messi insieme fanno un pezzo grandioso, il migliore in assoluto del disco insieme al precedente. Dopo tanta distruzione, con Praetorians si può tirare il fiato: abbiamo infatti un interludio di un paio di minuti in cui gli arpeggi della chitarra pulita avanzano in solitaria, facendosi leggermente più intricati nell’evoluzione, ma mantenendo sempre una forte musicalità. È un frammento dolce e avvolgente, che svolge bene il suo compito prima che Disaster of Mars torni ad aggredire. Con lei si ripresentano toni metallici molto taglienti, sin dall’inizio variopinto in cui si mette in mostra l’ottimo batterista Jonathan Davenport. La traccia si evolve poi in senso anche più cupo, rallentando leggermente la sua velocità media: i protagonisti assoluti sono infatti i chitarristi Pierre Klementieff e Michaël Rodrigues, che allineano un riff dietro l’altro con maestria, per un complesso che incide a meraviglia. Ciò però dura solo per meno di metà canzone, poi la traccia tende un po’ a indebolirsi, con la comparsa di alcuni passaggi lenti che sembrano troppo statici, oltre a fraseggi che sanno un po’ di già sentito. La traccia si ritira su infatti solo col finale, diretto e lugubre al punto giusto, sigillo di un pezzo con alcuni difetti ma quantomeno godibile. Giunge quindi We Reject Justice (of the Oppressor), song che si avvia con un lead circolare e minaccioso, per poi esplodere in un pezzo di death metal feroce, grazie anche a Lopes sempre in growl, ma non scevro di melodia. Quest’ultima infatti fa spesso la sua comparsa lungo il pezzo, rendendo il tutto meno estremo ma in qualche modo più minaccioso. C’è però spazio anche per l’anima deathcore dei Praetoria, che torna fuori in momenti meno macinanti, ma di impatto assoluto. Più in generale, i vari pezzi si incollano molto bene e i temi riescono a incidere a dovere: è per questo che alla fine dei giochi si rivela l’episodio più riuscito di Mirror of Modernity insieme alla coppia Inhumanity Is Complete/L’Insouciant.

Deliver Us from Their Chains si avvia di nuovo vorticosa e rapida, con tante influenze hardcore in bella vista, anche se sin dalle prime battute sa molto di già sentito, con in particolare un effetto che rimanda a Inhumanity Is Complete. È una sensazione che si propaga anche più avanti, con temi musicali che riprendono le prime canzoni dell’album. C’è però per fortuna spazio anche per momenti che sanno come graffiare: in particolare, tutti gli stacchi orientati verso il death svolgono il loro compito con diligenza, e anche alcuni dei tratti più cadenzati e metalcore non sono male. In fondo abbiamo un buon pezzo, anche se un po’ anonimo e sicuramente lontano dal meglio dell’album. Anche Malicious Trap ha un avvio un po’ banale come il precedente, ma stavolta è questo l’unico suo difetto. Poco più avanti infatti la musica comincia a procedere con grande energia, alternando rapidamente tratti schiacciasassi dalla vaga influenza thrash e rallentamenti di stampo deathcore, statici ma anche coinvolgenti e oscure grazie a lead di chitarra veramente azzeccati. Queste due parti si alternano varie volte, prima di confluire nella lunga parte conclusiva, più costante e ossessiva, con un’accoppiata riffage/assolo di nuovo riuscitissima e un incedere incalzante. Questa ci accompagna fino alla fine di una traccia che nonostante un avvio stentato risulta comunque non molto distante dai migliori di Mirror of Modernity! A questo punto, la fine è vicina, con la conclusiva This World Immersed, che si apre con un breve intro morbido e pulito, per poi partire con potenza, ma senza fretta. L’inizio è infatti piuttosto calmo, anche se l’evoluzione presto porta il tutto su lidi più tempestosi e frenetici, fino ad arrivare a un acme di potenza, dopo il quale la traccia svolta su coordinate metalcore, più lente ma lo stesso di buon impatto. Con la progressione giungono un gran numero di variazioni, che funzionano quasi tutte, anche se qualche momento morto nella canzone c’è; il tutto inoltre si evolve verso la melodia, fino a tre quarti, quando la musica si apre con un pathos inatteso e lancinante. È però solo un attimo, poi la fuga riparte con una lunga progressione di riff stoppati, che macina terreno fino al finale, di nuovo con chitarre acustiche. Nel complesso abbiamo una chiusura non eccezionale ma più che appropriata a quanto abbiamo sentito fin’ora.

Alla fine della fiera, Mirror of Modernity è un album con parecchi pezzi di qualità e tanta energia. In effetti i Praetoria sanno come aggredire l’ascoltatore nel giusto modo; in futuro dovranno solo cercare di creare song più varie e meno omogenee. Se ci riusciranno, il futuro si prospetta roseo per loro; nel frattempo, comunque, se siete fan delle fusioni tra death metal e metalcore, sicuramente questo è un album che potrà interessarvi.

Voto: 77/100


Mattia
Tracklist:

  1. The Passenger – 04:00
  2. The Oath – 03:00
  3. Lionheart – 03:12
  4. Inhumanity Is Complete – 03:30
  5. L’Insouciant – 04:54
  6. Praetorians – 02:16
  7. Disaster of Mars -04:28
  8. We Reject Justice (of the Oppressor) – 03:15
  9. Deliver Us from Their Chains – 03:42
  10. Malicious Trap – 04:32
  11. This World Immersed – 04:33
Durata totale: 41:22

Lineup:
  • Alexandre Lopes – voce
  • Pierre Klementieff – chitarra
  • Michaël Rodrigues – chitarra
  • Morgan “Tama” Stacpoole – basso
  • Jonathan Davenport – batteria
Genere: death metal/metalcore
Sottogenere: deathcore
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook dei Praetoria

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