Paradise Lost – Draconian Times (1995)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEDraconian Times (1995) dei Paradise Lost è un pilastro nel suo genere.
GENEREUn gothic doom melodico e più lineare rispetto al precedente Icon (1993) 
PUNTI DI FORZAUn suono storico e influentissimo su ciò che diventerà lo stile in futuro, un songwriting stellare, una strana ma splendida magia. 
PUNTI DEBOLI
CANZONI MIGLIORIEnchantment (ascolta), The Last Time (ascolta), Forever Failure (ascolta), Once Solemn (ascolta), Jaded (ascolta)
CONCLUSIONIDraconian Times è un album perfetto, da avere per forza per tutti i fan del gothic e del doom!
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VOTO FINALE
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1993: i Paradise Lost pubblicano Icon, album che si distacca definitivamente dal death/doom metal degli esordi, già reso più aperto nell’evoluzione degli album precedenti. Era così venuto alla luce il gothic/doom metal, di cui il gruppo inglese, insieme ai Type O Negative, è sicuramente da annoverare tra i creatori assoluti. È proprio per questo che, d’altra parte, la band poteva essere in difficoltà: bissare un album così rivoluzionario non sarebbe stato certo una passeggiata. Due anni dopo, con l’uscita di Draconian Times, i Paradise Lost dimostrarono non solo di essere all’altezza del compito, ma anche di poter fare di meglio. Limati gli spigoli del predecessore e reso il suono ancor più catchy e melodico, gli inglesi in questo lavoro misero in mostra ancor più maturità e consapevolezza che in passato. Il risultato fu un album praticamente perfetto, di certo il punto più alto della loro intera carriera, nonché uno degli album più importanti e memorabili dei generi gothic e doom. Merito non solo di un songwriting stellare, semplice ma geniale, e di una tracklist senza alcuna falla, ma anche della strana magia che avvolge ogni album di questo tipo, e che rende ogni singolo passaggio eccezionale, anche se magari in altre condizioni non lo sarebbe.

Un lungo intro di pianoforte e di lievi tastiere sinfoniche alle loro spalle, poi Enchantment si avvia lenta e costante. Da qui in poi, si alternano momenti più potenti e rutilanti, con Nick Holmes che urla molto e lead di chitarra puramente gothic alle sue spalle, e lunghi tratti più espansi e sussurrati, che contribuiscono al mood generale. Tra di essi appaiono anche diverse variazioni, che rendono il tutto anche più interessante: brillano per esempio i momenti in cui la chitarra pulita di Aaron Aedy si affianca al riffage principale; molto belli anche il passaggio centrale, pieno di pathos, e la coda finale, in cui le influenze sinfoniche tornano a farsi strada. Il vero punto di forza del pezzo è però l’atmosfera, insieme pessimista e romantica, che avvolge l’ascoltatore a meraviglia. È soprattutto per questo che abbiamo un pezzo splendido in ogni secondo dei suoi sei minuti di durata, che apre col botto Draconian Times! La successiva Hallowed Land è una song più veloce e dinamica, in cui la parte del leone la fanno i lead circolari e splendidamente emozionanti di Gregor Mackintosh, che reggono anche i chorus, vorticosi e di grande forza emotiva. Le strofe sono invece più dirette e movimentate, ma coinvolgono a meraviglia, grazie soprattutto a un riffage molto avvolgente. Fantastica è anche la progressione, che ci conduce per tratti lievi, che variano dall’etereo alla presenza di dolci melodie, i quali aiutano a rendere il tutto più sfaccettato. Oltre a questo c’è spazio solo per un bell’assolo al centro, molto rapido, e per una coda più drammatica del resto; anche questi sono due ulteriori passaggi di appeal assoluto di un altro grandioso pezzo. È poi il turno di The Last Time, scelta come singolo di lancio non a caso, vista l’estrema semplicità: alle strofe elementari e piuttosto pestate si alternano infatti refrain estremamente catchy, con le loro chitarre gothic e il semplice ma anthemico cantato. Non c’è altro a parte un assolo piuttosto classico al centro, che quadra il cerco di un episodio molto breve e lineare, ma di sicuro da annoverare tra i (tanti) capolavori dell’album! Un breve campionamento con la voce di Charles Manson, poi parte Forever Failure, molto più lenta e d’atmosfera rispetto alle precedenti. Le lunghe strofe, come sempre a metà tra gothic e doom, sono infatti costanti sul tempo medio basso impostato dal drummer Lee Morris, per non parlare poi dei ritornelli, anche più espansi e vuoti rispetto al resto, con Holmes molto dolce e ritmiche dimesse, infelici. È in effetti una grande dose di pessimismo e di tristezza quella che avvolge il pezzo; in ogni momento ciò accade, anche nella parte seconda, molto melodica e in cui spesso sono le chitarre pulite a rimanere in scena, sotto a un nuovo campionamento di Manson, prima di un lento assolo distorto di Mackintosh, di pathos quasi blues. Di fatto abbiamo una traccia molto più impenetrabile delle precedenti (anche se coraggiosamente è stata scelta anch’essa come singolo), ma se non altro bella allo stesso modo.

Si cambia totalmente registro con Once Solemn, che giunge a ruota e si rivela molto dinamica, con anche reminiscenze thrash, fatto accentuato da Holmes che imita anche meglio del solito il James Hetfield d’annata. Non che i Paradise Lost rinneghino il loro classico sound: sia le strofe, riflessive e vagamente oscure, che i ritornelli più esuberanti e scatenati, sono avvolti comunque di una forte drammaticità, puramente gothic/doom metal. La struttura è delle più classiche, con giusto un breve passaggio cantato al posto del tradizionale assolo (che invece chiude la traccia); abbiamo un altro pezzo davvero semplice ma geniale. È quindi la volta di Shadowkings, traccia che dopo un lungo intro crepuscolare, che ne anticipa i temi, mostra ancora una struttura canonica, fatta di strofe energiche e leggermente più aggressive e di refrain eterei, con la voce di Holmes filtrata che evoca una tristezza palpabile. Chiude il cerchio un semplice assolo al centro e uno anche migliore nel finale: abbiamo per il resto un pezzo che forse non impressiona come la lunga processione di capolavori che l’ha preceduta, ma si rivela lo stesso splendido, e di sicuro non è fuori posto in un album come Draconian Times! Sin dall’inizio, con in evidenza il basso di Stephen Edmondson e la chitarra acustica, Elusive Cure può sembrare una ballad, ma poi si avvia un brano più spinto e che sa anche aggredire: lo dimostrano le lunghe e lente frazioni cui melodie sinistre si accoppiano con cupe ritmiche doom. C’è però spazio anche per i ritorni della norma iniziale; anche i chorus sono più melodici, seppur si rivelino anche scoraggiati e depressi, un sentimento fortissimo e lancinante. Come in tutto l’album, è splendida la prestazione di Mackintosh alla chitarra solista, un altro punto forte per l’ennesimo grande brano. Un altro arpeggio crepuscolare da quindi il via a Yearn for Change, traccia invece più dinamica e quasi rockeggiante, che su un ritmo rapido si evolve velocemente. Da strofe più armoniose, in cui fa capolino di nuovo la chitarra pulita, si passa così senza sosta a bridge più intensi, e quindi a ritornelli anche più movimentati, dominati dal batterismo imponente di Morris ma anche da lead gotici e da un mood liberatorio e potentissimo. Di nuovo, la traccia vola in un lampo, merito anche di alcune variazioni che rendono il tutto ancor più valido: il risultato è un altro pezzo di qualità assoluta, magari non all’altezza dei migliori ma che riesce nel difficile compito di non sfigurare nei loro confronti.

Shades of God è stata probabilmente composta e scartata nel periodo dell’omonimo album, l’ultimo a tinte death del gruppo (non si fa fatica a immaginarla col growl). Anche per questo è un pezzo a tinte più doom dei precedenti, anche se non manca comunque il trademark dei nuovi Paradise Lost. Lo si vede dall’inizio, con il breve intro armonico che poi confluisce in un brano costante e cadenzato, caratterizzato da profonde ritmiche e senza grandi influssi gothic. Questi ultimi tornano fuori però in corrispondenza dei lunghi tratti che punteggiano questa norma, più musicali e in cui ancora Mackintosh fa il bello e il cattivo tempo. Il tutto è inoltre impreziosito da una sezione strumentale tra le migliori dell’intero album. Dall’altra parte, c’è da dire che le melodie non sono esaltanti come altrove: abbiamo perciò il punto più basso dell’intero album, se poi di questo si può parlare, visto che il livello è ottimo e forse anche più! Va però pure meglio con Hands of Reason, che dopo un preludio marziale esordisce con una falsariga lenta ma graffiante e ossessiva, con vaghe influenze thrash che fanno capolino. Maggior melodia si ritrova invece nei bridge, sognanti e malinconici, e nei refrain, in cui Holmes è autore di una prestazione varia e teatrale su un tappeto intenso e coinvolgente. C’è posto per il resto solo per l’ennesimo assolo eccellente, ciliegina sulla torte di un pezzo che non raggiunge i migliori di Draconian Times, ma solo per un soffio! Un’altra introduzione ricercata e melodica da il via a I See Your Face, traccia su tempo medio-alto che però stavolta non è esplosiva come le altre, preferendo un caldo intimismo. Questo ha posto sia nelle strofe, ripiene di melodie di chitarre pulite e distorte, sia nei chorus semplici e quasi banali, che variano pochissimo, se non per la presenza di diffusi cori. Abbiamo in totale una canzone dalle belle melodie e con un bel mood, ma tende a stamparsi meno in mente: è per questo che condivide con Shades of God la palma del peggior pezzo di Draconian Times, anche se come detto questo significa poco. Il lavoro si conclude quindi con l’unico pezzo considerabile davvero un lento, anche se atipico. Jaded è infatti un pezzo con tanti passaggi metal, come si può vedere dall’inizio. La melodia portante di questi, vagamente dissonante ma anche molto dolce, torna a sostenere poi anche i ritornelli, che sono corredati da un Holmes al tempo stesso graffiante e intenso. Le strofe sono invece più soffuse e dominate dai delicati arpeggi di Aedy, che aumentano la potenza del feeling decadente e romantico che avvolge l’intera traccia. L’ultimo assolo di qualità fa il resto: il lavoro si chiude perciò con uno dei suoi punti più alti in assoluto!

Sono pochi i dischi che meritano davvero il massimo dei voti, ma Draconian Times dei Paradise Lost è sicuramente una di queste eccezioni. Non c’è un solo difetto, ogni brano, anche quelli che spiccano meno, sono comunque grandiosi. È chiaro insomma che se siete appassionate di gothic o di doom metal questo è un lavoro che non può mancarvi; se poi avete una preferenza per l’unione tra i due, questo dovrà essere per forza la vostra bibbia!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Enchantment06:04
2Hallowed Land05:03
3The Last Time03:27
4Forever Failure04:18
5Once Solemn03:04
6Shadowkings04:42
7Elusive Cure03:21
8Yearn for Change04:19
9Shades of God03:55
10Hands of Reason03:58
11I See Your Face03:17
12Jaded03:27
Durata totale: 48:55
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Nick Holmesvoce
Gregor Mackintoshchitarra solista e acustica
Aaron Aedychitarra ritmica e acustica
Steve Edmondsonbasso
Lee Morrisbatteria e percussioni
OSPITI
Andrew Holdsworthtastiera
ETICHETTA/E:Sony Music
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