Mad Hornet – Would You Like Something Fresh? (2015)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEWould You Like Something Fresh? (2015) è il secondo album dei pugliesi Mad Hornet.
GENEREUn pop metal sporcato di blues e reso più grezzo, il che gli dà un tocco di personalità.
PUNTI DI FORZAOttime potenzialità, alcuni pezzi di gran valore, una scaletta in massima parte piacevole.
PUNTI DEBOLIQualche caduta di stile, un suono un po’ sporco.
CANZONI MIGLIORIDyin’ Love, Game of Death, Raise ‘n’ Do It e Roses Under the Rain
CONCLUSIONIWould You Like Something Fresh? è un disco piacevole, adatto per le vacanze degli amanti dell’hard rock e del pop metal!
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
76
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“La copertina dice tutto”: basta questa frase per dare un’idea perfetta di Would You Like Something Fresh?, secondo studio album dei Mad Hornet. Band nata a Maruggio (Taranto) nel 2006, ha esordito lo stesso anno con un demo, per poi pubblicare l’anno successivo il debutto Hot Tarots; uno scioglimento nel 2009 sembrava mettere fine definitivamente al gruppo, ma qualche anno dopo i membri sono tornati insieme, per dare alla luce il loro come-back discografico. In esso, troviamo un sound perfetto per una festa in spiaggia, magari proprio con cocktail che scorrono a fiumi: la base della loro musica è un pop metal tipicamente anni ottanta, con riferimenti come Van Halen, Scorpions e Whitesnake. I Mad Hornet non sono però una copia derivativa di questi gruppi: un sound grezzo e una forte componente hard blues, che si rifà spesso ad act come AC/DC, Deep Purple e Cinderella, rende il tutto meno prevedibile e più personale di tanti nel revival hair/pop metal di questi tempi. Certo, non sempre l’originalità paga: Would You Like Something Fresh? non riesce in ogni istante a esprimere al meglio le sue potenzialità. In particolare, il songwriting è un po’ ondeggiante, con canzoni ottime ed altre meno ispirate, che presentano melodie meno incisive. Inoltre anche la produzione è lievemente difettosa: è vero che, come già detto, parte del fascino viene da un suono meno patinato rispetto al classico hard rock anni ottanta, ma se fosse stato leggermente più pulito avrebbe contribuito meglio al disco. Sono comunque due problemi che non influiscono troppo sul risultato finale: l’album, come vedremo tra poco, è infatti godibile al punto giusto.

Un breve intro parlato, con un campionamento preso da Bodyguards, film di Neri Parenti con la classica accoppiata Boldi/De Sica, poi si avvia Your Body Talks, brano che mostra subito lo stile dei Mad Hornet. Abbiamo una canzone lenta e rilassata, solare e semplice. Si alternano strofe lineari, arricchite dalle belle trame della chitarra bluesy di Ken Lance, e ritornelli leggermente più animati ma anche zuccherosi, non memorabili ma piacevoli. Splendido è invece l’assolo centrale, timido ma molto espressivo, ciliegina sulla torta di un episodio non grandioso ma in ogni caso piacevole. L’album però gira meglio con Dyin’ Love, pezzo che dopo un breve preludio di echi espansi si avvia preoccupata e malinconica, un’atmosfera che si propaga per gran parte della canzone. Essa è ben presente sia nelle soffici strofe, ritmicamente contenute e con la chitarra pulita in bella vista insieme al basso di El Piamba, sia nei ritornelli, più esplosivi e con una melodia estremamente catchy, puramente anni ottanta, che coinvolge al massimo. Non c’è altro nella traccia, se si eccettua una parte centrale adeguata al contesto e un finale un po’ ossessivo; abbiamo un gran bel episodio, da annoverare tra i migliori di Would…! La successiva Blue Blood è una canzone abbastanza in linea con la precedente dal punto di vista melodico e del feeling, che è quello malinconico e tranquillo tipico del pop metal. Le strofe, a metà tra arpeggi puliti e chitarre preoccupate, sono di ottima fattura; meno belli si rivelano invece i chorus, che hanno trame carine ma sono forse troppo leggerini per incidere a dovere. È comunque solo un dettaglio, che non rovina il pezzo: anche grazie a una parte centrale vagamente funk e coinvolgente, abbiamo di nuovo una traccia gradevole, seppur non brilli tra le migliori del disco.

Free Rock Machine si presenta da subito più scanzonata delle precedenti, con un ritmo medio-alto su cui si pongono i fraseggi rockeggianti della chitarra, coadiuvate dalla prestazione variegata di Mic Martini. Peccato però che un ritornello piuttosto moscio e con melodie che non smuovono nulla castrino la riuscita del complesso. Anche altri particolari musicali stavolta sono più anonimi che in passato: il risultato è un episodio decente, ma comunque ben al di sotto della media della tracklist, di cui rappresenta il punto più basso. È tutt’altra storia con Game of Death, traccia frenetica con influenze metal che spuntano nel riffage. Ciò avviene soprattutto negli infuocati ritornelli, che hanno un’urgenza notevole e coinvolgono a meraviglia con la loro potenza. Le strofe sono invece più tranquille e soffici, anche se un’aura di preoccupazione e un incedere serrato, dato principalmente dalla prestazione nervosa del drummer Beats Frank, li rendono il perfetto contraltare dell’altra anima del pezzo. Chiude il cerchio una frazione centrale caciarona e potente al punto giusto, e i giochi sono fatti: insieme a Dyin’ Love, abbiamo facilmente il membro migliore della tracklist! Con Raise ‘n’ Do It torniamo quindi a toni meno tesi e più disimpegnati, per un episodio semplicissimo, che unisce strofe animate e incalzanti, bridge aperti e ritornelli catchy al punto giusto. C’è poco da dire su un pezzo elementare sia per struttura che per composizione, ma che sa come coinvolgere, non tra i migliori di Would… ma appena sotto. È quindi il turno di Walking With You (In the Afternoon), semi-ballata I cui toni hard nel preludio sono una falsa traccia, visto che la norma è molto tranquilla, con arpeggio dolci e Martini altrettanto morbido, seppur Frank renda movimentati. Anche i refrain sono molto armoniosi e aperti, nonostante la presenza di chitarre distorte, peraltro piuttosto espanse e tranquille; solo i bridge sono leggermente più energici e ansiosi. Il tutto evoca inoltre un feeling disteso e romantico, che viene evocato anche dalle variazioni che costellano la canzone, lineare ma meno che in passato. È anche questo un punto di forza per un brano non eccezionale, ma che sa il fatto suo.

Pink Pants School ricorda molto i Van Halen più rapidi e scatenati, col suo ritmo incalzante e frenetico su cui si posa un riffage selvaggio. Ciò si fa anche più penetrante quando la norma si evolve verso i bridge, con anche una vaga nota preoccupata, prima che i ritornelli esplodano: liberatori e solari, possiedono uno splendido duello tra Martini e i cori (che prenderanno poi il sopravvento nell’anthemico finale),oltre a melodie tutte azzeccate. Sono questi la parte migliori di un pezzo comunque fatto bene in toto; non sfugge a questo la parte centrale, istrionica e sotto-traccia, un ulteriore punto di forza per uno dei brani migliori in assoluto di Would…! Segue quindi What Is Love: cover della hit del cantautore dance/pop Haddaway, ricalca la versione originale non da troppo lontano, seppur sia resa più sfaccettata ed adattata molto bene all’hard rock dei pugliesi. Sia le morbide strofe che i più animati ritornelli rendono al punto giusto, le melodie sono ben modificate per l’ambiente pop metal del gruppo: il risultato è una rilettura molto ben riuscita, che sembra quasi un pezzo originale dei Mad Hornet, più che una cover. Siamo agli sgoccioli, e il gruppo piazza nel finale Roses Under the Rain, delicata ballata che si avvia subito molto soffice, con in evidenza la sezione ritmica, mentre il sottile arpeggio di Lance è quasi nascosto. Questa norma cresce poi di potenza attraverso i bridge, punteggiati di schitarrate, per arrivare ai chorus, lievi ma molto incisivi, con una melodia catturante e una malinconia ben palpabile. Quest’ultima del resto avvolge l’intera song, a volte in maniera vaga, altre più in evidenza, ma sempre convincente, di certo la parte più riuscita del brano. Ottima anche la parte centrale, variegata e vagamente progressive coi suoi cambi di tono, dal ricercato all’oscuro, e in più un altro assolo di qualità. Nel complesso insomma abbiamo una chiusura all’altezza della situazione, senza momenti morti lungo i suoi sette minuti e che si pone appena sotto ai migliori del disco che chiude!

Would You Like Something Fresh? non sarà l’album che cambierà il mondo, ma sicuramente è uno di quelli che può allietare un’estate. Certo, se i Mad Hornet proseguiranno sullo stesso percorso, magari con più convinzione e cercando di colmare le proprie lacune, potranno sfruttare molto meglio la loro personalità. Anche a dispetto di ciò, comunque, il loro secondo album è piacevole e ben fatto: potrà perciò essere apprezzato dagli amanti dei classici hard rock e del pop metal anni ottanta, ma anche da chi è a caccia di qualcosa di più originale in questi generi.

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Would You Like Something Fresh?00:19
2Your Body Talks04:14
3Dyin’ Love05:31
4Blue Blood05:31
5Free Rock Machine04:10
6Game of Death04:03
7Raise ‘n’ Do It04:05
8Walking With You (In the Afteroon)04:55
9Pink Pants School04:24
10What Is Love (Haddaway cover)04:22
11Roses Under the Rain07:00
Durata totale: 48:33
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Mic Martinivoce
Ken Lancechitarra
El Piambabasso
Beat Frankbatteria
ETICHETTA/E:autoprodotto
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:Atomic Stuff Promotion

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