Alien Syndrome 777 – Outer (2015)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEOuter (2015) è il full-length d’esordio della band internazione Alien Syndrome 777
GENEREUn suono a metà tra industrial black metal e avant-garde.
PUNTI DI FORZANessun brutto pezzo, alcuni spunti di alto livello, un disco ben suonato e con una registrazione all’altezza.
PUNTI DEBOLIDella musica poco espressiva, fredda, poco emozionante, un eccesso di tecnica.
CANZONI MIGLIORISymmetriads, The Bleeding Anthill of the Universe.
CONCLUSIONIPur coi suoi pregi, Outer non spicca molto, ed è perciò consigliato solo per i fan del metal tecnico o sperimentale.
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
67
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Come tutti i generi più sperimentali, non è facile suonare avant-garde metal nel modo adeguato. Se unire tante influenze diverse in fondo non è troppo complicato, farlo riuscendo al contempo a esprimere qualcosa lo è molto di più. È appunto questo il problema principale di Outer, esordio sulla lunga distanza degli Alien Syndrome 777, formazione fondata dal musicista romagnolo Alessandro Rossi e completata da musicisti internazionali. Il loro è di base un black metal di tendenza industrial, a cui si uniscono influenze da tanti generi ed elementi per nulla ortodossi, facendolo pendere molto verso l’avant-garde. L’album beneficia inoltre di una grande cura, sia dal punto di vista della produzione (è molto professionale, nonostante i suoni siano anche grezzi come il black richiede)che da quello del songwriting e dell’esecuzione. Proprio questa perfezione, che in certi frangenti è un pregio, si rivela tuttavia anche il difetto di Outer: gli Alien Syndrome 777 puntano infatti troppo sulla tecnica, il che rende le canzoni meno focalizzate musicalmente e più in generale abbastanza inespressive. Il risultato è un album che mette fin troppa carne al fuoco e risulta per questo impenetrabile, ma non nel senso buono. Un altro problema di Outer è una certa inconsistenza: con solo quattro pezzi effettivi in mezz’ora, il lavoro sembra essere veramente troppo corto, anche se questo è un difetto minore. D’altra parte, non siamo alla presenza di un lavoro insufficiente: alcuni buoni spunti e una composizione che nonostante i suoi difetti è matura riescono a fargli raggiungere un livello non disprezzabile. Come vedremo però mancano del tutto quei guizzi che rendono tali gli album migliori di ogni genere musicale, metal o meno che sia.

Si parte da An Unconscious Reflection, lungo intro, pieno di echi, suoni vaghi e campionamenti lontani che crea da subito un mood alieno, misterioso. È un preludio più che adeguato per l’album, prima che Symmetriads esploda. Ciò avviene in maniera davvero brutale: il pezzo entra in scena infatti con un beat industrial-black martellante, che picchia duro prima che la traccia parta più espansa e potente, anche se la batteria programmata da Rossi è sempre frenetica e nervosa. In questa prima parte, la struttura è piuttosto semplice: momenti più vorticosi e taglienti, considerabili come i ritornelli, si alternano a lunghi tratti più eterei ed espansi, anche se l’evoluzione porta la norma a diventare sempre più tesa ed angosciosa. Si avanza in questo modo fino alla frazione centrale, che invece si apre e si fa morbida, piena di echi e di passaggi obliqui; ciò però dura poco, perché la musica riprende presto a graffiare, più lenta ma più piena, con chitarre aggressive e un gran numero di suoni al di sopra. Questa norma, pur nella sua stranezza funziona abbastanza, ben più della prima, leggermente dispersiva: abbiamo perciò un arricchimento per un pezzo di fattura abbastanza buona. Un lungo outro vuoto dalla canzone precedente, poi The Bleeding Anthill of the Universe entra anch’essa nel vivo con cattiveria, con un riffage feroce tipicamente black metal, che però subito dopo lascia la scena. La falsariga principale è infatti costituita da una norma sinistra e molto buia, ma anche melodica e lontana, con gli arpeggi di Rossi che sono al tempo stesso dissonanti e musicali. Aiuta quest’effetto la tastiera del francese Vincent Cassar, che disegna melodie ricercate al di sopra. Se questa è la colonna vertebrale del pezzo, si varia però parecchio: a tratti le sonorità sentite inizialmente tornano con ferocia alla carica, mentre altre volte i giochi si fanno ancor più aperti, con il comparto ritmico che si calma del tutto e la voce dello spagnolo Óscar Martín che si fa pulita e malinconica. In questi passaggi, si fanno notare gli assoli di Rossi, che si intrecciano con la tastiera e risultano molto espressivi: sono il particolare più riuscito del pezzo. Esso si rivela comunque valido in toto, grazie a un unione inappuntabile tra le varie parti: anche per questo abbiamo il punto più alto in assoluto di Outer!

Intermission: Mirrors è un breve interludio di sola atmosfera, ambient dominata da oscuri cori sintetici che si accompagnano di feedback lievi. È giusto un attimo per rifiatare, prima che Unheartly Reveries Unveiled si avvii. Essa è un pezzo movimentato e urgente, in cui tutto è frenetico, dalla sezione ritmica al riffing, passando per le tastiere di Cassar. Di fatto la prima parte è punteggiata solo di tanto di qualche rallentamento più strisciante, che però dura poco. L’intera frazione è in generale piuttosto breve, e lascia spazio presto alla parte centrale, invece eterea e psichedelica. Appaiono così momenti alienanti e oscuri, ma che si presentano distesi e pieni di melodie; anche i momenti in cui invece Rossi impiega il blast beat sono comunque ben poco feroci, grazie a temi musicali obliqui e rivolti più alla creazione di un’atmosfera estraniante. È questa la norma che regge quasi tutta la canzone, fino a che la musica non si spegne, in una serie di suoni “orgiastici”; sembra tutto finito, ma invece la traccia riparte con la cattiveria iniziale, che si sfoga brevemente prima di porre la vera parola fine al pezzo. Nel complesso è un episodio non disprezzabile, ma che non lascia troppo il segno, forse la traccia meno bella di Outer. Segue To Balance and Last, episodio che si rivela più tranquillo dei precedenti, sin dall’inizio, graffiante ma anche piuttosto rallentato. In seguito il ritmo sale al solito blast, ma la musica resta comunque piuttosto aperta, dominata non da ritmiche feroci ma dai prepotenti suoni industrial che avvolgono tutto. Solo evolvendosi la traccia si fa più tempestosa, ma senza mai abbandonare un feeling distante e cupo, vagamente malinconico, che prosegue lungo le tantissime variazioni che il pezzo attraversa. Spesso questo feeling è vago, ma al centro esplode in tutta la sua forza nostalgica, grazie al fatto che la musica si calma e Martín passa a un cantato pulito pieno di pathos. Questa impostazione continua anche nella lunga coda finale, del tutto strumentale e di potente emozione; dall’altro lato la prima metà è meno convincente nella sua evoluzione. Abbiamo perciò un pezzo buono e con alcuni spunti vincenti, ma che si rivela non del tutto riuscito, nel complesso. Siamo già alla fine: a chiudere giunge Black Box, lunghissimo outro (quasi cinque minuti) di pura musica ambient, il cui dominio è per lugubri e profondi suoni sintetici, presto raggiunti per arpeggi sinistri e lontani di chitarra. A questa base si affiancano a volte suoni ambientali, altre volte campionamenti, altre ancora rumori troppo distorti per capire di cosa si tratti; c’è spazio anche per la voce, anch’essa molto alterata. È una norma caotica ma piuttosto inespressiva: nel complesso è una chiusura non all’altezza di un disco molto più curato.

Riassumendo, Outer è un album molto ben realizzato e senza nessun pezzo che dia davvero fastidio (eccetto l’outro), ma che non resta troppo in mente né fa venir voglia di riascoltarlo. Non fraintendete, gli Alien Syndrome 777 sono ottimi musicisti, specie a livello di esecuzione, e sicuramente in futuro sapranno fare molto di meglio: dovranno solo lavorare per mettere più a fuoco le composizioni dal punto di vista melodico e musicale. Perciò, questo loro esordio vi è consigliato solo se siete fan della tecnica o se stravedete per l’avant-garde; altrimenti troverete un lavoro carino e con spunti interessanti, ma di sicuro lontano dal capolavoro.

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1An Unconscious Reflection02:21
2Symmetriads06:14
3The Bleeding Anthill of the Universe04:29
4Intermission: Mirrors01:17
5Unearthly Reveries Unveiled06:16
6To Balance and Last06:21
7Black Box04:49
Durata totale: 31:47
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Óscar Martínvoce
Alessandro Rossichitarra, basso, drum programming
Vincent Cassartastiere
ETICHETTA/E:Avant-garde Music
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:Grand Sounds Promotion

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